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Arcidiocesi di Acerenza

Acerenza / Anzi / Banzi / Brindisi M. / Cancellara / Calvello / Castelmezzano / Genzano di L. / Laurenzana / Oppido L. / Palazzo S. G. / Pietragalla / Pietrapertosa / San Chirico / Tolve / Trivigno / Vaglio



La chiesa nel tempo: l'Archidiocesi di Acerenza

don Mario Festa - don Giuseppe Lettini


ACERENZA - Acerenza ha svolto nel corso dei secoli un indiscutibile e centrale ruolo nella storia del Mezzogiorno d'Italia. Posta sulla cima di un colle a 833 metri, con una caratteristica forma circolare ("...celsae nidum Acherontiae", come la descrive Orazio), guarda verso la valle del Bradano, l'altopiano murgico e le cime del monte Vulture. Le sue origini risalgono ai primi insediamenti delle antiche popolazioni lucane, come testimoniano interessanti ritrovamenti archeologici del VI-V secolo a.C. Un tratturo, detto "dei greci" ela via Erculea, risalendo la valle del Bradano, mettevano in collegamento la città con i fiorenti centri della Magna Grecia sulle coste ioniche, mentre un famoso santuario dedicato al "taumaturgico" Ercole acheruntino, meta di pellegrinaggi, si innalzava sulla parte alta dell'antica Acheruntia.
Conquistata dal console romano Giunio Bubulco nel 317 a.C. durante le guerre di espansione nell'Italia meridionale, secondo la testimonianza di Tito Livio, fu colonia con propri magistrati e senato. Dopo la caduta dell'impero romano, la città, per la sua felice posizione strategica, è contesa dai vari conquistatori che si avvicenderanno nell'Italia meridionale. Sede di gastaldato del ducato longobardo di Benevento, raggiunge la sua massima estensione territoriale quando era gastaldo Sicone, che la fortificò innalzando possenti mura e costruendo il castello, che oggi appare rimaneggiato rispetto al disegno originario.
Con l'arrivo dei Normanni, al tempo di Roberto il Guiscardo, Acerenza raggiunge il massimo della floridezza economica non solo, ma anche del prestigio in campo religioso. La sede vescovile fu elevata a sede Metropolitana con giurisdizione su tutta la regione, e la città ebbe quel magnifico monumento architettonico che è la cattedrale. Nel 1456 Acerenza patì uno spaventoso terremoto che la distrusse interamente, provocando la morte di più di mille persone; ma fu ricostruita in pochi anni e restituita al suo antico splendore.
I conti Ferrillo e il cardinale arcivescovo Michele Saraceno posero mano al restauro della Cattedrale, che vollero abbellire edificando una cripta e rifacendo la torre companaria. Nei secoli successivi Acerenza fu sede di tribunale della Regia Udienza provinciale, e quindi capoluogo del circondario e sede degli uffici del Registro e delle Imposte dirette, e, per molti anni, sede del collegio che fu di Emanuele Gianturco, più volte deputato e ministro nei primi anni del Novecento.
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ANZI - Le scoperte dei cimeli oschi ed ellenici fanno di Anzi un'antichissima citt&agreve; che nel medioevo, a causa della sua posizione topografica, fu detta "munitissimum castrum". I suoi reperti arricchiscono diversi musei, tra cui il Museo Nazionale di Napoli, oltre a numerose raccolte private.
In epoca normanna fu dominio dei Loffredo, conti di Matera. Al tempo di Carlo I d'Angiò fu presa in feudo, nel 1269, da Pietro de Hogot, e, nel 1274, da Guidone de Foresta e infine da Giovanni Galardo. Nel dicembre del 1306, Carlo II ordinò al giustiziere regio di Basilicata di porre fine alle questioni insorte tra Isabella de Foresta, vedova di Galardo, signora di Anzi, e Giordana di Tricarico, vedova di Aldonino Filangieri, baronessa di Abriola, per alcuni diritti di confine. Nel 1483 andò in possesso della famiglia Guevara dei Conti di Potenza e nel 1568 passò alla casa Carafa dei principi di Belvedere col titolo di marchesi.
