Omelia, chiesa Madonna della Neve, Castelluccio Inferiore, 23 luglio 2017

23-07-2017

Omelia, chiesa Madonna della Neve, Castelluccio Inferiore, 23 luglio 2017

Carissimi fratelli e sorelle, compaesani stimati, caro don Paolo Torino, nostro parroco, salute a tutti. Un pensiero grato rivolgo sia a don Raffaele Pandolfi, parroco emerito, per aver ripristinato, dopo tanto tempo, la festa del 5 agosto e aver fatto pervenire una statua della Madonna, che riprenda la figura dell’antica, sia don Paolo che ha ripristinato il culto e il pellegrinaggio qui sul colle, inaugurando la S. Messa domenicale estiva in preparazione alla data festiva mariana. Ringrazio i benefattori e i devoti che hanno contribuito alla ripresa dell’iniziativa religiosa, dopo il restauro dell’intero storico complesso.

Ne siamo fieri, noi castelluccesi: quattro chiese grandi e sette cappelle, fra pubbliche e private: oltre alla chiesa matrice di S. Nicola e all’antica dell’Annunziata ove si venera l’arcaica immagine della Madonna Nera, il magnifico complesso della chiesa della Madonna delle Grazie detta di sant’ Antonio e questa della Neve; fra le cappelle, la più grande e suggestiva quella di S. Anna. Veramente la nostra cittadina nasconde e custodisce un patrimonio grandioso di arte e di cultura, di storia e di interesse, di chiaro influsso napoletano.

Da ragazzo, scendendo al paese dalla contrada Giuliantonia, la chiesa della Neve, da molti anni chiusa e in grave condizione, ci accoglieva e ci avvisava che il paese, u Paìs’, era alle porte. L’asino si abbeverava avidamente alla famosa fontana, mentre noi mangiavamo qualche biscotto come colazione e mormoravamo qualche preghiera devota. Io, curioso, mi avvicinavo al portone e dal foro guardavo all’interno l’ambiente e l’altare. Non c’era nulla: recitavo l’Ave Maria. Il 27 luglio c’era ancora la fiera di animali e di mercanzie, nel vasto campo adiacente e sul viottolo dei cappelloni. Era reminiscenza dell’inizio della novena. Piu giù ci salutava la cappellina della Madonna della Consolazione o del Latte: anche lì guardavo all’interno tramite il solito foro adibito per i devoti, vedevo la bella statua in marmo della S. Vergine con il Bambino.  In canonica il parroco don Leonardo Borrelli appagava le mie domande. La bella statua lignea policroma della Madonna e del Bambino del 1700, secolo della costruzione della chiesa extra moenia, era stata trafugata, così pure i quattro dipinti di apostoli e santi vescovi del portone, però le due tele dell’Annunciazione e di Tobia e l’arcangelo Raffaele, per fortuna, erano ben custoditi. Da sacerdote seppi poi che, nei restauri, la nicchia ha svelato questo bell’affresco della Vergine con Bambino e le quattro tavole sono state scoperte dagli inquirenti, restituite e riutilizzate per il nuovo altare.

Perdonate questi ricordi, ma il mio sentimento verso le ricchezze spirituali e storiche che furono e sono tuttora di questa nostra comunità mi hanno sempre affascinato. Ma il motivo che qui ci porta è l’ascolto della Parola di Dio e la santa Eucaristia, in questo Giorno del Signore. Dalla prima lettura, il libro della Sapienza, siamo commossi dalla certezza che Dio ha creato l’universo, lo cura con immenso amore e lo difende con giustizia mite e indulgente. Noi suo popolo siamo chiamati ad essere come lui, cioè amare gli altri fratelli e pentirci sinceramente dei peccati con la buona speranza in lui. Che dolci parole! La Madonna, Sede della Sapienza che è Cristo Dio, in quanto sua Madre, ci chiama a questa dolcezza dell’amore divino. Da questo colle che domina la verde e ampia vallata, chiama tutti alla sapienza e alla potenza del Signore che non nega la sua misericordia a chi la chiede con umiltà (cfr. Sap 12, 13.16-19).

