Carissimi cristiani, dal nome di Cristo nominati, cari presbiteri concelebranti, tra cui i rev.do capitolo dei canonici, cari diaconi, gentili seminaristi e ministri istituiti, religiosi e religiose, fedeli di Cristo, tutti consacrati nel battesimo e nella confermazione. Caro diacono don Giorgio Carmelo, è giunto il giorno in cui il tuo battesimo, la tua confermazione, la tua penitenza, la tua comunione eucaristica matura nel sacramento dell’Ordine, grado sacerdotale presbiterale.
Da dove provieni? Dalla tua infanzia, dalla tua famiglia, e ringraziamo e salutiamo i tuoi cari genitori Salvatore, Vita, tuo fratello Donato e tutti i familiari, dai tre anni di seminario minore e dai due anni di propedeutico in Diocesi con me, dai tuoi studi classici, filosofici e teologici, ringraziamo l’ITB, rappresentato dal direttore prof. don N. Soldo e dai professori, dal seminario maggiore di Potenza, e salutiamo e ringraziamo gli attuali responsabili rettore don A. Polidoro, del vicario don A. Zaccara, i direttori spirituali don N. Urgo e don C. Mariano, e responsabili precedenti tra cui don A. Gioia, e il caro don Filippo, amministratore diocesano che ti indirizzò in seminario, ora rettore dell’almo collegio Capranica in Roma, dalla parrocchia di S. Giorgio martire, retta attualmente da don Cesare, ma in questi anni ti hanno accompagnato i parroci precedenti don Donato e don Antonio, e aggiungiamo anche dalle parrocchie di Acerenza, in cui, con don Nico, hai svolto esperienza da seminarista. Elevo ringraziamento a Dio che dalla giovane parrocchia di S. Giorgio sta chiamando giovani per la speciale vocazione sacerdotale e religiosa.
Caro Giorgio Carmelo, questo lungo cammino è stata la tua probatio: sei stato tenace, paziente, fiducioso, umile. La tua formazione umana, spirituale, intellettuale e pastorale, come desidera la Chiesa, è stata molto vagliata e oggi io vescovo confermo con la consacrazione orante, l’imposizione delle mani insieme ai presbiteri, con il sacro crisma che sigilla le tue mani al servizio soltanto di Gesù il Cristo.
Abbiamo scelto questo giorno, trascorsi i sei mesi canonici da diacono, per solennizzare, come consueto in diocesi, il SS. Nome di Gesù e la giornata mondiale della pace, dato che il primo dell’anno la gente è frastornata da veglioni prolungati, vane illusioni e auguri convenevoli, ma della solennità d’ottava di Natale, di Maria ss. Madre di Dio e della preghiera per la pace mondiale e personale pensa poco. Allora riascoltiamo insieme la parola di Dio di questo giorno benedetto, dal libro dell’Esodo: “Io sono colui che sono, dì loro che Io-Sono mi ha mandato a voi”… Questo è il mio nome per sempre!”. Mirabilia Dei! Come Mosè, il sacerdote nel suo specifico è colui che “Io-Sono” manda alla Chiesa per liberare. Sì, il sacerdote è un liberatore perché il Signore, l’Essere Amore, che è e che c’è, lo manda a suo Nome perché lui il sacerdote sia sempre fedele nella libertà, per rendere, nel sacramento, fedeli nella libertà gli altri cristiani battezzati. O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo Nome su tutta la terra!
Seconda lettura. L’apostolo Paolo ai Filippesi: “Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre”. Il nome, nella Bibbia, è la persona e la sua missione: Yehoshua, JHWH salva, il Signore salva, Colui che è salva. Fin dall’inizio questo Nome è annunciato da Dio tramite l’angelo a Maria e a Giuseppe, è stato pronunciato da Maria e da Giuseppe, che lo annunciarono a Israele all’ottavo giorno della circoncisione e alle genti rappresentati dai Magi, fu annunciato agli apostoli e ai discepoli che lo annunciarono al mondo, dai martiri santi e di lì fino agli estremi confini della terra. Gesù, Gesù, Gesù di Nazareth, il Nazareno, il Cristo, l’Atteso, l’Unto e il Consacrato, il Messia, l’Emanuele, il Dio con noi. La santa Chiesa da 2026 anni lo proclama dappertutto con il kèrygma e la testimonianza. Anche tu, novello sacerdote don Giorgio, devi continuare a proclamarlo a te stesso con devota adorazione e agli altri con vera convinzione: vivi ciò che insegni, insegna ciò che celebri, credi a ciò che celebri.