Lungo il torrente Camastra fu scoperta nei primi del 1800 una ricca necropoli le cui tombe si fanno risalire al IV e III secolo a.C. Di un certo interesse è la chiesa di S. Lucia, di architettura romanico-gotica, la quale conserva una interessante acquasantiera medievale scolpita con motivi di viticci e foglie d'acanto, oltre a cimeli vari di arte sacra. La cappella di S. Maria, con portale tardo-gotico del 1525, è ricca di affreschi del XVI secolo attribuiti a Giovanni Todisco.
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BANZI - L'ampia foresta ricordata da Orazio è stata nei secoli notevolmente disboscata; ciò che resta dei "saltus Bantinos" non è che un piccolo bosco che circonda la "fonte Bandusia", anch'essa di oraziana memoria. A Banzi sono state localizzate ventisette aree archeologiche che contengono i resti di villaggi pre-romani, le necropoli ed il centro romano dell'antica Bantia, ricordata da Tito Livio. Ma il centro storico di Banzi è sorto ai primi dell'anno Mille all'interno di una badia benedettina fondata nell'VIII secolo, la Badia di Santa Maria. Per numerosi secoli Banzi è stata un feudo ecclesiastico data in commenda a vescovi e cardinali anche famosi come i Barberini e gli Orsini.
A pochi chilometri dall'attuale abitato si trova una zona di antica formazione geologica (quaternario), denominata "Capo delle Coste", che comprende i resti ancora inesplorati di un insediamento alto-medioevale e medioevale. La località è individuabile anche per la presenza di numerose grotte scavate nel tufo e fino ad alcuni decenni fa utilizzate come ricovero per gli armenti. A breve distanza, sotto una rupe, dominata dalle elci, sgorgano le acque del "fons Bandusiae". Tutta la zona è sottoposta a vincolo paesaggistico e su di essa è stata progettata la realizzazione di un parco naturale.
La zona archeologica si estende per circa 70 ettari, in una superificie che comprende l'abitato medioevale e moderno ed i bracci collinari più vicini. Sono stati riportati alla luce numerosi reperti: forme insediative che risalgono all'epoca precedente l'occupazione romana consistenti in capanne dell'VIII-VI secolo a.C.; strutture difensive, edifici per il culto e tombe risalenti alla comunità daunia, i resti di un tempio augurale, i resti di una villa dotata di un santuario adibito ad usi familiari (che costituisce il nucleo di un parco archeologico che è già possibile visitare in contrada Cimitero); i resti dell'impianto "municipium" di Bantia, con strade lastricate e quartieri abitativi, visitabili in un secondo nucleo di parco archeologico sorto in contrada Montelupino.
La chiesa di S. Maria, che ha avuto il privilegio di essere consacrata da papa Urbano II, è ricca di elementi romanici e barocchi, e presenta sulla facciata un bassorilievo raffigurante la Madonna col Bambino (sec. XVI). Al suo interno sono presenti diverse tele pittoriche, una statua lignea del XIV secolo, una icona bizantina, un coro ligneo, arredi vari ed argenti sacri. Essa fa parte del complesso monumentale, attualmente molto degradato, della Badia benedettina di S. Maria, di cui l'elemento di particolare attenzione è costituito dal portale d'ingresso che s'affaccia sul corso principale del paese. Sul portale, a sesto acuto, si notano uno stemma, probabilmente longobardo, ed un monogramma benedettino; poco più in alto compare uno stemma angioino. All'interno del complesso, in un angolo di edificio, è visibile un'epigrafe romana scoperta dal Mommsen. Affiancato alla chiesa e agli edifici badiali si trova il Convento francescano, sorto nel 1600 ad opera dei frati francescani, e che conserva al suo interno un bel chiostro con cisterna. Duranti i restauri, seguiti al sisma del 1980, sotto l'attuale chiesa sono venuti alla luce interessanti strutture di epoca romana e della chiesa paleocristiana, tombe e mosaici, visitabili in un suggestivo ipogeo.
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BRINDISI DI MONTAGNA - Antica roccaforte costruita dai Longobardi per difenderla dagli attacchi dei Saraceni, Brindisi di Montagna venne completamente distrutta dal terremoto del 1456. Solo dopo diversi anni, gente proveniente dai paesi vicini ripopolò la zona, nella quale si insediarono, fra il 1534 e il 1536, una trentina di famiglie albanesi delle quali si ha ancora oggi traccia in alcune paroli dialettali e nei nomi di alcune località.
