Cari fratelli e sorelle nel Signore,
oggi celebriamo la solennità della Santa Famiglia di Nazareth. In questa celebrazione eucaristica vogliamo affidare alla Sacra Famiglia tutte le famiglie di questa Chiesa locale e del mondo intero, affinché trovino in essa il modello su cui fondare una vera vita coniugale.
Saluto le Autorità Civili e Militari, ringraziandole per l’impegno profuso quotidianamente per il bene comune; saluto i sacerdoti, i diaconi, i seminaristi, i membri delle Associazioni e dei Movimenti; saluto con grande affetto e stima il padre di questa famiglia diocesana, il caro amico e fratello Mons. Francesco Sirufo, instancabile pastore con l’odore delle pecore, direbbe Papa Francesco.
In questa solennità il Vangelo ci presenta la figura di San Giuseppe, padre putativo di Gesù, custode del Redentore e patrono di tutta la Chiesa.
Nell’Angelus di domenica scorsa (Quarta di Avvento) Papa Leone XIV ha magistralmente delineato alcuni tratti di questo gigante di umanità e di bontà: “Giuseppe è un uomo fragile e fallibile, come noi, e al tempo stesso coraggioso e forte nella fede, (…) appare anche come una persona estremamente sensibile e umana”.
Giuseppe uomo fragile e fallibile, ma al tempo stesso coraggioso e forte nella fede, possiede quelle caratteristiche che devono possedere tutti i papà e anche le mamme nella loro missione educativa.
Care famiglie, la solennità odierna ci offre il segreto per essere una famiglia come quella di Nazareth, affinché la bellezza di quella vita familiare, «Chiesa domestica», non rimanga un privilegio vissuto solo a Nazareth, ma sia una realtà sperimentata da tutte le famiglie della diocesi. Il segreto ci viene svelato dall’episodio biblico appena celebrato: Giuseppe interpreta i fatti della vita alla luce della parola di Dio rivelatasi in sogno, mediante l’Angelo.
Innanzi ad una realtà complessa e drammatica, con prove e pericoli, quale la persecuzione e la minaccia di morte, Giuseppe non si fida dei soli ragionamenti e nemmeno ha cercato conforto nelle varie opinioni della società del tempo, ma si è lasciato illuminare e guidare dalla luce della Parola di Dio, come afferma il salmista: “Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino” (Sal.119).
Egli si è totalmente affidato alla parola del Signore; si è pienamente donato, anzi oserei dire «consacrato» a questa Parola. Infatti il brano del Vangelo afferma che Giuseppe: “si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, così come era stato detto
dal Signore”
Giuseppe, uomo giusto, non pronuncia una parola; parla con la sua obbedienza. Non comprende tutto, ma si fida. È l’obbedienza silenziosa di chi ama e crede. In Giuseppe riconosciamo oggi tanti padri e tante madri che, senza clamore, ogni giorno proteggono la vita, accompagnano i figli, resistono nelle difficoltà, tengono accesa una luce quando sembrerebbe spegnersi.
La presenza di Gesù e la parola di Dio, hanno nutrito e sostenuto quella famiglia.
Questo è l’insegnamento che la Sacra Famiglia consegna anche oggi ad ogni famiglia di questa cara diocesi di Acerenza e all’umanità intera.
Per questo è importante che in ogni famiglia si possano istituire dei cenacoli di preghiera e di ascolto della Parola, così come ci ha ricordato la liturgia nel versetto alleluiatico: “La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza” (Col 3,15-16). Una Parola che «abita» nelle case, nei cuori, nei luoghi di vita e di lavoro.
Cari fratelli e sorelle, in questa solennità celebriamo anche un altro grande evento ecclesiale: la chiusura della «Porta Giubilare» in unione spirituale con tutte le Cattedrali sparse nel mondo. Infatti ci avviamo alla conclusione del grande “Giubileo della Speranza” indetto da papa Francesco e continuato da papa Leone XIV, proiettandoci a quello del 2033 in occasione dei duemila anni della redenzione operata da Cristo. Un anno giubilare è per sua natura un «kairos», un tempo di grazia particolare, un’occasione che il Signore offre alla sua Chiesa per il rinnovamento e la conversione.
Il Giubileo ci ricorda che Dio continuamente costruisce ponti, abbatte muri, offre la possibilità di riconciliazione.
Si chiude una porta fatta di legno e di bronzo come quella di questa splendida Cattedrale, ma rimane aperta, anzi spalancata, quella del nostro cuore che è tempio dello Spirito. La Porta Santa che si chiude ci invita ad uscire per portare nel tempo ordinario i frutti maturati in questo tempo straordinario. Quanta grazia, quanta misericordia, quanto bene abbiamo potuto sperimentare in questo Anno Giubilare! È doveroso che ci domandiamo quali frutti profetici e quali compiti ci lascia in eredità il Giubileo.