Nel vangelo di S. Matteo, che abbiamo proclamato in questa domenica, veniamo istruiti da Gesù con alcune parabole. Con la prima ci presenta il mondo come un immenso campo di buon grano, ma insidiato dalla zizzania. Il padrone ha seminato il grano, il diavolo ha seminato l’erba cattiva. Al tentativo dei servi di estirpare le male piante, il padrone blocca e fa attendere la mietitura, quando il grano produrrà chicchi e farina per il pane, mentre le erbacce velenose saranno bruciate. Miei cari, abbiamo capito molto bene. Noi siamo quel campo, e tra di noi e dentro di noi c’è purtroppo questa commistione tra l’opera di Dio e del suo Figlio per la salvezza e la pace e l’opera di Satana per perderci e dannarci. Dobbiamo convivere nella storia e nella nostra epoca, e dentro di noi, con questa drammatica situazione, ma non per soccombere, ma per esercitare nel bene e nella fede le virtù umane e cristiane, difendendoci dal male e dal Maligno. È la prova dell’esistenza cristiana e alla fine, meglio al fine, al compimento finale, Dio custodirà i buoni e i santi, i suoi fedeli, nel suo granaio eterno, il Paradiso, mentre i malvagi saranno bruciati in eterno nell’Inferno (cfr. Mt 13, 24-43)

C’è però un’altra intenzione nella parabola. Perché dobbiamo stare insieme tra buoni e cattivi, rischiando il contagio per i fedeli nell’aspra battaglia? Ma fratelli miei, anzitutto, chi potrebbe dire di essere totalmente santo e salvo, noi che siamo peccatori ad ogni istante? Ci conviene che il buon Padrone sopporti pure noi che a volte abbiamo zizzania nel cuore e la diffondiamo con i peccati che commettiamo. Dovrebbe distruggerci continuamente!? Poi mi pare di comprendere altro. Il nostro buon Padrone ha una speranza invincibile e un potere di bontà ineguagliabile: fa crescere la zizzania con il grano, perché il grano si fortifichi nella prova e la zizzania si converta e diventi grano fruttuoso. Ovviamente la parabola è un paragone: questo non si verifica in natura, ma può verificarsi nel cuore dell’uomo. Ecco allora l’altra parabola del lievito e della pasta, che dona ancora più chiarezza alla precedente. Senza lievito la pasta non fermenta, secca, si guasta, non diventerà mai pane, anche se di quantità superiore al poco lievito. Noi cristiani, se seguiamo con fedeltà il Vangelo di Gesù, riusciremo, con la ponza dello Spirito Santo, a cambiare in grano sempre maturo la zizzania che è in noi e negli altri, riusciremo a fare diventare la gran massa, in cui siamo inseriti nella vita, pani fragranti di carità e fede.

La Madonna è stata, ed è, il più bel grano di Cristo e della Chiesa, perché donando sempre la grazia del suo bel Figlio, ha riportato tanta zizzania al profumo del pane di perdono e santità. La Santa Vergine, prima fra tutti i cristiani, è stata, ed è, lievito unico fatto dal Signore per farci crescere nella sequela e nel servizio dell’unico santissimo Dio Trinità. Con questo titolo romano del 5 agosto, S. Maria Maggiore, che ricorda la fondazione miracolosa della basilica papale dell’Esquilino, quando la neve delimitò a papa Liberio l’area dove doveva sorgere la basilica, la Santa Vergine, Madre di Dio, come giustamente la definì il grande concilio di Efeso, ci ripete, come abbiamo ascoltato oggi dall’apostolo Paolo ai Romani, che cioè non dobbiamo temere, poiché lo Spirito Santo viene in aiuto alla nostra debolezza, scruta i nostri cuori e intercede perché in noi si realizzino i disegni di Dio (cfr. Rom 8,26-27). Madre immacolata di Cristo immacolato, sei più bianca della neve, con la tua incessante preghiera rendi anche noi puri e santi.