Feudo dei Sanseverino nei secolo XV e XVI, nel 1634 passò ai duchi Antinori che lo possedettero fino all’abolizione della feudalità. Nutrito fu il gruppo dei brindisini che parteciparono ai moti del 1799; molti di essi, dopo aver piantato l’albero della libertà in paese e nei centri vicini, morirono nella battaglia del Marmo.
Tra il materiale archeologico rinvenuto nel territorio, rilevanti sono alcune ceramiche del V secolo a.C. e alcuni bronzi del VII secolo a.C. Notevole il patrimonio artistico conservato nella Chiesa Madre: un coro ligneo del '700, una tela di artista di scuola napoletana, due tele del Pietrafese, un altare in legno intarsiato di Domenico Pignone, tre pregevoli statue in legno (Addolorata, Gesù alla colonna e Gesù morto) di Giovanni Maria Netri. Interessanti sono anche i ruderi di un castello di epoca normanna, con una piccola torre che serviva da chiesa e da carcere.
A pochi chilometri, ai piedi del monte Romito, si trova la "Grancia", ex convento dei benedettini successivamente passato alle dipendenze della Certosa di Padula e poi, con la soppressione dei beni ecclesiastici, a privati e da una torre merlata, con la piccola chiesa dedicata a S. Lorenzo, diacono e martire, nella quale si trovano pregevoli opere d'arte fra cui il trittico dell'altare, la statua di S. Lorenzo (sec. XIII), nonchè l'organo con balaustra a grate e i dipinti riproducenti su legno (sec. XVII) storie del Vecchio e del Nuovo Testamento.
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CALVELLO - Roccaforte longobarda situata nella vallata a nord del Vulturino, a metà del secolo XII era feudo del conte Bernardo e, in età sveva, di Gentile de Patruno. Ribellatasi agli Angioini nel 1268, fu da Carlo I d'Angiò assegnata ad Enrico Bourguignon e, successivamente, a Roberto de Carny e a Oddone de Fontaine; feudo dei Carafa nel secolo XVI, passò successivamente ai Cutini e poi ai Ruffo di Castelcicala.
La Chiesa del Convento presenta due interessanti portali romanici sulla facciata e sul lato sinistro, l'interno, con rifacimenti e sovrapposizioni risalenti al 1770, conserva l'originaria struttura a tre navate divise da pilastri. Vi è custodita una statua lignea del secolo XII, In posizione dominante l'abitato sono visibili i resti del castello dei Goiro. L'intero territorio è disseminato di chiese e cappelle che conservano numerosi oggetti di arte sacra. Notevole è la produzione di ceramiche per cui, insieme a quella dei tessuti, Calvello è nota sin dal 1500.
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CANCELLARA - Centro fortificato in età normanno-sveva, fu dagli Angioini assegnato ai de Beaumont, e da Margherita portato in dote a Giovanni di Monteforte. Nel 1335 era signore di Cancellara Pietro Cancellario. Feudo di Lorenzo Acciaiuolo nel 1388, appartenne successivamente agli Orsini del Balzo di Taranto, a Marino Zurlo, ad Algiberto Sambiase, ai d'Afflitto, ai Caracciolo, ai Pappacoda, ai Capone, che ne ebbero il titolo di Duca. Acquistato dai Carafa, passò agli Arcamone che lo vendettero a Benedetto Candida nel 1775.
In località Serra del Carpine è individuata una estesa acropoli del VI secolo a.C., ove sono state rinvenute decine di tombe, con vasellame di terracotta e di ceramica, che testimoniano dei primi insediamenti sulla collina. Nella parte alta del paese si leva un castello (XII-XIII secolo), che ha subìto modifiche ed interventi, tanto nelle strutture esterne che interne, nel corsi dei secoli XVI e XVII. Interessanti sono una serie di archetti che ne coronano la sommità e il portale d'ingresso; notevole anche l'armonioso arco a tutto sesto, con bugnato e forte aggetto, probabilmente del secolo XV; presso il Castello è la Chiesa Madre, che ebbe il titolo parrocchiale nel 1520.
