OMELIA PER LA MESSA CRISMALE 2009: L'OLIO DELLA CHIESA

Sorelle e fratelli carissimi,

ritorna il Giovedì Santo che ci vede convocati in questa nostra Basilica Cattedrale per la celebrazione della Messa Crismale e vedo, con grande gioia, che non manca nessuno: ci siete tutti, chiesa di Dio che sei in Acerenza, con me, tuo vescovo, e voi presbiteri, seminaristi, religiose, religiosi, comunità parrocchiali, associazioni e movimenti.
A tutti e a ciascuno porgo il mio più cordiale, fraterno e paterno: BENVENUTI!
Rendiamo grazie a Dio che ci fa dono di questa santa assemblea, popolo di Dio in cammino e pellegrinante nelle vicende del mondo, per “annunciare la morte del Signore, proclamare la Sua risurrezione, nell’attesa della Sua venuta”.
Permettetemi di rivolgervi una domanda: perché siamo qui?
Sono certo che mi risponderete: siamo venuti per vivere una straordinaria esperienza ecclesiale, nella rassicurante comunione fraterna e ministeriale del Vescovo con i suoi presbiteri, chiamati oggi a rinnovare il SI’ delle promesse pronunciate il giorno dell’Ordinazione Presbiterale, nell’ascolto della Parola di Dio, nell’accoglienza degli Olii benedetti dei Catecumeni, del Crisma e degli Infermi e per comunicare al Corpo e al Sangue di Cristo, memoriale della Sua Pasqua e nutrimento della nostra vita cristiana.
Desidero quindi, nell’omelìa di questa Messa Crismale, leggere con voi i momenti che caratterizzano questa particolare celebrazione eucaristica per comprenderne ancora meglio il loro profondo significato ed il messaggio che essi oggi ci consegnano.

1. Abbiamo puntato i nostri occhi sui lettori che hanno proclamato la Parola di Dio e abbiamo aperto i nostri orecchi per ascoltarLa e ci è sembrato di rivivere, in quel momento, l’atmosfera della sinagoga di Nazareth: il nostro sguardo su Gesù, Parola di Dio eterna ed immutabile, che continua a parlare al cuore dei suoi discepoli.
E’ Lui dunque il compimento e l’adempimento della Scrittura, anzi è Lui quella Scrittura, è Lui la realizzazione del progetto messianico, sognato da Isaia, di un profeta per un lontano domani, mosso dallo Spirito del Signore e con il segno distintivo dell’unzione perché i poveri, i cuori spezzati, gli schiavi, i prigionieri e gli afflitti vedessero versato sulle loro ferite l’olio della consolazione.
Il sogno di Isaìa andava ancora oltre nella visione di un popolo tutto sacerdotale, senza più un tempio ‘fatto da mani di uomo’, senza più distinzioni e senza più confini, partner di un Dio che in Gesù Cristo, Suo Figlio, avrebbe stretto con lui un’alleanza ‘perenne’.
Luca, nel brano del suo Vangelo, indica in Gesù il profeta per l’oggi, perché in Lui, in ogni tempo e in ogni luogo e per ogni uomo, si fa presente l’oggi di Dio.
E non siamo forse noi, carissimi, oggi, qui, in questa aula liturgica, come discepoli di Cristo, il nuovo popolo messianico che porta in sé tutte le speranze dell’umanità? Anche noi, pur consapevoli della nostra fragilità, ma in forza del nostro Battesimo, possiamo dire, come Gesù, che lo Spirito Santo è su di noi per inviarci a “predicare un anno di grazia del Signore”.
Contempliamo e siamo allo stesso tempo la visione e la realtà descritte dal Libro dell’Apocalisse: il Cristo, l’Alfa e l’Omega della storia, il sommo ed eterno Sacerdote, ” che vive immortale con i segni della passione”, che ha fatto dono del suo Sacerdozio perché la Chiesa, regno di sacerdoti, continui ad offrire il sacrificio di lode a gloria di Dio Padre.
L’ascolto della Parola diventi sulle nostre labbra l’ eterno canto di coloro che amano il Signore e agisca nella nostra vita di credenti e di discepoli come forza e dinamismo di comunione, di fraternità e di carità.

