Il dono, la grazia, la salvezza
(Omelìa per la Messa della Notte, 25 dicembre 2010)

Sorelle e fratelli carissimi,

è bello ritrovarsi insieme, ancora una volta, in questa notte di Natale, per partecipare e celebrare con la liturgia natalizia l’evento che noi, cristiani, viviamo non tanto e non solo per provare emozioni e sentimenti dolcissimi, quanto per annunciare nell’ “oggi” della nostra storia e del nostro tempo che la nascita di Gesù di Nazareth è la presenza stessa di Dio in mezzo all’umanità.
Ritrovando noi per primi, spero, l’incanto e lo stupore, come negli occhi dei bambini davanti al presepio e nelle melodie natalizie di notti e di cieli stellati che prodigiosamente si aprono, simili al grembo di Maria, perché scenda il Salvatore, non possiamo non interrogarci, da adulti cristiani, sul senso e sul significato di questa festa.
Per raccontare la Fede, per lasciare spazio alla Speranza, per liberare il dinamismo dell’Amore.
E la sorgente del nostro contemplare, riflettere e pensare non può che scaturire dalla Parola di Dio, or ora proclamata e ascoltata in questa assemblea eucaristica, ‘incarnata’ nelle parole degli uomini, di Isaia, di Paolo e di Luca e incarnata soprattutto nella persona stessa di Gesù Cristo perchè “verbum caro factum est”!
Un grande padre della Chiesa, san Girolamo, così si esprime in riferimento alle parole della Sacra Scrittura rivelatrici della PAROLA e alla PAROLA che si riveste delle parole umane: “Noi leggiamo le Sante Scritture. Io penso che il Vangelo è il Corpo di Cristo; io penso che le Sante Scritture sono il suo insegnamento. ….. Quando ci rechiamo al Mistero (eucaristico), se ne cade una briciola, ci sentiamo perduti. E quando stiamo ascoltando la Parola di Dio, e ci viene versata nelle orecchie la Parola di Dio e la carne di Cristo e il suo sangue, e noi pensiamo ad altro, in quale grande pericolo non incappiamo?”(1)

Ho voluto introdurre questa omelia natalizia con il richiamare, a me per primo e a voi tutti, quanto sia necessario questo atteggiamento interiore di fede per comprendere la Parola e renderla feconda nella nostra esperienza di credenti.
Alla luce dunque della proclamazione e dell’ascolto dei brani della Sacra Scrittura di questa Messa della Notte nella Natività del Signore penso che esse ci consegnino tre chiavi di lettura che ci aiuteranno ad entrare nell’ evento misterioso e gioioso, allo stesso tempo, dell’INCARNAZIONE.

La prima la colgo nel brano di Is 9,5 (prima lettura) là dove il profeta, nel leggere i segni drammatici del suo tempo, intravvede comunque una ‘grande luce’ per il popolo immerso nelle tenebre e nell’oscurità che gradualmente si cambieranno in gioia incontenibile.
Perché, annuncia il profeta, “un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”.
Come non pensare immediatamente alle parole dell’angelo Gabriele a Maria: “Ed ecco, concepirai un figlio… (Lc 1,31)” e a quelle dell’angelo ai pastori: “ …….vi annuncio una grande gioia…: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore... Questo per voi il segno: troverete un bambino… (Is 9, 10.12)”?
Nel bambino e nel figlio di Israele il dono di Dio al suo popolo, nel Figlio e nel Bambino di Betlemme il dono Dio per tutta l’umanità.
Ecco, carissimi, la parola-chiave: Gesù è il DONO di Dio Padre a noi suoi figli e sue creature ed è il modo con cui Egli ci ama e ci educa.
Un figlio, ne abbiamo esperienza, è un dono per i suoi genitori ma ha bisogno di essere educato e formato dai loro interventi pedagogici che sono tanto più efficaci quanto più si rivestono di amore e di verità per conquistare il suo cuore.
Ma non siamo noi ad educare e formare quel Figlio concepito da Maria e quel Bambino adagiato nella mangiatoia; al contrario, è Lui il dono che ci forma e ci educa, il Figlio e il Bambino che nella profezia messianica di Isaia ha “sulle sue spalle il potere” e il cui nome è “Sapienza mirabile, Potenza divina, Paternità infinita, Signoria di pace”.
Lasciamoci ‘condurre fuori’ dalle nostre presunzioni, dai nostri orgogli, dalla nostra sete di potere e dalle nostre guerre quotidiane, mettiamo con fiducia le nostre grandi mani nelle sue piccole mani, non ci abbandoniamo a quella ostinazione umana che rifiuta il dono e lo guarda con sospetto.
No, Dio nel suo Figlio Gesù ci fa il regalo più grande, il dono che scivola tra le nostre braccia e ci rende felici!
“La strada della felicità, al seguito di Gesù, - ha scritto recentemente in una sua lettera ai giovani fr. ALOIS, l’abate della comunità di Taizè,- sta nel donare noi stessi, giorno dopo giorno. Attraverso la nostra vita, in una grande semplicità, possiamo affermare l’ amore di Dio”.