La Chiesa del Convento (o dell'Annunziata), del secolo XIV, presenta nella facciata tre pregevoli portali settecenteschi, all'interno restano tre archi a tutto sesto in pietra lavorata del secolo XV che fanno da cornice ad affreschi; notevoli anche i resti di tempere databili al XVI secolo. Interessanti risultano ancora la chiesa di S. Rocco con il suo pregevole portale e la chiesetta di S. Antonio, di recente restaurata, che propone frammenti di affreschi cinquecenteschi, con storie di S. Caterina d'Alessandria, opera di Giovanni Luce e Giovanni Todisco.
Lungo la via principale fronteggiano abitazioni con eleganti portali settecenteschi e con loggiati dalle armoniose linee, frutto di una concezione di architettura spontanea.
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CASTELMEZZANO - Secondo il Racioppi, è il "castrum medianum" delle vecchie carte, situato tra Pietrapertosa a Albano. La sua origine è molto incerta anche se si sono trovati nei dintorni sepolcreti e medaglie.
Il paese fu antica roccaforte longobarda nell'alta valle del Basento. Venne occupato dai Saraceni di Bonar, distrutto dai Longobardi di Salerno e riedificato dai Normanni. Fu poi posseduto da Roberto de Ponziano, che nel 1339 lo vendeva a Rufolo della Morra. In epoca durazzesca passava in dominio di Giacovello Moccia e, in quella aragonese, di Pasquale Garlon, conte d'Alife. Venduto ai Suardo, da pesti pervenne ai de Leonardis e, infine, ai de Lerma che ne conseguirono il titolo di duca.
Nella Chiesa Madre si custodisce una statua lignea decorata e dipinta della seconda metà del secolo XII. Castelmezzano è posta a 850 metri s.l.m., con un caratteristico paesaggio costituito da guglie di rocce denominate "Dolomiti lucane".
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GENZANO DI LUCANIA - Nel 1077, Roberto il Guiscardo, nel concordato con papa Gregorio VII, volle tenere per sè Genzano insieme a Spinazzola. Nel Catalogo dei Baroni è menzionato da Raul de Gentiano che aveva un feudo in Bitonto. A Roberto d'Angiò succedette Aquilinia Sancia e a costei la figlia Giacoma Rachele, andata in moglie a Roberto Sanseverino. Al tempo della regina Giovanna la città fu data in feudo alla famiglia Dentici delle Stelle e nel 1382 passò ai Ruffo. Nel periodo aragonese fu venduta dal re Ferdinando a Mazzeo Ferrillo; da questi passò a Ferrante Orsini che ne aveva sposato la figlia Beatrice. Ceduta dalla Real Corte a Giovanni Vincenzo del Tufo, che ebbe nel 1585 il titolo di marchese, nel 1617 fu da questi venduta alla famiglia De Marinis.
Tra i monumenti degni di nota è il Castello di Monteserico costruito verso il 1000-1100. Sotto Federico II venne destinato a sede del "magister massarium Apuliae". Nel 1603 era posseduto dal genovese Grimaldi, quindi dai Doria e, verso la fine del 1700, da alcuni discendenti della famiglia Sancia.
Il castello, sobrio nelle sue strutture architettoniche, è posto a 557 metri, sul monte che prende il nome dalla "serica", ubertosa contrada del vasto agro di Genzano; è formato da un basso maschio parallelepipedo, al cui centro si innalza una torre quadrata.
La Chiesa dell'Annunziata, sita alla punta estrema del paese vecchio, già esisteva quando, verso la fine del secolo XII, Aquilina Sancia, moglie di Guglielmo del Bosco, sui ruderi di un vecchio maniero volle fondare il monastero delle Clarisse. Presso la Curia di Acerenza si trova una copia dell'atto di fondazione di questo monastero recante la data del 26 maggio 1321 e la firma di Roberto Arcivescovo e di tutti i Canonici del tempo. La chiesa, che ha un bellissimo portale rinascimentale esposto a oriente, con due antichi solari, conserva dipinti di notevole valore artistico, tra cui due tele raffiguranti l'Annunziazione e la Sacra Famiglia; interessante il sontuoso pergamo in legno dorato su cui risalta lo stemma dei Sancia, divenuto poi lo stemma di Genzano. Dall'alto del campanile, a forma di torretta ottagonale, pendono due campane, fuse rispettivamente nel 1443 e nel 1556.
