OMELIA PER L’ORDINAZIONE PRESBITERALE DEL DIACONO DON FRANCESCO PAOLO NARDONE

Carissimi fratelli e sorelle,
è con immensa gioia che vi accolgo in questa Basilica Cattedrale nei Primi Vespri della XXX Domenica del Tempo Ordinario porgendo a tutti e a ciascuno il mio più cordiale e fraterno saluto e augurando “grazia e pace da parte di Dio nostro Padre e del Signore nostro Gesù Cristo”!
Saluto voi, prima di tutto, carissimi confratelli nel sacerdozio ministeriale: il prebiterio diocesano e quanti provenienti dalle altre chiese di Basilicata, il Rettore, i formatori e i giovani dei Seminari Maggiore e Minore di questa nostra regione. Grazie per la vostra presenza in un pomeriggio e per una liturgia, quella della Ordinazione Presbiterale di don Francesco Paolo Nardone, che ci fa commuovere ed emozionare, nella memoria lontana o vicina della nostra ordinazione sacerdotale.
Benvenuta a te, amata Chiesa di Dio che sei in Acerenza, qui convenuta e rappresentata dalle comunità parrocchiali, per dire grazie al Signore per il dono di un nuovo presbitero.
La nostra lode e il nostro rendimento di grazie sono accompagnate e avvalorate, questa sera, dalla intercessione di Maria, la madre del Signore, nella gioiosa circostanza della peregrinatio della statua della Madonna di Lourdes in Basilicata: a Lei, “SEGNO DI CONSOLAZIONE E DI SICURA SPERANZA” affidiamo il cammino della Chiesa pellegrina sulla terra

1. L’ascolto della Parola
Fissiamo ancora una volta i nostri occhi, fratelli e sorelle, su Gesù Cristo che abbiamo riconosciuto nei brani della Sacra Scrittura, or ora proclamati, di questa domenica come il Maestro che continua a parlare al cuore dei suoi discepoli e della Sua chiesa e affidiamoci alla Sua Parola, lasciandoci condurre con fiducia e con docilità.
Il brano del Vangelo di Matteo (22,34-40), collocato dall’autore nel contesto dei segni e degli insegnamenti che precedono immediatamente il discorso di Gesù sugli ultimi tempi, ci riferisce di un dialogo tra Gesù ed un dottore della Legge, di una domanda capziosa diquest’ultimo in attesa di una risposta che potesse mettere in qualche modo in difficoltà il Maestro.
La Torah costituiva il punto di partenza della questione: qual’ è il grande comandamento?
E alla Torah Gesù rimanda il fariseo, un esperto dunque ed un profondo conoscitore, con una magistrale risposta, citandogli Dt 6,5 e Lv 19,18 e operando una straordinaria sintesi, lungi da qualsiasi tentativo di classificazione caro evidentemente ad una certa lettura dell’A.T., che indicava nell’amore verso Dio e nell’amore verso il prossimo l’atteggiamento fondamentale del vero credente.
Il verbo adoperato da Matteo è ‘agapeseis’ e a tutti noi è subito venuta in mente la parola per così dire ‘magica’ del N.T., AGAPE, che San Paolo prima e San Giovanni poi adopereranno nei loro scritti come l’orizzonte comprensivo della natura stessa di Dio, DIO E’ AMORE,(1 Gv 4,16) e come la dinamica spirituale del vivere cristiano (1 Cor 13).

“Con la centralità dell’amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede di Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza”. ….Gesù ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell’amore di Dio con quello dell’amore del prossimo, … L’amore adesso non è più solo un “comandamento”, ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro”. Così Benedetto XVI nell’enciclica DEUS CARITAS EST.
Il brano di ES 22, 20-26, indicava nel forestiero da non molestare, nella vedova e nell’orfano da non maltrattare e nell’indigente da non vessare l’dentità concreta del prossimo. Gesù nel suo insegnamento andrà oltre identificandosi Lui stesso con ogni fratello e sorella bisognosi, tanto che sempre San Giovanni dirà senza mezzi termini che è menzogna affermare di amare Dio, l’Invisibile, se non si ama il fratello che è visibile.
“Se il contatto con Dio manca del tutto nella mia vita, nell’altro non riconoscerò mai l’immagine divina. Se però nella mia vita l’altro non mi interessa, volendo io essere solamente “pio” e compiere i miei “doveri religiosi”, allora si inaridisce anche il rapporto con Dio. Allora questo rapporto è soltanto “corretto”, ma senza amore. ….Solo il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come Egli mi ama.” (Deus Caritas est, 18)
Ascoltiamo, fratelli e sorelle, il Cristo che ci parla e accogliamo la Sua parola nella nostra vita perché saremo riconosciuti come Suoi discepoli nella misura in cui, e quindi senza misura, ameremo Dio, ci ameremo gli uni gli altri e ameremo quanti, tendendoci la mano, domanderanno un gesto, una parola, un segno di fraternità.