La seconda parola-chiave è ‘GRAZIA’, quella di cui Paolo parla nella sua lettera a Tito (1,11-15), quando afferma che in Gesù Cristo ‘è apparsa’ come una luce splendida che squarcia il buio, che ‘porta la salvezza’ e che ci prende per mano e ci guida su strade giuste e rette.

La ‘grazia’ nel linguaggio biblico sta ad indicare l’atteggiamento di Dio sempre favorevole nei confronti dell’uomo, che non sta mai contro la sua creatura perché Egli è un Dio “grazioso”.
Un aggettivo, quest’ultimo che noi attribuiamo ad una persona dai tratti dolcissimi, dalla fisionomia delicata, dallo sguardo benevolo, dalla parola mite e mai aggressiva, forte e suadente allo stesso tempo.
Dio è così, come hanno tentato di definirLo i testi della Sacra Scrittura, fino all’affermazione paolina che Gesù è la grazia ‘apparsa e apportatrice di salvezza’, che si è manifestata prima di tutto nei tratti graziosi del Bambino-Gesù per manifestarsi definitivamente poi in Lui, annunciatore del Vangelo fino al momento della sua passione, morte e risurrezione.
Gesù, dunque, è la GRAZIA:
che insegna ed educa ‘ a rinnegare l’empietà’, cioè, ad una relazione sincera e filiale con Dio, senza relegarLo ai margini dell’esistenza o, ancor peggio, ad escluderLo completamente dal proprio orizzonte di vita;
che insegna ed educa a vivere senza cedere alle lusinghe di questo mondo;
che ci invita a privilegiare stili di vita e comportamenti ‘sobrii’ e ‘giusti’;
che fa di noi, cristiani, un popolo in cammino e in attesa perchè quella GRAZIA, alla fine dei tempi, possa risplendere in tutto il suo fulgore.
Celebrare il Santo Natale sarà per noi, carissimi amici, l’inizio di una vita cristiana “educata alla vita buona del Vangelo”(2) e testimoniata, nonostante le difficoltà, i dissensi e gli ostacoli, come riflesso luminoso della proposta evangelica affidata da Gesù come missione alla Chiesa.
L’apparizione della GRAZIA deve trasformarci in uomini e donne dai sentimenti ‘puri’, che sentono di ‘appartenere’ al Signore, operatori generosi di ‘opere buone’ in tempi e in momenti, come sono i nostri, nei quali tutto sembra essere in qualche modo contaminato, in qualche modo segnato dalla bramosia di possedere persone e cose, in qualche modo più inclini alla sporadica opera buona e meno disponibili a costruire pazientemente un futuro di grazia.
Qualcuno ha scritto che c’è crisi di speranza e di fiducia e che, soprattutto, siamo in ‘crisi di utopìe’ perché ci accontentiamo di fredde evidenze e di scoraggiante realismo e non siamo più capaci di alzare gli occhi e di lasciarci guidare dalla epifanìa della grazia.
Ma a Natale, desidero ripeterlo, è apparso, per non scomparire mai più, nel Bambino-Gesù, il volto di un Dio ‘favorevole’ per ogni uomo che nasce.
“Questo devi insegnare, raccomandare… (Tt 2,15)” dice Paolo con forza a Tito, suo discepolo.
E’ anche il nostro impegno per diffondere intorno a noi grazia e gioia.

