“QUESTA NOTTE NON E’ PIU’ NOTTE, DAVANTI A TE
IL BUIO, COME LUCE RISPLENDE!”

(omelìa per il giorno di Pasqua 2010)


Sorelle e fratelli carissimi,

dopo il giorno dell’intimità dell’ Ultima Cena, dopo il “Tutto è compiuto!” di Gesù Cristo in croce, dopo il silenzio e l’attesa del Sabato Santo presso il sepolcro, la nostra fede cristiana, convocata dalla Chiesa in questa Veglia, che Sant’Agostino definì : ‘ la Madre di tutte le Sante Veglie’ (Sermone 219), può liberare finalmente, al termine del cammino quaresimale, il canto dell’ALLELUJA e, folgorata dalla luce del Cristo Risorto, celebrare la vittoria del Signore della Vita sull’antico avversario, cioè la Morte.

“Mors et Vita duello conflixere mirando, dux vitae mortuus, regnat vivus” !: è come se fossimo stati spettatori, in un immaginario stadio, di una sfida, di quella perenne provocazione costituita dalla morte nei confronti della vita che, ad un certo punto sembra prevalere, ma che alla fine nulla può di fronte all’esplodere della vita in quel Gesù di Nazareth che, deposto in un sepolcro nuovo, si risveglia VIVENTE per sempre!
E noi non spettatori passivi, se pur stupiti e meravigliati, di questo evento dall’esito imprevedibile e incredibile, ma coinvolti totalmente e pienamente perché nel Cristo Risorto ‘tutta la vita risorge’ ed ogni vivente e credente sentono di non respirare più aria di morte ma il vento e il soffio generatori di vita e di speranza.
Non c ‘è macigno che non possa essere ribaltato, non c’è tomba che non possa riaprirsi, non c’è tenebra che non possa essere squarciata, non c’è notte cui non segua la luce di un nuovo giorno perché nell’evento della Risurrezione del Signore, come dice un bel canto liturgico, “questa notte non è più notte davanti a Te: il buio come luce risplende!”.
Che cosa abbiamo celebrato sino a questo momento, cosa ci han detto i segni di questa nostra Cattedrale che abbiamo trovato, una volta entrati, immersa nell’oscurità, del fuoco e della luce del cero pasquale, dell’annuncio cantato della Pasqua, del suono delle campane e dell’organo, carissimi amici e fratelli miei, se non che a Dio tutto è possibile e che se avremo fede in Lui, non in senso quantitativo ma in quel fidarsi di Lui che pesa quanto un ‘granello di senapa’ ma capace di ‘spostare le montagne’ e ‘sradicare un albero dalla terra ferma per piantarlo nel mare”!
L’apostolo Paolo, nell’impeto e nell’entusiasmo della sua esistenza totalmente ritrovata nell’incontro accecante con Gesù, intuendo la centralità della risurrezione di Cristo come condizione di salvezza per l’uomo scriverà: “ Perché se con la tua bocca proclamerai << GESU’ E’ IL SIGNORE!>>, e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo (Rm 10, 9-10)”.
Lasciamoci dunque toccare le nostre labbra dalla Parola or ora proclamata e lasciamoci riempire il cuore dalla certezza che Dio ha fatto davvero meraviglie per noi risuscitando il Suo Figlio dai morti e regalandoci in Lui una vita ed una speranza nuove.