2. L’Ordinazione Presbiterale
Ed ora, quasi spontaneamente, dopo aver messo i nostri occhi sulle labbra del Signore, i nostri sguardi scrutano intensamente questo nostro giovane fratello, il diacono don Francesco, sul quale tra qualche momento invocherò lo Spirito del Signore perché “con il dono della dignità del presbiterato diventi prezioso e necessario collaboratore del vescovo per l’esercizio apostolico”.
Il suo parroco, don Pasquale Orlando, raccogliendo le voci e le testimonianze della comunità di origine (Calvello), del Seminario Maggiore di Potenza, formatori, docenti e amici, luogo della sua formazione seminaristica, della comunità parrocchiale di Anzi, dove il nostro don Francesco ha svolto il tirocinio pastorale, del gruppo degli amici di Bassano del Grappa, ambiente di studio e di lavoro, lo ha presentato alla Chiesa chiedendo a me di ordinarlo sacerdote.
Colgo questo momento per dire il mio più sincero e gioioso grazie a quanti, nelle diverse situazioni e responsabilità, hanno accompagnato, formato, preparato, sostenuto e incoraggiato Francesco lungo il suo cammino. Un grazie particolare, il primo sul piano affettivo e pedagogico, a mamma e a papà così come al suo fratello perché la famiglia costituisce da sempre il terreno fertile della vita cristiana e della vocazione.
A tutti voi dico: GRAZIE!
Ma da questa assemblea, silenziosa e attenta, sembrano affiorare due domande: per CHI e PERCHE’ Francesco, con libertà e con responsabilità (come dal SI’, LO VOGLIO che all’inizio della liturgia di Ordinazione egli pronuncerà per ben sei volte davanti al Vescovo) impegna tutta la sua esistenza, radicalmente ed irrevocabilmente, nel ministero presbiterale?
E’ semplice, cari amici! Lui diventa prete per amore, per amore a Cristo, perché, un giorno, una chiamata gli è giunta e non è andata persa, perché il Maestro è passato, lo ha guardato e lo ha invitato a seguirLO e, come nell’esperienza del profeta Geremia, Francesco è stato sedotto e si è lasciato sedurre.
Dunque un innamoramento che sa di ‘passione’, che sembra essere umanamente ’folle’, da non capirci più niente secondo la logica umana: ma se un prete non è affascinato da Cristo, come potrà farne il Bene supremo della sua esistenza? Come potrà seguirLo sapendo che il Signore non ha nemmeno una pietra dove posare il capo? Come potrà vivere e raccontare la sua obbedienza al Vescovo e alla Chiesa?
Nell’esperienza inenarrabile della Vocazione e della Risposta soltanto il coraggio di perdersi nel Signore sarà la condizione indispensabile per ritrovarsi liberi dalle cose, capaci di ‘un AMORE più grande’, sempre più somiglianti al Cristo obbediente al Padre.
Ed è ancora più semplice allora comprendere il perché di una scelta e di un progetto di vita così gioiosamente esigenti: servire la Chiesa, in persona Christi, fino a spendersi totalmente per lei, sposa e madre.
In questa dinamica del prete-servo non c’è e non ci può essere posto per una visione del ministero presbiterale che ceda facilmente alle lusinghe della carriera, alla orgogliosa affermazione di sé, a quella sopravvalutazione delle proprie capacità che lo isola e lo rende individualista, ad atteggiamenti autoritari privi di umanità, di comprensione e di misericordia.
Questo è il presbitero che la Chiesa e il mondo oggi domandano: un uomo attratto da Gesù Cristo e che lega indissolubilmente la sua esistenza per sempre alla Chiesa. Che dall’altare e dall’ambone diventi maestro della Parola e testimone di comunione. Che nell’ascolto delle gioie e dei dolori, dei successi e dei fallimenti esistenziali si fa compagno attento e premuroso dei fratelli e delle sorelle affidati alla sua premura di pastore nel popolo di Dio. Amico ed educatore per le giovani generazioni. Che metta la famiglia tra le sue prime e permanenti attenzioni pastorali. Che sappia leggere ‘i segni dei tempi’ con intelligenza e con fiducia.

3. All’Ordinando
Carissimo don Francesco, come vedi siamo tutti qui a gioire e pregare per te!
A dirti che riconosciamo in te, oggi, il destinatario di un dono particolare del Signore che ti chiama a seguirLO più da vicino e per il quale un’intera esistenza non sarà sufficiente per esprimere umile e profonda gratitudine.
Nell’immagine e nella icona biblica che hai scelto per annunciare la tua Ordinazione Presbiterale hai voluto indicare la prospettiva fondamentale del tuo futuro ministero richiamando il passo paolino di Gal 2,20: l’apostolo è colui che intende conformarsi totalmente a Cristo, al mistero della sua passione-morte-risurrezione, perché nella sua fragile vita è entrata la vita stessa di Cristo generando un’appartenenza così unica, così straordinaria che all’ Apostolo fa dire che “ non è più lui che vive ma è Cristo che vive in lui” Francesco, ti dico e ti diciamo: abbandònati, consègnati al Signore con gioia e con fiducia! Sta qui la garanzia della tua fedeltà e della tua perseveranza, in questi atteggiamenti interiori(la spiritualità) che daranno al tuo ministero visibilità sincera e solare.
Non temere e non aver paura, dì il tuo SI’, come Maria, e lascia che il Signore manifesti in te e attraverso di te il suo progetto di amore.
I Santi, San Francesco di Paola, San Canio e tutti i santi patroni della nostra diocesi ti proteggano e ti assistano lungo il cammino ministeriale: non sei solo e non sentirti mai solo perché questa chiesa ti assicura la sua preghiera, il suo affetto, il desiderio di camminare insieme.

4. Conclusione
Entriamo ora, carissimi fratelli e sorelle, dopo esserci nutriti della Parola, nella liturgia dell’Ordinazione Presbiterale con una attenzione orante alle parole e ai segni del sacramento dell’Ordine Sacro e poi nella continuazione della concelebrazione eucaristica perché “in essa l’agape di Dio – così scrive Benedetto XVI nella Deus Caritas est – viene a noi corporalmente per continuare il suo operare in noi e attraverso di noi. …..Nella comunione eucaristica è contenuto l’essere amati e l’amare a propria volta gli altri. Un’eucarestia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata. …..il comandamento dell’amore diventa possibile solo perché non è soltanto esigenza: l’amore può essere comandato perché prima è donato”.

AMEN. COSI’ SIA!

Acerenza, 25 ottobre 2008

+ Giovanni, Arcivescovo




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