Nella Chiesa Madre si conservano un polittico di S. Maria della Platea e la statua lignea bizantina di S. Maria delle Grazie.

Nell'ex Convento di S. Francesco, ora Chiesa del Sacro Cuore, si conservano interessanti tele del '700 e il Mausoleo De Marinis; di fine '800 è la Fontana Cavallina, alimentata da una polla inesauribile di acqua sorgiva. Su un arco di stile romano si staglia la statua della dea Cerere, reparto archeologico del I sec. a. C., rinvenuto nella seconda metà del 1800 presso la Pila Grande là dove un tempo sorgeva l'antica Festula.
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LAURENZANA - Situata sul crinale di uno sperone delimitato dai torrenti Serrapotamo e Scarranfone, ebbe tra i suoi feudatari Guglielmo, che partecipò alla rivolta ghibellina del 1268. Assegnata da Carlo I d'Angiò ad Annibaldo Trasmundo, nell'età aragonese appartenne agli Orsini del Balzo dai quali passò, alla fine del secolo XV, ai Poderico e poi ai Loffredo, ai Filangieri, ai De Ruggiero e, infine, ai Quarto di Vaglio e Belgioioso. Alla fine del secolo XVIII era camera riservata dei Gaetani d'Aragona.
Del Castello, costruito nel '300 e profondamente rifatto nel '600, rimangono, su una rupe al sommo dell'abitato, le mura del lato settentrionale e una torre cilindrica, inglobate in fabbriche successive. La Chiesa parrocchiale conserva due altari, un affresco e un dossale cinquecenteschi. Nella Chiesa del Carmine vi è una tela di G. B. Serra di Tricarico.
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OPPIDO LUCANO - La cittadina sorge nel medioevo, nelle immediate vicinanze di un antico abitato osco-lucano, da molti studiosi identificato con Opinum, citato dagli itinerari di Antonino Imperatore. In epoca pre-romana Opino era uno dei "loca munita" dei Lucani, facente parte della federazione bantina, una delle dodici federazioni dalle quali era costituito il popolo lucano. Notevole è, al riguardo, il ritrovamento nei pressi di Oppido della "Tabula Bantina", redatta in lingua osca e latina, una delle più importanti testimonianze linguistiche della latinità arcaica. Numerosi, nelle campagne di Oppido, sono stati i ritrovamenti di epoca romana, tra i quali notevole è il cippo funerario di Annio Nocerino. Ma la testimonianza più significativa di tale periodo è costituita dai ruderi, forse di terme, di Sant'Igino.
In et&agreve; normanna troviamo un certo Giovanni Abdia, il quale scrive in ebraico la prima pagina di storia di Oppido nella sua autobiografia. Abbiamo poi notizia di un Ruggero di Oppido, menzionato nel Catalogo dei Baroni come feudatario del Castello di Oppido nel 1154; sappiamo, infine, che il feudo è appartenuto a varie famiglie potenti della nobiltà meridionale, gli Zurlo, gli Orsini, i De Marinis.
Fino al 1700 l'abitato era ancora circondato dalle mura, delle quali oggi è visibile qualche traccia in via Balestrieri, come pure poco significativi sono i resti di quello che fu il "castro fortissimo". Tra le Chiese di Oppido gode fama nei dintorni il Santuario di Maria SS. del Belvedere, di recente elevato a Santuario Mariano Diocesano. Da segnalare, infine, alcuni bei portali di antichi palazzi signirili, gli affreschi di S. Antuono, chiesa rupestre, le tele dell'Annunciazione e dell'Ultima Cena; la Chiesa del convento francescano conserva resti di affreschi, un coro ligneo settecentesco, un polittico e una tela di Antonio Stabile.
