Domenica delle Palme 25 marzo 2018

25-03-2018

Omelia della Domenica delle Palme, 25 marzo 2018, Cattedrale, Acerenza.

Miei cari fratelli e sorelle, reverendi presbiteri concelebranti, reverende suore, cari giovani in questa XXXIII Giornata Mondiale della Gioventù, cari catecumeni, gentili autorità civili presenti.

Abbiamo dato inizio solenne alla grande Settimana in cui a livello liturgico si dispiega davanti a noi tutto intero il mistero di Cristo morto e risorto per noi uomini e per la nostra salvezza. Al Vangelo della partenza processionale oggi abbiamo ascoltato: “Quando furono vicini a Gerusalemme presso il monte degli ulivi ” (Mc 11,1). Anche noi ormai siamo vicini spiritualmente alla Santa Città dove si consumerà l’offerta del Corpo e del Sangue del Signore. Ormai i luoghi e gli avvenimenti evangelici della passione del Signore devono diventare vividi ed efficaci nella nostra vita spirituale. Ogni cristiano da questo momento parte dal Monte degli Ulivi per vivere con Gesù la sua Pasqua. I rami di ulivo che abbiamo innalzato salutando l’ingresso di Cristo in Sion ci hanno accompagnato nell’acclamazione del Vangelo di Marco: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli ” (Mc 11, 9-10).

Entrati poi nella basilica cattedrale il clima festoso e osannante ha ceduto il passo all’ascolto delle letture bibliche della passione del Signore: “Non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro” (Is 50,5), previde il profeta Isaia riguardo a Gesù obbediente al Padre fino alla croce, fino alla sua ora, l’ora dell’amore totale del chicco di frumento che si frantuma e sparisce nelle zolle della terra, fino ad annientarsi, per far fruttificare la pianta e il frutto del grano per il buon pane. Cristo umile e obbediente che entra nella città santa di Gerusalemme su un’umile cavalcatura segno di mitezza e di pace, non come gli eserciti dei conquistatori violenti che entrano presso le case degli innocenti con armi di distruzione e ordigni di morte.

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, sono le parole del salmo 22 (21) che Gesù grida sulla croce come preghiera di supplica al Padre e nello stesso tempo di fiducia e di abbandono alla sua volontà. Vorrei soffermarmi sul salmo che il Signore ha gridato in croce: “Si fanno beffe di me, storcono le labbra, scuotono il capo, mi accerchia una banda di malfattori, hanno scavato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa, si dividono le mie vesti”. Meditiamo le parole di Cristo sulla croce: l’usanza era di iniziare il salmo per indicare tutto il contenuto. Le beffe, lo scherno, l’indifferenza, la malvagità, la violenza, l’annientamento dell’altro, la rapina, descrivono la situazione dell’uomo povero e debole, nudo e denudato davanti al male e all’odio. Si riassumono nella persona, nel corpo di Cristo, nella sua anima. “ Svuotò se stesso assumendo la condizione di servo….umilio se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”, ci dice S. Paolo oggi nella lettera ai Filippesi. Ci stupisce e sempre ci commuove questa obbedienza e umiliazione di Cristo fino alla morte terribile di croce per amore al Padre e per amore nostro. Ci indica la vera via dell’amore: svuotarsi, annientarsi nel dono di se all’altro, nella più completa abnegazione del proprio io. All’antica e permanente superbia umana viene contrapposta in maniera redentiva l’umiltà assoluta del uomo nuovo: Gesu di Nazaret sospeso alla croce. “Prendete,questo è il mio corpo… Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti” (Mc 14, 22-23), abbiamo ascoltato dall’odierno Vangelo di S. Marco. Il sacrificio di Cristo sulla croce non è soltanto il simbolo di tutti i sofferenti e gli innocenti uccisi a causa della violenza umana: è il Figlio di Dio che si offre in croce per sanare e guarire la ferita originale, si apre e si squarcia la ferita del suo cuore per chiudere e rimarginare la nostra ferita del peccato e della tracotanza contro Dio e contro il prossimo. Ma non potrebbe guarirci quella ferita del fianco del Redentore se dal sepolcro non fosse uscito quel Corpo glorioso il terzo giorno.