Mi permetto brevemente di elencarne alcuni:
- “L’esperienza della Misericordia e del Perdono”:
Milioni di pellegrini giunti a Roma da ogni parte del mondo si sono lasciati toccare dall’amore di Dio che fa nuove tutte le cose.
Per tanti cosiddetti lontani il Giubileo ha rappresentato una opportunità di redenzione. Per questo papa Francesco ha inaugurato il Giubileo aprendo la porta santa nel carcere di Rebibbia. Quanto è importante che i sacerdoti si sentano sempre di più ministri di grazia e di perdono!
- “Occorre inoltre puntare sui Giovani”: Chi non ricorda quel fiume di vitalità dei giovani a Tor Vergata. Essi ci hanno ricordato che la Chiesa, nonostante duemila anni, è ancora giovane, è una sposa bella e senza rughe.
I giovani rappresentano il nostro presente ma anche il nostro futuro: occorre dare loro fiducia.
Due giovani sono stati canonizzati durante il giubileo – Carlo Acutis e Piergiorgio Frassati -, la Chiesa e il mondo hanno bisogno della vitalità e della santità dei giovani. Arricchiamoci del loro contributo coinvolgendoli nei vari organismi di partecipazione ecclesiale.
- Il Giubileo ci ha regalato un papa in cielo e un nuovo successore di Pietro. Quanto entusiasmo c’è attorno al nuovo pontefice: il primo proveniente dagli Stati Uniti e dall’ordine Agostiniano, che ha maturato venti anni di ministero pastorale in America Latina. La Provvidenza ci invita ancora una volta a guardare all’esperienza di fede ecclesiale di quel continente.
Formiamoci alla scuola del magistero del santo Padre attingendo e diffondendo i suoi discorsi, omelie e documenti.
- “Il Cammino Sinodale Italiano”: Anche se ha avuto inizio tempo prima, è terminato nel mese di novembre in pieno Giubileo. Esso rappresenta l’inizio di una nuova missionarietà e di una nuova evangelizzazione per la Chiesa del Terzo Millennio.
Una sinodalità che papa Leone ha rimodulato nella dimensione della “comunione”, tema tanto caro al Vaticano Il che ancora oggi è una bussola per il cammino della Chiesa italiana. Sarebbe bello se in ogni casa o famiglia si formassero cenacoli di preghiera e di ascolto del Vangelo, ma anche poter istituire scuole della Parola per laici e laiche, dare vita a forme di missioni popolari di evangelizzazione, soprattutto negli ambienti di vita e di lavoro.
- “La prossimità verso gli ultimi”: Il Giubileo è sempre stato tempo di liberazione dei prigionieri, remissione dei debiti, riscatto degli oppressi, rispetto dell’ambiente. Nel nostro tempo, chi sono gli ultimi o i fragili? I migranti respinti, i poveri invisibili, i giovani senza futuro, gli anziani soli, gli scartati della società.
L’impegno è passare dall’episodica opera di carità a scelte strutturali di prossimità: accompagnare una famiglia in difficoltà, aprire la propria casa, dedicare tempo al volontariato.
Infine vorrei richiamare l’attenzione sul tema della «Speranza». In un mondo lacerato da guerre e divisioni dove popoli interi ogni giorno perdono la speranza di un mondo migliore, come Chiesa siamo chiamati ad esseri artigiani di speranza e di vita nuova.
Abbiamo la responsabilità di seminare a mani larghe una nuova cultura della pace e della speranza, della comunione e della amicizia tra i popoli. Una speranza da non confondere con l’ottimismo, che si basa sulla positività delle circostanze; la speranza cristiana invece si fonda sulla presenza di Gesù (Emmanuele), cui affidiamo gioie e dolori, fatiche e speranze. Come non sentire oggi l’urgente bisogno di dare concretezza al sogno di Giorgio La Pira, nel vedere nel Mediterraneo una frontiera di pace e di speranza tra popoli? Miei cari, essere pellegrini e operatori di pace e di speranza non ci si improvvisa, per questo è necessario la presenza di una scuola di «teologia del Mediterraneo» che forma alla pace, alla speranza e al dialogo tra fedi e culture diverse.
Cari fratelli e sorelle, nel concludere mettiamo sotto l’intercessione della famiglia di Nazareth tutte le famiglie: quelle serene e quelle ferite, quelle forti e quelle stanche, quelle resistenti e quelle spezzate. Che nessuna si senta esclusa. Che nessuna perda la fiducia, perché Dio continua a visitare ogni casa per salvare il mondo. Come famiglie e come Chiesa, torniamo a Nazareth: al Vangelo vissuto nella fedeltà quotidiana, alla speranza che non fa rumore ma cambia la vita e la storia.
Che le antiche sacre immagini della Madonna del Belvedere di Oppido e di San Rocco di Tolve che in pellegrinaggio rientrano nei loro luoghi di culto e devozione, proteggano e benedicano il cammino di questa Chiesa e delle famiglie.
Acerenza 28 dicembre 2025 +Cardinale Gualtiero Bassetti