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PALAZZO SAN GERVASIO - L'origine di Palazzo San Gervasio è relativamente recente avendo, il paese, preso il nome di un "palazzo" (o castello) costruito ai tempi di Federico II di Svevia, il cui figlio naturale Manfredi vi dimorò per diverso tempo, al centro di una vasta zona di boschi, nei quali si svolgevano partite di caccia. Divenne poi il "Palazzo" principale dei San Gervasio. Gli Angioini lo utilizzarono per farne zona equina con relativa maresciallia; un "Casale Gervasii" (o S. Gervasii) appare dalle carte della SS. Trinità di Venosa nel 1082, ed è molto probabile che il primo nucleo del paese si fosse formato al tempo dei Normanni e forse anche prima. Nel 1434 fu donato dalla regina Giovanna II a Covella Ruffo, sua nipote, Duchessa di Sessa e Contessa di Squillace, Montalto ed Alife, con l'indicazione "Nemus et territorius sancti Gervasii cum palatio seu domo in provintia Basilicate"; nel 1507 venne dato dal Re Cattolico a Carlo M. Caracciolo; fu poi devoluto per debiti al fisco, dal quale fu acquistato da Ferrante d'Alancon, per passare, infine, al marchese di Genzano De Marinis.
Il Castello, di costruzione sveva, poi modificato in epoca angioina, ha una mole massiccia e severa, interrotta da finestre e logge nel cui disegno non mancano reminiscenze classiche.
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PIETRAGALLA - Il paese, fondato, forse, dagli abitanti della vicina Casalaspro quando questo centro fu distrutto dal terremoto del 1456, è menzionato nel Catalogo dei Baroni del 1188. Tuttavia, fin dal tempo delle guerre fra Lucani e Greci, da quando, cioè Alessandro il Molosso vagheggiava il proposito di creare un regno greco-italico, esisteva l'acropoli di Pietragalla sul monte Torretta. Durante l'età normanna appartenne alla contea di Tricarico e nei secoli successivi sperimentò, come tutti gli altri centri dell'Italia meridionale, il passaggio da un signore all'altro per giungere finalmente, alla seconda metà del XVII secolo, alla famiglia Melazzi che prenderà titolo il Duca di Casalaspro e Barone di Pietragalla.
I pietragallesi sono gelosi custodi di una tradizione storica che li vide protagonisti nei giorni 16 e 17 novembre 1861, quando un gruppo nutrito di cittadini, rifugiatisi fra le mura del palazzo ducale, respinse l'assalto dei briganti agli ordini di Borjes. Questa gloriosa pagine venne richiamata anche dal Console inglese da Tagliacozzo che così scriveva al suo governo: "Dopo la frazione di Pietragalla, la più importante in Basilicata, la banda Borjes non potè più riorganizzarsi". La guardia nazionale di Napoli donò in tale circostanza, a quella di Pietragalla una bandiera tricolore che tuttora è conservata nella Sala Consiliare del Comune.
In località Torretta sono stati scoperti i resti di un abitato fortificato. A Casalaspro sussistono i resti di un castello medievale del secolo XV. Nel centro abitato è il quattrocentesco palazzo ducale, rimaneggiato specie nei secolo XVII e XVIII, con eleganti balconate settecentesche e un bel portale bugnato.
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PIETRAPERTOSA - Fortilizio saraceno nell'alta valle del Basento, il più alto comune lucano (1088 metri s.l.m.), in passato chiamato Pietraperciata, acquistò notevole prestigio nell'ambito regionale durante l'età normanna. Fedeli agli Svevi, i suoi abitanti parteciparono alla rivolta ghibellina del 1268, per essere poi coinvolti nelle lotte per la successione al trono di Napoli. Feudo dei Carafa nel secolo XVII, fu da questi venduto agli Aprano; passò successivamente ai Campolongo, ai Suardo, ai Jubeno ed infine ai Sifola.
Nella Chiesa Madre si possono ammirare tele di scuola napoletana del XVI secolo, un piatto d'argento del '500 finemente cesellato e un pastorale d'avorio di arte gotica. Nella Chiesa dei Minori Conventuali si conservano un coro ligneo del '600 con pregevoli intagli, un polittico e affreschi di Giovanni Luce, tele del Pietrafesa e di Francesco Romano di Laurenzana, tutti del XVI secolo. Interessanti sono i ruderi di un castello di epoca normanna e del villaggio medievale di Trifoggio.
Dal punto di vista paesaggistico e naturalistico, oltre alle piccole Dolomiti lucane, interessanti sono anche la foresta di Gallipoli-Cognato e la diga del Camastra.