Don Giorno, diventi sacerdote nel nome di Cristo Gesù, per essere servo, discepolo, apostolo del Nome santo, osserva bene, e sai ancora con più certezza, che oggi il ss. Nome o è dimenticato nell’indifferenza o lo si sottintende per nascondere o ci si imbarazza a pronunciarlo, ma non solo nel linguaggio mondano, dove te lo aspetteresti, perfino nella comunicazione ecclesiale. A volte si preferiscono parole astratte, positive in qualche modo, ma senza specificazione o precise descrizioni, non significano nulla: pace, amore, solidarietà. Senza Gesù Cristo non possiamo fare nulla, lui è la nostra pace, il nostro amore, la nostra carità, la nostra salvezza. Diventi il prete di Gesù, vivo e vero, che lui, lui solo, la pace e l’amore, la fede, la vita, la verità, con lui fioriscono, contro odio e violenza, se c’è la conversione al suo Nome. Ovviamente non basta pronunciarlo, ma bisogna viverlo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20), afferma il grande apostolo Paolo sacerdote. Un prete deve essere immerso nel nome di Gesù, in lui che solo salva. Non deve fidarsi di sé stesso, “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo” (Ger 17,5), afferma la Scrittura, delle sue capacità, delle sue possibilità, inventiva e accortezza, le qualità umane sono per produrre frutto, devono essere illuminate e guidate dalla luce del SS. Nome, unica speranza, altrimenti tutto fallisce.
Non c’è altro Nome per essere salvati. Dillo con coraggio il Nome, ossia la presenza esplicita e precisa di Gesù, tu sai e noi sappiamo che cercano volentieri i surrogati di Dio, non ci fu società tanto religiosa della nostra, ma con mille adorazioni di idoli a cui si sacrifica ragione e libertà: sei prete del ventunesimo secolo. Al mondo ancora non cristiano, e al mondo dimentico di lui, annuncia che non c’è altro Nome per salvarsi, poiché Gesù non solo significa “il Signore salva”, ma che salva tutto l’uomo, la persona umana, anima e corpo. Un secolo difficile per voi novelli preti se non siete armati del coraggio della fede, dell’umiltà, della carità, di lui speranza che non delude: il Signore agisce e il suo amore vincerà. Il tuo vescovo, ormai nella seconda parte della vita terrena, che è meno della prima parte, prega e si domanda sul futuro di un novello nostro sacro presbitero, invoca la grazia del nome di Cristo affinché protegga il prete novello e lo dia al mondo pastore secondo il suo cuore.
Ascoltiamo di nuovo s. Paolo ai Filippesi, ascolta tu che ti accingi al Sinai, al roveto ardente dell’altare, al monte santo della Chiesa, al popolo eletto e salvato dal sangue di Gesù, alla gioia di Dio, della Chiesa, di un vescovo. Che i cristiani, che i chierici, vivano la consolazione e il conforto in Cristo, la comunione di spirito, sentimenti di amore e compassione, medesimo sentire e carità, unanimi e concordi, senza rivalità o vanagloria, con umiltà nel considerare gli altri superiori a sé stessi, cercando l’interesse degli altri e non il proprio. Gli stessi sentimenti di Cristo, il suo abbassamento, la kènosis, svuotarci per diventa servi, d’altronde ministro significa servo. Ti affido questo anche a servizio dei tuoi confratelli. Riascoltiamo Paolo: “Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni altro nome perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è il Signore! a gloria di Dio Padre”.
Adesso gioia, esaltiamo insieme il nome del Signore, è questa la missione, l’evangelizzazione, la celebrazione, la preghiera, la prossimità del prete: l’esaltazione del Signore e del suo amore salvifico. Devi essere prima di tutto un prete che prega, che prega bene e molto, sia nella celebrazione dei sacramenti, l’eucaristia, sia nella liturgia delle ore, sia nelle devozioni del popolo cristiano, sia nelle opere di apostolato e di carità. Per noi preti tutto deve essere preghiera, mossa dallo Spirito Santo. In questi sei mesi in cui sei stato con me, come in passato, abbiamo pregato, in episcopio, in cappella, in auto, nelle chiese in attesa delle celebrazioni. Un prete della parola creduta, annunciata, celebrata e vissuta, senza questa realtà di vita il prete non regge, al massimo diventa un mestiere che suo malgrado ormai bisogna portare avanti. Il nome di Gesù, Signoresalva, diventi il tuo programma sacerdotale, poiché tuo tramite il Signore è il Salvatore di tanti, sia di coloro nello spirito affranto, sia nella povertà da sollevare, sia nel peccato da perdonare nel sacramento della penitenza, sia nel malato da ungere. Il prete è tutto lì, nell’incarico di insegnare Cristo, di santificare con Gesù, di servire con Gesù e Gesù nei poveri, in tutti i sensi, che ricorreranno a te, non far trovare la porta chiusa della tua casa, ossia del tuo cuore.
Ama la pace e ama chi non l’ama, come papa Leone ci scrive nel suo messaggio per la giornata mondiale della pace. Sii come il divino Bambino, concepito nel grembo e a cui fu messo nome Gesù, che è venuto disarmato e disarmante, ancora parola del Papa. Anche tu prete disarmato e disarmante, tra clero e fedeli, vincerai, ma con la croce di Gesù il Nazareno. Stai sempre con Cristo Messia povero per i poveri, e lo siamo tutti, come si afferma nella recente es. ap. Dilexi te. La Madonna del titolo del Carmelo, regina della pace, madre dei sacerdoti, ti protegga sempre. Come lei custodisci queste cose meditandole nel tuo cuore, per tutta la tua vita. E adesso procediamone a farti nascere presbitero della Chiesa cattolica, nel nome di Gesù sommo ed eterno sacerdote.
+Francesco Sirufo