Il lungo e attento ascolto dei brani della Sacra Scrittura di questa veglia della Risurrezione ci ha fatto rivivere il racconto delle tappe più significative della Storia della Salvezza, dalla creazione del mondo e dell’umanità, fino all’Esodo di Israele dalla schiavitù dell’ Egitto verso la terra Promessa, evento, quest’ultimo, che i Profeti seppero interpretare come presenza graduale e progressiva di Dio nelle vicende umane, fino alla pienezza e al compimento di quella storia: il MISTERO DELLA PASQUA, cioè l’ Incarnazione, la Passione, la Morte e la Risurrezione di Gesù Cristo!
Le letture dell’A.T. ci son sembrate come un fiume impetuoso, spinto da una corrente irresistibile, il racconto di un Dio che plasma l’uomo come il Suo più affascinante capolavoro perché fatto a Sua immagine e somiglianza (Gen 1,26-28) e si vede da Lui respinto perché desideroso di autonomia e non di dipendenza.
Ma Dio non si arrende: lo insegue con un Suo progetto, chiama Abramo e in lui, uomo di fede, comincia a ricostruire nel popolo di Israele il Suo originale disegno di amore per l’umanità.
Libera Israele e gli fa dono della Sua legge, cioè della Sua Parola, lo educa e lo ammonisce con l’insegnamento di uomini audaci e coraggiosi, i Profeti, ad esserGli fedele, lo invita alla conversione, lo attira a sè con un’alleanza di amore, lo lava dalle sozzure dell’idolatrìa per purificarlo e regalargli un cuore nuovo!
Venne, quindi, la pienezza del tempo e nel tempo e nello spazio Dio si fa presente in Gesù Cristo.

Conosciamo questo nome, perché come cristiani lo avvertiamo quasi impresso nella nostra carne, sentiamo di non poter fare più a meno di Lui, la sua storia ci appartiene, è la nostra storia!E restiamo anche noi, in qualche modo, increduli, muti e stupiti di fronte alla Sua morte, ma ancor di più davanti alla tomba vuota come le donne del Vangelo di Luca.
Ho letto ieri, su Avvenire, a firma di Gianni Gennari, un trafiletto che voglio riferirvi: “… Non meravigliatevi, fratelli e sorelle, proprio gli Undici ed altri insieme a loro reagirono in modo sconcertante alla pur ritrovata fede delle donne: “Quelle parole parvero a loro (cioè agli Apostoli) come un vaneggiamento e non credevano ad esse (Lc 24,11)”.
Infine, Pietro che corre al sepolcro e, trovandolo vuoto e notando che c’eran rimasti soltanto dei teli, se ne ritorna colmo di stupore.
L’apostolo Paolo, come abbiamo ascoltato nel brano tratto dalla sua lettera ai Romani, afferma con decisione che la morte e la risurrezione di Cristo ci appartengono, appartengono ad ogni persona umana e che la Sua Pasqua è la nostra Pasqua, è l’inizio della possibilità, se lo vogliamo, di una vita nuova.
Prodigiosamente, anzi, meravigliosamente, tutto rinasce, come nuovo; non c ‘è più nulla di vecchio in noi, tutto come per incanto torna a rivivere nel passaggio e nell’immersione attraverso l’acqua battesimale segno sacramentale “ dell’ essere morti al peccato ma viventi per Dio, in Cristo Gesù (Rm 6, 11)”.