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SAN CHIRICO NUOVO - Antico casale di Tolve, occupa la sommità di un rilievo lambito dal torrente San Chirico, tributario di sinistra del Bradano. Recenti scoperte archeologiche hanno portato alla luce, in una necropoli romana, interessanti reperti e numerose monete di età greca e romana. Appare come centro fortificato nella metà del secolo XIII; coinvolto nella rivolta ghibellina del 1268, fu assegnato da Carlo I d'Angiò a Giovanni de Saumery e, successivamente, a Roberto Austrece. Feudo disabitato nella metà del secolo XIV, seguì la sorte di Tolve e fu poi ripopolato da profughi albanesi nel 1561.
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TOLVE - Nel Catalogo dei Baroni del 1188 compare il nome "Culba", mentre altre carte medioevale la registano con i nomi di "Tulbis" o "Tulbi" (da "terrae ulvae", come propone il Racioppi).
Roccaforte dei Goti e dei Longobardi, divenne contea di Tricarico in età normanna. Intorno alla metà del secolo XV apparteneva ai Pignatelli di Monteleone, che avevano titolo di marchesi. Nel 1509 passò sotto la signoria di Berlingerio Carafa, ma poco dopo ritornò ai Pignatelli e da questi venduta nel 1575 ad Ettore Braida. I tolvesi con una sottoscrizione cittadina riscattarono l'università di Tolve. Malauguratamente, nel 1638, il Fisco, per far fronte alle proprie difficoltà economiche arbitrariamente pose in vendita un certo numero di città, terre e casali demaniali, e tra essi, Tolve e S. Chirico che furono acquistati da Giammateo Rinaldi, per poi passare, nel 1677, a Giambattista Pignatelli.
Nella località monte Moltone e Stallone sono stati individuati reperti neolitici e resti di un castello medioevale del XIV secolo. Tolve è soprattutto meta di migliaia di pellegrini provenienti anche dalle regioni limitrofe per il patrono della città, S. Rocco. Notevole, nella Chiesa Madre, un trittico dello Sparano, mentre la sottostante cappella di S. Pietro conserva un fine portale quattrocentesco con decorazioni di gusto medioevale. Ricca di tele pregevoli è anche la chiesa del Convento.
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TRIVIGNO - Arroccata su uno sperone dal quale domina da destra un tratto del fiume Basento, l'antica "Trivinea" fu feudo di Guglielmo Monaco nel secolo XII e casale di Albano nel secolo successivo. Dopo alterne vicende di passaggi feudali, risulta disabitata nel secolo XVI, per essere poi ripopolata dai Carafa sul finire dello stesso secolo.
Numerose sono le tracce di chiese rupestri, come quella di S. Maria, in contrada S. Leo, su un poggio a monte del Camastra. Interessante anche l'abside della Chiesa Madre in stile romanico, all'interno della quale si conservano opere in ferro battuto e in legno (crocifissi, candelabri e nicchie).
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VAGLIO DI BASILICATA - I resti di un vastissimo abitato e di un tempio in onore della dea Mefiti, risalenti al VII-VI secolo a.C., fanno di Vaglio uno dei primi centri organizzati dell'antico popolo dei Lucani nella nostra regione. Interessante è la cinta di fortificazione ad opera di Sodoma (secc. V-IV a.C.) che circonda l'abitato con uno sviluppo longitudinale di sei chilometri, in località Serra di Vaglio; mentre, in località la Difesa, soprastante il fiume Basento, sono stati rinvenuti resti di ville di età romana imperiale.
L'attuale Vaglio fu distrutta nel 1268 dalle forze angioine che si erano rifugiate dopo essere state battute presso Casalaspro ad opera di Enrico da Rivello. Nel 1582 fu affrancata dal dominio feudale degli Spinelli e dopo alcuni anni venduta ai Salazar che la persero per debiti nel 1632. Acquistata dai Massa, passò nel 1670 ai Quarto di Laurenzana.
Notevole è l'ex Convento di S. Antonio con il bel portale di tardo Cinquecento e l'annessa chiesa che conserva sei pregevoli altari in legno dorato e intagliato (primo '600), un altare maggiore ligneo e, sopra un coro in legno, un grandioso dossale della fine del '500. Nella stessa Chiesa sono conservate una statuetta di S. Antonio Abate di un artista locale e alcune tele seicentesche. Le pareti intorno al dossale e all'altare recano tempere e un affresco del secolo XVI.
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Bibliografia: Acerenza, Edizioni Osanna Venosa, Marzo 1995

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