Infine, la terza parola-chiave che spalanca la porta sull’identità di quel Bambino che un angelo del Signore indica ai pastori come il SALVATORE: il Natale del Signore è il dono di grazia che porta a tutta l’umanità la SALVEZZA.
Una parola molto frequente nel nostro linguaggio, in particolare quando leggiamo la cronaca drammatica di eventi catastrofici, l’esito positivo da una grave malattia, il racconto dei superstiti di tragedie causate da incidenti vari comprendiamo che coloro che si sono salvati sono tornati con gioia tra le braccia dei famigliari e, gridando al miracolo, riprendono a vivere con impressa nella loro memoria il ricordo della salvezza.
La fede cristiana ci racconta, nel libro della Genesi (Gen 1–11) di un grande dramma che ha visto protagonisti, all’inizio dell’ umanità, il Creatore e la creatura.
Un dramma che vede soccombere il primo uomo e la prima donna sotto il peso del peccato d’orgoglio, allontanati dal giardino loro affidato dal Signore-Dio, naufraghi e smarriti nel mare della storia. Violenze, conflitti, ingiustizie sociali, guerre e disordini morali segneranno da quel momento, e continuano purtroppo a segnare, i giorni dell’ uomo.
Nessuna speranza, dunque? Nessuna possibilità di salvezza? Condannati per sempre alla morte?
Ma Dio non abbandona, non è infedele, quella creatura capolavoro del Suo intervento creativo gli sta a cuore, gli importa che si salvi dal naufragio e dallo smarrimento. E ricomincia, con pazienza, con amore e con forza, a rimarginare le ferite perché ritornino sul volto dell’umanità ‘la Sua immagine e la Sua somiglianza (Gen 1, 26).
E’ la STORIA DELLA SALVEZZA, come ci dicono i teologi.
Quella che incomincia con la scelta del popolo di Israele che scrivendo la sua storia, nella Bibbia, avrà la certezza che il Signore-Dio sarà colui che salverà l’umanità. Così profetizzerà Zaccarìa nelle parole del Benedictus (Lc 1,67-79) in riferimento alla nascita e alla missione del suo figlio Giovanni Battista: “E tu, bambino, …andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza…. (Lc 1, 76 -77)”.
In Gesù però si compirà il grande disegno di salvezza perché è Lui il Salvatore, è Lui che “..... infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati (Mt 1, 21)”.
La nostra umanità-popolo, chiedo a ciascuno di voi, ha bisogno di salvezza? Desidera un Salvatore?
O siamo talmente inebriati di deliri di onnipotenza tanto da credere di non aver bisogno alcuno di salvezza che non venga se non dalle nostre capacità? Pensiamo forse che la fede sia una debolezza e che sarebbe più dignitoso per l’uomo vivere senza Dio?
Io penso, al contrario, che siamo venuti in Chiesa questa notte di Natale per dire con la nostra vita di credenti che soltanto in Gesù Cristo, solo in Lui c’è salvezza e speranza!

Continuiamo, sorelle e fratelli, la celebrazione dell’Eucarestia professando la nostra fede, invocando dal Signore pace e concordia per tutto il mondo, coraggio e fiducia per quanti sono nella sofferenza fisica o morale, e spezzando il pane che è Cristo perché diventi, accolto nella nostra esistenza, nutrimento della nostra comunione fraterna e del nostro amore verso il prossimo.

“ O Dio-Bambino,
monda il fango stigio
confondi il mio livido male
effondi Tua nitida Vita.
Ripianta l’ Eden
senza sibilo di serpe
o Amore Perduto
o Dio Ritornato!”
(N. Di Bari)

BUON NATALE!

+ Giovanni Ricchiuti
Arcivescovo di Acerenza



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