Vorrei farvi notare, ancora, fratelli e sorelle, la bellezza del segno che al termine di questa omelia, nel proseguimento della Veglia, è posto alla nostra attenzione spirituale: l’acqua!
La vediamo cadere dal cielo, fecondatrice dei nostri campi, sgorgare ogni giorno dalle spettacolari sorgenti o dai più semplici rubinetti delle nostre fontane per dissetare o lavare, scorrere nei fiumi e andare verso il mare. Elemento vitale per la nostra natura umana e per la vita del cosmo, segno di salvezza nel fonte battesimale.
Questa notte non possiamo non attingere a questa sorgente di vita nuova, ce la dona il Signore gratuitamente, ‘venite all’acqua!’ ci invitava il profeta Isaia, immergiamoci idealmente nella vasca battesimale e nel momento in cui ci sembrerà di annegare, la grazia di Cristo ci farà riemergere risanati, purificati e salvati.
Ci impegneremo ancora nel rinnovare le promesse battesimali, diremo tutto il nostro no al male, ad ogni forma di male, confermeremo la nostra personale amicizia con Cristo e la piena adesione al Suo Vangelo, non ci vergogneremo della nostra appartenenza alla Chiesa, nella consapevolezza dell’essere una comunità di peccatori ma destinatari della grazia che ci redime e ci salva.
E sarà ancora una volta Pasqua, quella di Cristo e la nostra! Sarà la vittoria della vita sulla morte, della speranza sulla disperazione, del coraggio sulla paura, dell’amore sull’egoismo, della dignità della persona umana su ogni tentativo di calpestarla.
Spezzeremo il Pane, ancora una volta, in questa eucarestia e ci nutriremo di Cristo per il nostro cammino di viandanti e di pellegrini verso la città di Dio, lasciandoci guidare ed educare da LUI, Via, Verità e Vita.
Nessuno potrà mai fermare i passi di del Signore in cammino con noi perché, come ha scritto il grande romanziere Dostoevskij: “Se cacceremo Cristo dalla terra, noi lo incontreremo sottoterra! E allora noi, gli uomini del sottosuolo, intoneremo nelle viscere della terra un inno tragico al Dio della gioia.”
Coraggio, miei cari fratelli e sorelle, il nostro è già un cammino di risorti lungo la strada che ci condurrà alla grande festa della Risurrezione dove siamo attesi dal Signore, dalla Vergine Santissima e da tutti i Santi!
“Non abbiamo scampo, questa festa si farà!”
AMEN! CRISTO E’ RISORTO, EGLI E’ VERAMENTE RISORTO! AUGURI DI BUONA E SANTA PASQUA!


Acerenza, 04. 04. 2010
Veglia della Risurrezione

+ Giovanni
Arcivescovo
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OMELIA PER LA MESSA CRISMALE
Giovedì 01. 04. 2010

Sorelle e fratelli carissimi,

per grazia del Signore e convocati dalla Chiesa ci ritroviamo in questa nostra carissima Basilica Cattedrale, dedicata alla Vergine Maria, assunta in cielo, affidati all’intercessione di San Canio, vescovo e martire, patrono dell’Arcidiocesi e ai Santi delle nostre comunità, per celebrare la liturgia eucaristica della Messa Crismale e vivere un momento di straordinaria comunione tra il Vescovo e i suoi presbiteri che rinnoveranno le promesse dell’ Ordinazione Sacerdotale.
E siamo tutti qui, insieme, in quella visibile e armoniosa ecclesialità che, pur nella diversità dei ministeri esercitati, dei compiti pastorali affidati e delle appartenenze alle associazioni o ai movimenti, fa di noi quella realtà di comunione di carità, in Cristo Gesù, che amiamo chiamare il Popolo di Dio.
Perciò sono particolarmente felice di accogliervi, tutti e ciascuno, con un ideale abbraccio fraterno e paterno e porgervi un saluto di “ grazia” e di “ pace”:
a lei, Mons. Michele, amato e venerato fratello arcivescovo, mio immediato predecessore, cui esprimo sincera gioia per la sua presenza;
a voi, carissimi presbiteri qui presenti, e i confratelli che oggi per diversi motivi sono assenti fisicamente, con cui condivido ogni giorno le gioie e le speranze, le fatiche e le sofferenze nel servire Cristo e la Chiesa in un reciproco scambio di fraternità, di collaborazione e di amicizia e a cui va, specialmente in questo Anno Sacerdotale, carissimi fratelli e sorelle, tutto il mio e il vostro più bel GRAZIE!;
a voi, carissime/i religiose/i, con l’augurio di una vita consacrata ricolma di preghiera, di fraternità e di gioia;
a voi, carissimi giovani seminaristi, perché possiate rispondere con generosità alla chiamata del Signore e con responsabilità alle attese delle nostre comunità;
a voi, sorelle e fratelli laici, che a diverso titolo e come operatori pastorali rappresentate oggi le comunità parrocchiali, le associazioni e i movimenti di questa nostra chiesa particolare per la quale vi impegnate con generosità e con ammirevole dedizione.
Benvenuti a tutti mentre, dopo la proclamazione della Parola e al termine dell’omelìa, ci disponiamo a vivere i segni e i gesti di questa solenne e suggestiva liturgia della Benedizione degli Oli nella mattina del Giovedì Santo.

