“Io sto in mezzo a voi, come colui che serve (Lc 22,27)”

Omelìa per l’Ordinazione Diaconale dell’accolito ANTONIO ROMANO

        Sorelle e fratelli carissimi,

si sono accese per noi le prime luci del giorno del Signore, XXIX Domenica del Tempo Ordinario, nel vespro di questo sabato 15 di ottobre, memoria del grande dottore della chiesa, S. Teresa d’Avila, riformatrice del Carmelo.
       E, mentre il sole tramonta, vengono in mente le belle espressioni del notissimo canto “Resta qui con noi, il sole scende già, resta qui con noi, Signore, è sera ormai!”.
        Ma Lui, ne siamo certi, ancor prima che glielo chiediamo, come per i due discepoli in cammino verso Emmaus, si è fatto nostro compagno di viaggio e sta volentieri in mezzo a noi, nella Sua Chiesa che lo proclama, nella Pasqua della settimana, Risorto e Vivente, in attesa della Sua venuta.
       Benvenuti, dunque, a tutti e a ciascuno di voi, al presbiterio diocesano o proveniente da altre diocesi, a tutto il Seminario Maggiore Interdiocesano di Basilicata, un grazie particolare al Rettore, al Vice-Rettore, al Padre Spirituale, ai diaconi, ai seminaristi, alle religiose, a voi laiche e laici della nostra chiesa locale per questa celebrazione dell’Eucarestia nella quale l’accolito ANTONIO ROMANO(che saluto, con particolare affetto, insieme ai suoi genitori e a suo fratello) sarà ordinato Diacono.
       Un dono del Signore per tutti noi, la seconda ordinazione diaconale in questo anno e il preludio per il 2012 di due ordinazioni presbiterali.
       Ringrazio, infine, insieme con voi “Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo e Dio di ogni consolazione” per questo giorno, 6° anniversario del mio ingresso in Acerenza, con le parole dell’apostolo Paolo, ascoltate nella seconda lettura or ora proclamata e che faccio mie: "Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti...: ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene" (1Ts 1, 2-5).