Eloì, Eloì, lemà sabactàni? ”: ascoltiamo nel testo della passione di Cristo del vangelo di S. Marco. Lo abbiamo proclamato nella lettura eccezionale che a più parti, permesse a tutti i fedeli, per significare che ciascuno di noi prende parte alla testimonianza del Vangelo. “Il Signore Dio mi assiste , per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso, previde di Cristo Isaia, e il salmo 22 (21) riafferma questa fiducia dell’innocente perseguitato “Tu mi hai risposto! Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea…egli non ha disprezzato né disdegnato l’afflizione del povero, il proprio volto non gli ha nascosto, ma ha ascoltato il suo grido di aiuto…ma io vivrò per lui!”. Il salmo pregato da Gesù in Croce descrive in preghiera e supplica le sofferenze e la gloria del giusto, delinea tutto il Triduo Santo: l’offerta della sofferenza a Dio, l’invocazione di aiuto, il momento del dolore come sensazione della lontananza di Dio, la certezza che il Signore non abbandona, la gioia per la salvezza ritrovata, la testimonianza a tutti della fedeltà di Dio. Come non pensare a quanto abbiamo ascoltato da S. Paolo ai Filippesi: “Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra e ogni lingua proclami ‘Gesù Cristo è il Signore!’, a gloria di Dio Padre”(Fil 2,9-11).

Dalla croce, dalla Pasqua, dall’abbassamento della morte e dall’innalzamento della risurrezione sgorga il kerigma in ogni lingua: Gesù è il Signore. E’ il kerigma che è stato annunciato in ogni lingua a questi nostri cari fratelli d’Africa che si sono trovati tra di noi nei loro viaggi e nelle loro vicende, il kerigma “Gesu è il Signore”, che già avevano ascoltato da ragazzi nelle terre d’origine, è diventata qui una vocazione precisa: battezzarsi, affinché ogni ginocchio si pieghi al santo e salvifico nome di Gesù. Al cammino che dalla patria li ha portati tra noi, hanno aggiunto il cammino di catecumeni che li porterà al fonte battesimale nella notte dell’Anastasis, del risveglio, della risurrezione, nella veglia pasquale. Dio li ha chiamati per nome, sulla fronte hanno ricevuto il segno della croce, hanno ricevuto il Simbolo e la Preghiera del Signore, su di loro è stata pronunciata la preghiera di esorcismo, adesso completano con il cammino partecipando per intero alla Settimana Santa.

Sono giovani che si accompagnano ai nostri giovani: abbiamo voluto pensare e soccorrere non soltanto le loro necessità materiali, ma abbiamo voluto aiutarli principalmente anche nella loro necessità spirituale, le opere di misericordia non sono solo sette, ma sono quattordici. Avevano iniziato in Africa la conoscenza di Gesù, circostanze drammatiche hanno impedito di completare nelle loro città o nei loro villaggi, hanno trovato in Acerenza il momento favorevole, il tempo della salvezza: il Battesimo, la Cresima e la Comunione eucaristica.

Oggi la Giornata Mondiale della Gioventù nell’anno del Sinodo dei Vescovi sui giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Il nostro caro Papa Francesco ha scelto come messaggio per oggi a tutti i cari giovani di Acerenza, della Arcidiocesi e di tutti i continenti le parole di Dio alla giovane Maria di Nazaret: “Non temere, Maria, hai trovato grazia presso Dio” (Lc 1,3 ). Non abbiate paura, cari giovani, Dio vi chiama per nome, vi conosce, vi ama. Avete trovato grazia presso di Lui, cioè avete trovato Gesù, vera ed eterna grazia del Padre per noi tutti. Come la giovane Maria di Nazaret, che oggi 25 marzo veneriamo come l’ Annunciata e in settimana santa come l’Addolorata, fidatevi di Gesù, affidatevi a Gesù, confidatevi con Lui. “Egli nulla vi toglie e tutto vi da” (Benedetto XVI, GMG 2005) .

Ai cari catecumeni, a tutti voi cari giovani e ragazzi, a voi cari cristiani adulti e anziani, cosa ci dice Gesù per la Settimana Santa? Lo abbiamo ascoltato: “Restate qui. Vegliate e pregate” (Mc 14,34.38 ), cioè viviamo intensamente nella partecipazione numerosa, assidua e intensa alla liturgia e alla devozione del Triduo Pasquale , e poi “Alzatevi, andiamo” (Mc 14,42 ), cioè prepariamo la mente e il cuore per vivere con Gesù la salita al calvario e la luce della risurrezione. “Restate qui. Vegliate e pregate…Alzatevi andiamo ”.