L’ascolto della Parola.
I brani della Sacra Scrittura, or ora ascoltati, sono di un’ incomparabile bellezza e le parole da cui sono composti sono state per noi la voce del Signore, il Verbo eterno di Dio, compimento messianico dell’attesa e delle promesse antico testamentarie.
“ Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato (Lc 4, 21)”.
Come duemila anni fa nella sinagoga di Nazareth, così oggi in questa chiesa quelle parole di Gesù vanno diritte al nostro cuore mentre idealmente anche i nostri occhi incrociano i Suoi in uno sguardo reciproco colmo di stupore e ricco di amore.
Ma, quale Scrittura si compiva e si compie, oggi, per noi?
Veniva a compiersi in quel Lettore, giovane uomo conosciuto a Nazareth, perché sussurravano tra di loro i presenti nella sinagoga : “Non è costui il figlio di Giuseppe? (Lc 4,22)”, l’antica profezia di Isaia che parlava di un tempo futuro in cui lo Spirito del Signore, cioè la presenza di Dio misteriosa e straordinaria allo stesso tempo, ,si sarebbe manifestata sul profeta stesso come vocazione per una missione apportatrice di libertà e di dignità, soprattutto per coloro che ne erano privi.
Gesù applica a sé stesso il testo di Isaia che diventa così il Suo progetto di annuncio della Buona Notizia, in modo che la storia dell’umanità si trasformi in “tempo di grazia” e non in eventi di sciagura, le tristi logiche del potere e dell’ oppressione in dinamiche di servizio e di liberazione, il lutto e la morte in gioia e in vita.
E su di Lui lo Spirito che, accreditandoLo come l’unico e il vero Messia, Lo unge, Lo consacra e Lo invìa per una evangelizzazione, in totale obbedienza al Padre, ricca di amore, di perdono, di fraternità, e rivolta con uno sguardo particolare a “consolare” i poveri e gli afflitti.
Da questa unzione-consacrazione messianica di Gesù, come da una sorgente, non poteva restare esclusa la Chiesa, descritta nel brano dell’Apocalisse come un regno e come popolo sacerdotale offerti da Cristo per la gloria del Padre, frutto di quel sacrificio di amore e di redenzione che lo costituisce Signore della Storia, principio e compimento di ogni umana attesa.