LA PAROLA DI DIO

        Il profeta Isaia e l’evangelista San Matteo, nei brani proclamati e ascoltati in questa assemblea liturgica, ci offrono l’occasione per qualche riflessione, credo attualissima, sulle ‘mundanas varietates’ cioè sulle vicende storiche, politiche, economiche che da sempre hanno interrogato e continuano a interrogare la fede dei credenti.
       Anche il popolo di Israele, in esilio babilonese e lontano dalla propria terra, si chiedeva come mai la liberazione e il ritorno in patria avvenissero per mano e per decisione di un re straniero, di Ciro, re dei Medi e dei Persiani, che appunto nel 538 a.C. emanava il decreto che poneva fine alla schiavitù.
       Parlando in nome del Signore il messaggio del profeta invitava Israele a riconoscere l’assoluta libertà di Dio nel dirigere gli eventi della storia e a non indugiare in domande e interrogativi che rischiavano in qualche modo di mettere in dubbio questa verità.
"Perché sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla fuori di me. Io sono il Signore, non ce n’è altri"(Is 45, 6).
       Questa affermazione biblica, come tante altre in contesto antico-testamentario, tendeva da una parte a demitizzare qualsiasi pretesa dei governanti dei popoli di considerarsi al di sopra di ogni regola e norma e di elevarsi ad un livello di divinizzazione, dall’altra ad evitare possibili atteggiamenti di anarchìa.
       La fede professata da Israele nell’unicità di Dio, l’invito profetico rivolto ai re e ai capi delle nazioni perché osservassero il diritto e la giustizia senza compiere soprusi e violenze a danno dei poveri, determinavano di fatto un orientamento ‘teologico’ della vicenda storico-politica e, allo stesso tempo, consentivano il legittimo e autonomo esercizio del potere.
       L’insidiosa questione posta a Gesù dai farisei e dagli erodiani, religiosi ma oppositori del dominio romano che limitava di fatto il loro potere, tendeva in realtà a far sì che il rabbì di Nazareth si esponesse in una risposta che in un modo o nell’altro avrebbe offerto loro un motivo per accusarlo davanti al popolo e davanti all’autorità romana.
       La risposta di Gesù, al contrario, li spiazza perché non confonde i livelli ma, sostenendo che il pagamento delle tasse a ‘Cesare’ riconosce a quell’autorità legittimamente costituita il diritto di riscuotere quanto le è dovuto, ribadisce allo stesso tempo che Dio non c’entra con il versamento o meno del tributo e che la Sua sovranità non è messa per questo in discussione.
       Una fede autentica è chiamata a orientare in senso teologico le ‘mundanas varietates’ perché in esse la presenza di Dio, ancorchè misteriosa e invisibile, si riversa beneficamente sulla dignità della creatura umana.
       La politica e l’economia rispondono certo a logiche proprie, ma non possono prescindere da orizzonti che oggi noi definiamo ‘etici’ e che in realtà, soprattutto per i credenti, fanno riferimento ad una storia degli uomini osservata da Dio e nella quale Egli opera ed agisce.
        “Rendere a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio” significherà per la Chiesa di ogni tempo “...aiutare gli uomini affinchè siano resi capaci di ben costruire tutto l’ordine temporale e di ordinarlo a Dio per mezzo di Cristo” (Apostolicam actuositatem, 7).
“Una destinazione – continua lo stesso documento – che non solo non priva l’ordine temporale della sua autonomia, ...ma anzi lo perfeziona nella sua consistenza e nella propria eccellenza e nello stesso tempo lo adegua alla vocazione totale dell’uomo sulla terra” (Ap. ac., 7).
       La Parola di Dio in questa domenica XXIX del T.O. richiama dunque i discepoli del Signore, ancora una volta, a guardare il mondo con lo stesso sguardo positivo con cui Dio stesso lo ha visto nel dinamismo della creazione e ad operare, in modo particolare nella realtà politico-economica, con quello spirito di libertà e di impegno che miri a “cercare dappertutto e in ogni cosa la giustizia del regno di Dio”(Ap. ac., 7).
       E’ questa la difficile diakonìa dei cristiani nelle realtà temporali, è questo il “servizio” reso soprattutto con la testimonianza della propria vita vissuta con onestà e rettitudine sociali, perché “tutte le realtà che costituiscono l’ordine temporale’ siano orientate all’ affermazione del primato di Dio e, al medesimo tempo, del punto di convergenza di ogni progetto sociale costituito dalla dignità della persona umana.

L’ ORDINAZIONE DIACONALE

       Ed ora, sorelle e fratelli carissimi, dopo aver idealmente rivolto gli occhi su Gesù che le ha parlato, questa assemblea rivolge lo sguardo sul suo giovane fratello Antonio che tra qualche momento riceverà per l’imposizione delle mie mani l’Ordinazione Diaconale.
       Esprimo subito la gioia mia e di tutta la Chiesa di Dio che è in Acerenza per l’evento di grazia che il Signore ci concede di vivere in questa Basilica Cattedrale e la gratitudine alla famiglia di Antonio, alla comunità parrocchiale di Laurenzana, al parroco di ieri e a quello di oggi della stessa(don Mimmo Beneventi e don Giordano Stigliani), alla comunità educativa del Seminario Maggiore e alla comunità parrocchiale di Tolve, per il contributo educativo e formativo offerto nei diversi contesti al futuro diacono.
       Il Diaconato, sin dalle prime origini della comunità cristiana (At 6,1-7), risponde all’esigenza di una Chiesa che vuole mettere al centro della sua azione pastorale non un ministero marginale, secondario per così dire, ma l’icona biblica del Cristo-Servo per sottolineare “la spogliazione e l’umiltà del Cristo: uomo-di-Dio-e-per-Dio, uomo-per-gli-altri, venuto non per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.
       Alla luce di questa icona siamo aiutati a comprendere meglio come ogni ministero riceva significato pieno dalla "diaconìa" del Signore Gesù e sia orientato a rendere chiara la ministerialità della Chiesa, sacramento del Cristo, da cui scaturiscono la consacrazione e la missione di quanti, per una speciale vocazione, nel terreno fertile del sacerdozio comune sono chiamati “a predicare il Vangelo, a presiedere le azioni di culto e a svolgere un ruolo di guida nel popolo di Dio”.
       E, infine, su tutta questa ministerialità cristologica ed ecclesiologica, l’aleggiare del soffio fecondo dello Spirito Santo, presenza invisibile ma reale che anche questa sera nel gesto silenzioso e misterioso dell’imposizione delle mani ancora una volta viene a dirci che soltanto “il dono dello Spirito di Cristo Risorto costituisce l’eletto nel ministero episcopale, presbiterale e diaconale”.
       Tutta la nostra contemplazione di quanto stiamo per celebrare riceve un altro importante e decisivo orientamento in quella parola che in un modo del tutto particolare disegna il volto autentico della Chiesa e segna il discrimine rispetto ad una mentalità mondana che quella parola non ama molto: il SERVIZIO!
        Il Diaconato, permanente o transeunte, è nelle nostre comunità espressione di una Chiesa che il Signore chiama a “servire”, nella storia di ogni tempo, consegnandoLe il Vangelo perché lo annunci ad ogni creatura umana, ricordandole che il servizio all’altare è per la fraternità verso i poveri e i bisognosi e in vista di una cura particolare per la comunione ecclesiale con il vescovo e con il presbiterio.