2. Passo ora al secondo momento di questa Messa Crismale: la rinnovazione delle promesse sacerdotali da parte dei nostri carissimi presbiteri davanti al vescovo a davanti alla comunità.
Consentitemi, fratelli e sorelle, di rivolgermi a loro a nome mio e di tutti voi per esprimervi, carissimi fratelli nel ministero presbiterale, posti a servizio e a guida di questa chiesa, un grazie sincero e affettuoso per il vostro quotidiano, generoso, infaticabile ed instancabile essere pastori tra la vostra gente.
Prete come voi, da 37 anni, e vescovo in mezzo a voi da tre anni e mezzo, sento questo momento con emozione e con responsabilità e vorrei dirvi con le parole pronunciate dall’allora Card. Montini nel Giovedi Santo del 14. 04. 1957: “Giovedì Santo! E’ il nostro giorno, come sapete. Se non lo commemoriamo noi sacerdoti, chi lo può più degnamente? E se non ci incontriamo in tal giorno, quale altro sarà più propizio? E se non ce lo diciamo scambievolmente, come ne avremo piena coscienza?”
L’emozione per il comune ricordo della nostra Ordinazione Presbiterale che ci ha fatto e ci farà ritrovare insieme in tante circostanza gioiose(l’O.P. del nostro don Francesco Paolo Nardone il 25 ottobre ’08, il 50° di don Antonio Giganti il 15 marzo u.s., il 70° di O.P. di Mons. Canio Forenza, il 2. 7. p.v., e il 25° di don Antonio Cardillo, l’11. 08. p.v.) in ringraziamento al Signore per averci chiamato alla Sua sequela così come l’esserci stretti ai confratelli colpiti dal lutto per la morte dei loro genitori, unitamente ai ritiri spirituali e formativi, sono sicuro hanno confermato e corroborato l’appartenenza all’unico presbiterio diocesano, seconda nostra e vera famiglia.
E, purtroppo, in questo Giovedì Santo, con molto dolore e sofferenza lo dico, ma anche con sofferta preghiera per lui, un figlio ed un fratello non si siederà con noi alla mensa eucaristica.
Nella mia responsabilità non posso non ricordarvi poi che soltanto l’unità di fede, speranza e carità del presbiterio intorno al Vescovo è garanzia del mantenimento dell’unità nello sviluppo e nell’equilibrio del tessuto ecclesiale.
“In confidenza di Padre” vi partecipo che talvolta leggo nei vostri sguardi e nelle vostre parole la fatica della comunione fraterna e della collaborazione, la delusione per qualche insuccesso pastorale, il timore nell’intraprendere cammini pastorali più rispondenti all’odierno contesto sociale e culturale, la tentazione di chiudervi nelle rassicuranti ma spente liturgie della quotidianità e lasciare che il gregge a voi affidato vada per la sua strada.
Da questa cattedra, nell’ umile consapevolezza delle mie fragilità e delle mie inadempienze di cui vi chiedo perdono, non posso venir meno al mio dovere pastorale di incoraggiamento e di fiducia in quel Signore e Maestro che ci ha degnato di uno sguardo di predilezione e di vocazione.
L’Anno Paolino che stiamo vivendo vi doni la grazia di una evangelizzazione a tutto campo, negli areopaghi e nelle agorà del nostro tempo non sempre disponibili ad ascoltarci, predicando l’insegnamento di Cristo con amore e con intelligenza, nulla lasciando all’improvvisazione pastorale o al facile consenso.
Sua Santità ci offre un bel dono: a partire dal 19 giugno p.v., nel 150° anniversario della morte del Santo Curato D’Ars, l’Anno Sacerdotale che si concluderà il 4 agosto 2010.
Questa sera, nell’abbraccio delle vostre comunità parrocchiali, quando smetterete la casula per cingervi il grembiule e, inginocchiandovi, prenderete nelle mani, un giorno unte con il Sacro Crisma, i piedi dei vostri fratelli ci ricorderemo delle parole di Gesù: “……anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”.(Gv 14,14-15)
E, in quell’anamnesi, è tutta la nostra vita di ministri ordinati, servi del Vangelo e del popolo di Dio.