La benedizione degli Oli,
quello dei Catecumeni, degli Infermi e il Sacro Crisma, significa per noi, oggi, ripensare all’ identità della Chiesa come popolo profetico, sacerdotale e regale.
Ma in queste parole nulla di gloriosamente umano, né di scenari fantasmagorici o di bagliori e luccichii, ancorchè liturgici, anzi l’umile e serena consapevolezza di una comunità santa e peccatrice, bisognosa di conversione e di riconciliazione, di un’ecclesia semper reformanda!
Popolo di viandanti e di pellegrini, che ‘canta e cammina’, che celebra e vive e a cui non sono estranee né la fatica del cammino, né la tentazione di deviare per scorciatoie più agevoli ma rischiose e, ancor più grave, di cedere alla stanchezza.
Ecco dunque nelle parole e nel segno della Messa Crismale, il senso più profondo di questa celebrazione come memoria dell’unzione catecumenale e crismale, ricevuta nel Grande Sacramento o nella Sacra Ordinazione, e certezza di forza e fiducia nel momento della sofferenza fisica.
Ed è bello per noi sentire ancora oggi, sul nostro petto, sulla nostra fronte e nelle nostre mani, la freschezza, lo splendore e il profumo di quelle unzioni che ci hanno consacrato come nuove creature, ci hanno reso forti nella lotta contro il male e idonei all’annunzio del Vangelo.
Ma in questi giorni di tristezza e di sofferenza per la Chiesa, a motivo degli scandali di cui siamo venuti a conoscenza e per i quali proviamo vergogna, noi tutti dobbiamo dire: KYRIE, ELEISON! Signore, abbi pietà! ed invocare su questa ferita ‘ l’olio della consolazione e il vino della speranza’, senza ergerci a giudici di nessuno, disposti ad accettare questa prova, a lasciarci macinare, come olive sotto i torchi, perché ne fluisca una Chiesa rinnovata dalla grazia del perdono e riconciliata con quanti sono stati umiliati e offesi dal grave peccato di alcuni suoi figli.
Ci sembreranno allora ancor più suggestive le parole di Isaia: “…..PER CONSOLARE TUTI GLI AFFLITTI, PER DARE AGLI AFFLITTI DI SION UNA CORONA INVECE DELLA CENERE, OLIO DI LETIZIA INVECE DELL’ABITO DA LUTTO, VESTE DI LODE INVECE DI SPIRITO MESTO (IS 61, 2-3)”.
Che gli Oli, oggi benedetti, sciolgano le ruggini dell’apatia, della stanchezza, della sfiducia e della rassegnazione, che il loro profumo si espanda, a partire da questa Basilica Cattedrale, nelle nostre comunità, dove questa sera si avrà cura di metterli ben in evidenza sulla mensa eucaristica, e che lascino dietro di sé scìe inebrianti di gioia, di speranza, di fraternità.
Per una Chiesa il cui volto riappaia sempre più bello e affascinante e per una testimonianza di vita cristiana luminosa e trasparente.
Forti nella fede, profeti della gioia, servitori del Regno di Dio: è il mio augurio per questa Messa Crismale!

Fratelli e sorelle, prima della Benedizione degli Oli, non senza commozione per noi e per voi tutti, ci apprestiamo a vivere il momento della rinnovazione delle promesse dell’Ordinazione Presbiterale.
Il “SI’, LO VOGLIO!” rinnovato davanti a questa assemblea nel Giovedì Santo conserva, ve lo assicuro, tutta la freschezza e tutto il sapore di quel giorno, vicino o lontano negli anni, in cui le mani del Vescovo sulla nostra testa ci trasmettevano lo Spirito del Signore per una vita generosamente e irreversibilmente offerta per Cristo e per la Chiesa.
In questo Anno Sacerdotale poi, carissimi fratelli nel ministero sacerdotale, questo momento si carica ancora di più di gratitudine, di gioia e di responsabilità.
Di gratitudine al Signore per l’inestimabile dono della chiamata al sacerdozio ministeriale e dei molti o dei pochi anni di presbiterato(il 2010 ci vede festeggiare i 25° di don Peppino Maraula, il 60° di Mons, Anselmo Saluzzi e il 50° di Mons. Domenico Venezia) e di quella che sale dal popolo di Dio, dal vostro vescovo, dalle comunità nelle quali state vivendo la vostra fraternità e la vostra paternità, per le vostre parole e i vostri silenzi, per i felici momenti pastorali e per quelli in cui registrate fallimenti e delusioni. Vi dico e vi diciamo GRAZIE, GRAZIE, GRAZIE!
Di gioia perché un prete non può essere un uomo triste dal momento che la Buona Notizia da testimoniare e annunciare è generatrice di speranza e di fiducia. Uomo di Dio, ma di un Dio gioioso, e discepolo di Gesù Cristo che, come abbiamo ascoltato nell’ odierna proclamazione delle letture, ha visto il suo ministero nella luce della gioia per tutti gli uomini, in particolare per gli ‘afflitti’ di ogni tempo.
Di responsabilità nella fedeltà di Cristo perché in Lui si radica la nostra fedeltà, quella che i nostri orecchi hanno udito nella Liturgìa di Ordinazione nel momento in cui le nostre mani venivano unte con il Sacro Crisma: “Il Signore Gesù Cristo, che il Padre ha consacrato in Spirito santo e potenza, ti custodisca per la santificazione del suo popolo e per l’offerta del sacrificio”.
Una sintesi mirabile del nostro ministero: mani per sempre profumate e giunte in preghiera per il nostro popolo, per celebrare l’eucarestia, per assolvere i peccatori, per abbracciare la gioia e il dolore, per immergerle anche nel fango e nella sporcizia delle miserie morali ma senza sporcarle mai!
Come non pensare in questo momento alla bufera di scandali che si è scatenata nella Chiesa(e a tal proposito da tutti noi va al Santo Padre il nostro più affettuoso pensiero di solidarietà e di condivisione del suo magistero e del suo operato)a causa di quei confratelli le cui mani sono diventate vergognosi e squallidi attentati alla dignità di tanti ragazzi.
Non sono “mostri”, sono “nostri” fratelli per i quali eleviamo al Signore la grazia della conversione e della purificazione insieme ad un cammino di giustizia che li veda chiedere perdono per il male commesso alle loro vittime.
E’ l’Anno Sacerdotale, un dono spirituale di Papa Benedetto XVI, che stiamo vivendo anche come presbiterio diocesano attraverso soprattutto momenti di spiritualità, di adorazione eucaristica nei giovedì sacerdotali, di preghiera per le vocazioni e di memoria colma di gratitudine per i tanti presbiteri che hanno guidato nel remoto o nel recente passato le nostre comunità parrocchiali. Li raccomandiamo oggi all’amore misericordioso del Padre, mentre ad alcuni di loro, per l’esemplarità di vita e per il ricordo lasciato nel cuore di tanti fedeli,( S.E.Mons. Donato Pafundi, Don Giovanni Mezzadonna, Mons. Giuseppe Libutti, Don Antonio Locantore, Don Rocco Mirauda, Mons. Donato Zotta e Mons. Miche Gala) sono state dedicate le pagine di un libro, curato con passione da don Giuseppe Greco, e che proprio oggi vede la luce, dal titolo: “Spiega le ali verso il cielo. Profili sacerdotali nella diocesi di Acerenza”.
Affidiamoci, carissimi fratelli presbiteri, a Maria, Madre della Chiesa e dei Sacerdoti, chiediamo l’intercessione di San Canio, vescovo e martire, di San Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, e di tutti i Santi perché veglino sulle nostre esistenze di pastori e di guide del popolo di Dio!

