OMELIA PER LA MESSA CRISMALE GIOVEDI' SANTO 2008



“Ecco quanto è bello e quanto è gioioso l’abitare dei fratelli insieme!
E’ come olio prezioso sul capo….
E’ come rugiada dell’Hermon……
Là JHWH largisce la sua benedizione e la vita nei secoli.” (Sal 133)
E’ con le suggestive espressioni di questo salmo, inno della gioia fraterna e ritratto ideale della comunità ecclesiale in cui, come commentava S. Agostino, regnano “la placidità, la quiete, l’umiltà, la tolleranza, la fuga dalla mormorazione e l’assiduità alla preghiera” (PL 37, 1376), che desidero accogliervi e porgervi il benvenuti, carissimi fratelli e sorelle, a ciascuno di voi e a tutti voi, per la celebrazione dell’Eucarestia di benedizione e di consacrazione degli olii santi.

Siamo la Chiesa di Dio che è in Acerenza: me, suo vescovo, Lei, carissimo mio predecessore, Mons. Michele Scandiffio, voi presbiteri e tu diacono, religiose e religiose, seminaristi, e voi tutti fedeli laici in rappresentanza di tutte le comunità parrocchiali, delle associazioni e dei movimenti.
Convocati dalla nostra fede e dalla tradizione liturgica di questa messa crismale ci ritroviamo, come ogni anno, in questa nostra splendida basilica cattedrale, intorno alla Parola e alla Mensa del Signore, per rivivere, nella rinnovazione delle promesse sacerdotali dei nostri presbiteri e nella benedizione degli olii due momenti profondamente significativi per la vita della Chiesa.
E’ come se, quasi per un prodigio, questa cattedrale si trasformasse, oggi, per noi tutti in un frantoio in cui ascoltare il ritmo delle macine a triturar le olive e sentir salire su per le narici la fragranza penetrante dell’olio, e per i nostri presbiteri la chiesa in festa che li accolse nel giorno della Ordinazione Presbiterale.

Quella che stiamo per vivere è “una messa veramente unica nel corso dell’anno liturgico perché essa celebra tutti i segni sacramentali attraverso i quali, per mezzo della Chiesa, giunge a noi , oggi, la salvezza sgorgata dal mistero pasquale. Ed è allo stesso tempo l’unica assemblea liturgica diocesana e l’unica concelebrazione di tutti i presbiteri con il loro vescovo prevista nella struttura stessa dell’anno liturgico”.(1)
Ma affidiamoci prima di tutto alla Parola di Dio, or ora proclamata in questa nostra assemblea, e lasciamoci trasportare dalla bellezza narrativa e dal fascino delle parole dei brani biblici.

A cominciare da quello del profeta Isaia, che in un momento critico della storia del suo popolo, trova il coraggio di indicare la strada della speranza e di invitare, lui chiamato e consacrato dal Signore, tutti gli smarriti e i disorientati, gli esclusi e gli emarginati, i poveri e gli oppressi, a incamminarsi con fiducia su di essa.(Is 61)

Richiamandosi a quelle parole, Gesù di Nazareth, come ci racconta l’evangelista Luca, nella sinagoga del suo paese, mentre gli occhi di tutti i presenti lo scrutavano meravigliati e increduli, svelava la sua identità e spiegava la missione per cui era stato inviato da Dio: era Lui il Messìa, il pienamente e il totalmente Unto, il Cristo, che veniva per annunciare ai senza-speranza di ogni tempo e di ogni luogo la compagnia di un Dio non lontano e non indifferente e per ricapitolare e riorientare tutta la storia e le vicende del mondo sulla Sua persona.(Lc 4, 16-21)

“OGGI SI E’ ADEMPIUTA QUESTA SCRITTURA CHE VOI AVETE UDITA CON I VOSTRI ORECCHI”
A questa buona notizia la nostra assemblea ha risposto con il canto del salmo 88. Abbiamo detto che ognuno di noi canterà per sempre l’amore del Signore perché anche i nostri occhi hanno incrociato ancora una volta quelli di Gesù e quello sguardo è per noi esperienza di amore e di gratitudine.
I primi discepoli del Signore, alla luce della Sua passione, morte e risurrezione, compresero la loro identità e, allo stesso tempo, la missione della Chiesa. Di questa duplice riflessione ci hanno lasciato una bellissima testimonianza nel passo dell’Apocalisse, la seconda lettura biblica dell’odierna celebrazione.
Dunque la nostra identità, a partire dai sacramenti dell’iniziazione, è quella di ‘cristiani’, cioè, secondo l’etimologia della parola, di ‘unti’, di consacrati “ chiamati a rendere grazie a Dio , il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero! Noi siamo infatti dinanzi a DIO il profumo di Cristo…..”. (2Cor 2,14)
E anche la missione della chiesa è per sua natura ‘messianica’ perché attraverso la Parola e i Sacramenti essa annuncia la buona notizia mettendosi alla sequela di Cristo sul passo di quegli ultimi a cui Gesù si rivolgeva nella sinagoga di Nazareth.
Ben discenda, ancora oggi nella Chiesa, su questi olii la benedizione di Dio a sciogliere la ruggine delle nostre paure e dei nostri pessimismi, a tonificare e a rendere più agili i nostri passi, a rendere le nostre mani capaci di carezze, a piegare le nostre schiene per chinarci sulle sofferenze umane per versarvi “l’olio della consolazione e il vino della speranza” e ad avere nei nostri cuori gli stessi sentimenti di Cristo.
Questa sera, nelle vostre comunità parrocchiali, nella celebrazione della messa nella CENA DEL SIGNORE porterete gli olii benedetti, segno della perenne giovinezza della Chiesa che canta al Signore, suo Sposo, la sua fedeltà ed il suo amore.