       Antonio carissimo, siamo qui a gioire e a pregare con te sicuramente in trepidazione per quel che sta per accadere nella tua vita di giovane, di credente e di battezzato che intende mettere la sua esistenza, segnata dall’evento della vocazione al presbiterato, a servizio della Chiesa.
       Preceduto dalla testimonianza positiva dei tuoi formatori, data dal Rettore del Seminario Maggiore, sei qui per ricevere l’ ordinazione diaconale, in quell’itinerario-preludio alla futura ordinazione presbiterale, che a cominciare da questa sera ti costituirà nel popolo di Dio nella multiforme ministerialità che tu, come diacono, eserciterai.
       Davanti a me, vescovo, e davanti a questa assemblea, testimoni gioiosi del tuo SI’, pronuncerai tra qualche istante la volontà di seguire il Signore e di servirLo in libertà, e in generosità, promettendoGli di “spenderti” e di “consumarti” per la Sua Chiesa.
        La promessa di un cuore indiviso, nella matura e radicale scelta del celibato per un “amore più grande”, e la disponibilità totale al vescovo di oggi e ai suoi successori creeranno la condizione perché il soffio dello Spirito Santo attraversi tutta la tua persona, ti rivesta di diaconìa (stola e dalmatica), ti faccia servo della Parola (la consegna del Vangelo) e buon samaritano per quanti, vittime delle logiche di potere, di ingiustizia e di oppressione, ti sveleranno nella loro sofferenza il volto autentico del Cristo.
       Il cammino ministeriale che si apre davanti a te è passaggio molto delicato dalla vita formativa (e in qualche modo protettiva) del Seminario alla diretta assunzione delle prime responsabilità pastorali e là dove il vescovo ti invierà sappi essere un giovane diacono spiritualmente robusto, umile nell’apprendere dalla comunità e dal presbitero che la guida l’arte pastorale, attento in modo particolare ai giovani e ai ragazzi, generoso e infaticabile nel servire.
Ti accompagnino e ti sostengano in questa “avventura” la Vergine Santissima, ancilla Domini, la cui memoria porti nel tuo secondo nome Carmelo, il B. Egidio da Laurenzana, San Canio, vescovo e martire, S. Teresa di Gesù e tutti i Santi che tra qualche momento invocheremo.
Subito dopo l’ Ordinazione, per la prima volta, sarai in questa celebrazione eucaristica diacono della mensa e possa tu, è il nostro augurio per te, carissimo Antonio, nell’ accostarti ad essa cingerti idealmente il grembiule per servire il Signore e servire i fratelli.
Buon e fecondo diaconato!

Acerenza, 15 Ottobre 2011
Memoria di S. Teresa di Gesù

               + Giovanni Ricchiuti



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