3. Miei cari fratelli e sorelle, continuiamo a lasciarci trasportare dallo Spirito di Dio per comprenderne i segni, cioè i tre oli che tra poco benediremo: l’olio degli infermi, l’olio dei catecumeni, l’olio crismale.
“Come dire: l’olio degli ultimi, l’olio dei lottatori e dei testimoni, l’olio dei primi”.(+ don Tonino Bello)
E’ l’olio della Chiesa!
Di quella comunità messianica e di quel popolo sacerdotale che non distoglie lo sguardo dal Cristo, uomo dei dolori, ‘che ben conosce il patire’, che si è fatto carico di tutte le nostre miserie e di tutte le nostre fragilità.
Il nostro pensiero va in questo momento alle vittime, ai dispersi, ai feriti, agli sfollati del devastante terremoto in Abruzzo.
Ai sofferenti, ai diversamente abili, agli ammalati, specialmente quelli terminali, negli ospedali, nelle cliniche e nelle nostre case.
Agli ultimi di questo nostro mondo, ai disperati, alle vittime della criminalità, dell’alcool e della droga.
Chiediamo al Signore, oggi, sulla Chiesa, sulla nostra chiesa, l’effusione abbondante di questo olio, l’olio degli ultimi!
Ridiscenda ancora su tutti noi, battezzati nella morte di Cristo per morire al peccato e risorgere ad una vita nuova, l’olio dei catecumeni.
Certo, ne sono sicuro e ne abbiamo fatto lo slogan di un nostro convegno ecclesiale, “questo è un bel tempo per essere cristiani”, ma è altrettanto vero che, senza cedere a tentazioni di nuove crociate o a raccogliere guanti di sfida, questo tempo domanda cristiani forti nella fede, che non hanno paura di scendere in campo, di rendere visibile e udibile il Vangelo e di sperare nonostante tutto nell’avvento del Regno di Dio.
Non ci illudiamo: il peccato, una parola tremenda, evocante il tragico mistero dellper allontanamento dell’uomo da Dio, è lì sempre in agguato per sorprenderci e sconfiggerci. In quel momento ricordiamoci di essere stati unti sul nostro petto per un’ esistenza segnata dalla potenza della grazia di Cristo, vincitore del peccato e della morte.
E, infine, fratelli e sorelle, lasceremo volentieri che in questa nostra cattedrale si sprigioni il profumo del Sacro Crisma, così come accadde nell’unzione di Betania dove “tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento”.(Gv 12,4)
E’ l’olio che ci rende partecipi di Cristo, Re, Sacerdote e Profeta.
E’ l’unzione che nel Battesimo, nella Cresima(un particolare e affettuoso saluto porgo a tutti i nostri cresimandi), nell’Ordinazione Presbiterale ed Episcopale fa della Chiesa tutta un popolo di Sacerdoti, di Profeti e di Re.
Di Sacerdoti: di persone, cioè, esperte di Dio ed esperte di umanità, capaci di lasciare le impronte di Gesù Cristo sulla cronaca e sulla storia, nel tempo e nello spazio, a far convergere tutto il cosmo verso di Lui.
Di Re: dunque di persone libere e non di schiavi. Una Chiesa di stirpe regale, di gente incamminata verso il Regno e che indica nella persona umana, in ogni persona umana, la regale dignità di figlio di Dio.
Di Profeti: non di pavidi, di reazionari e di nostalgici del passato. Al contrario, di coraggiosi e audaci portatori di lieti annunci, ostiari di speranza, custodi di una Parola talmente esplosiva da non poter essere disinnescata e resa innocua.
Chiedo al Signore, come vostro vescovo e pastore, che questa nostra comunità ecclesiale si lasci inebriare dall ‘aroma del Crisma e sappia diffondere attorno a sè il profumo di Cristo.

Salga a Dio, da questa nostra assemblea, il rendimento di grazie per le meraviglie che Egli continua a compiere per noi e l’effusione dello Spirito trasformi ancora una volta il pane e il vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo, memoriale della Sua passione, morte e risurrezione finchè Egli venga.
Questa sera, nella Messa detta ‘nella Cena del Signore’, accogliendo e deponendo sulla mensa eucaristica delle nostre chiese parrocchiali gli oli benedetti, lavando idealmente i piedi gli uni agli altri, mangiando il Pane della vita e bevendo all’unico Calice ritroveremo tutta la forza e tutta la gioia del nostro essere discepoli del Signore e membra del suo corpo che è la Chiesa.
Intercedano per noi tutti la Santissima Vergine e Madre Maria, San Canio, Vescovo

Acerenza, 09. 04. ‘09


+ Giovanni Ricchiuti

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