Ed ora mi rivolgo a voi, carissimi miei confratelli nel ministero presbiterale e preziosi collaboratori del mio ministero episcopale, a voi qui presenti (in particolare dò il mio bentornato a don Tonino Urso) e a quanti sono assenti (Mons. Canio Forenza, Don Mario Festa, Don Fausto Corradini, don Nicola Scioia e don Enzo Fiore): consentitemi, quì davanti al popolo di Dio, presenza di quella Chiesa diocesana a cui avete donato la vostra vita, di parlarvi a cuore a cuore per esprimervi il mio più profondo GRAZIE e per consegnarvi un’ icona.
Grazie per il vostro servizio pastorale, generoso ed infaticabile, secondo la responsabilità affidata a ciascuno di voi.
Grazie per l’accoglienza amicale, filiale e cordiale che riservate alla mia persona e alle indicazioni pastorali che come vescovo ho il dovere di proporre, di condividere e di mettere in atto per la crescita della nostra comunità ecclesiale.
Chiedo la vostra comprensione se in qualche mia decisione o scelta non scatta immediatamente quella sintonia reciproca fatta di dialogo e di confronto e che quindi domanda un paziente e faticoso cammino di ripensamento.
L’anno pastorale che stiamo vivendo ha visto molti di voi rendersi disponibili a cambiamenti e trasferimenti da una parrocchia ad un’altra: devo darvi atto di maturità presbiterale e per la sofferta ma serena obbedienza e per l’atteggiamento di accoglienza delle nuove comunità alle quali vi ho inviato. Grazie!

Abbiamo vissuto momenti di gioia per il 50° di sacerdozio di don Giuseppe Greco e per il diaconato di don Francesco Nardone, ma anche momenti di tristezza per la morte di don Michele di Palma che raccomandiamo al Signore.
E, a questo proposito, se il pregare il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe è garanzia di vocazioni, è altrettanto vero che soltanto una nostra esemplarità unita alla gioia di esser preti incoraggerà i nostri seminaristi a proseguire e confermare il cammino vocazionale e ad essere appello ad altri giovani a rispondere alla chiamata del Signore.
Vi parlavo, or ora, di un’ icona da consegnarvi prima che rinnoviate il vostro impegno a servire il popolo di Dio. E’ quella costituita dalle parole di Gesù ai suoi apostoli: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27); parole pronunciate durante l’ultima cena mentre i discepoli “ discutevano su chi di loro poteva essere considerato il più grande”.(Lc 22,24)
Questa sera, presiedendo o concelebrando nelle vostre comunità l’eucarestia in Coena Domini, ripeterete il gesto di Gesù che lava i piedi dei suoi discepoli e in quel momento, ne sono sicuro, deposte le vesti liturgiche e cinti con un asciugatoio, penserete alla vostra vera identità: servitori dei fratelli a voi affidati, ‘grandi’ in una Chiesa “del grembiule” più che della stola o, meglio, di una stola che diventa grembiule.

Questa è la ‘grandezza’ che vi consentirà di entrare nel cuore della gente, di amarla e di esserne amati perché soltanto il servizio è il paradigma su cui declinare evangelicamente il vostro ministero di pastori e di guide nella comunità.
“Stare come colui che serve” significherà, per ciascuno di voi, gioiosa libertà affettiva, scelta di uno stile di vita sobrio ed essenziale, capacità di fraternità sincera e leale, disponibilità alla collaborazione pastorale nella stima reciproca per realizzare quel “un cuor solo ed un’anima sola” , soprattutto nei momenti di solitudine o di sofferenza.
Nelle promesse che vi apprestate a rinnovare vi auguro di gustare “ l’immagine autentica del prete cristiano che, attraverso l’ordinazione, diventa espressione eminente e qualificata del servizio evangelico, cioè di tutta la ministerialità a favore del Vangelo e della Chiesa di Dio”.(2)
E, grazie infine, per la preghiera che eleverete al Signore per me: anch’io desidero dire davanti a voi e alla chiesa tutta di Acerenza che non ho altra ambizione che quella di continuare a stare in mezzo a voi, a immagine di Cristo, come colui che serve.

Continuiamo, fratelli e sorelle, la celebrazione eucaristica che in un modo tutto particolare in questo giovedì della Settimana Santa richiamando la bellezza del sacerdozio comune dei fedeli e la diaconia di quello ministeriale ci consegna la realtà di una Chiesa che ammaestrata dalla Parola, vivificata dal soffio dello Spirito Santo e irrobustita dalla forza e dalla dolcezza degli Olii benedetti e consacrati riprende con rinnovato coraggio e con gioiosa speranza il suo camino dentro la storia e le vicende della nostra umanità.

Ci accompagni l’intercessione di Maria Madre della Chiesa di San Canio e dei nostri Santi Patroni. AMEN.

Acerenza, Basilica Cattedrale 20 marzo 2008

+ Giovanni Ricchiuti
Arcivescovo



(1) Sirboni S. La Grande Settimana, Milano, 1996 p. 35
(2) Id, p. 37

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