Fratelli e sorelle carissimi, proseguiamo nella liturgia di questa Messa Crismale e preghiamo il Cristo, Unico, Eterno e Sommo Sacerdote che attraverso l’unzione degli Oli benedetti e consacrati ci conduca alla gioiosa consapevolezza della nostra identità: “Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa (1Pt 2, 9)”.
Perché a Cristo: “……appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. AMEN! (1Pt 4,11)”.

Acerenza, Basilica Cattedrale, 01. 04. 2010
Giovedì della Settimana Santa

+ Giovanni Ricchiuti
Arcivescovo di Acerenza








Giornata Diocesana della Gioventù

Anzi 27 marzo ’10

Miei cari giovani,

mentre ci apprestiamo a vivere insieme l’incontro diocesano della gioventù, che quest’anno si svolgerà a San Donato di Anzi, vorrei condividere con voi alcune riflessioni ispirate proprio al tema che il Papa ha scelto per questa XXV giornata mondiale della gioventù “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?" (Mc 10,1) .
L’incontro tra Gesù e il giovane si sviluppa intorno ad una domanda che esprime l’interesse per una modalità, concepita solo rispetto al fare, per ereditare la vita eterna, per conseguire il premio meritato. Una domanda triste che non trova soddisfazione nella risposta di Gesù, risposta che trasferisce l’attenzione dal merito al dono, dalla pretesa all’attesa e si trasforma in uno sguardo di amore: “Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò”( Mc 10,21) .
Il Papa, nel suo messaggio ai giovani, commenta così l’incontro tra lo sguardo di Gesù e quello del giovane: “Nello sguardo del Signore c’è il cuore di questo specialissimo incontro e di tutta l’esperienza cristiana. Infatti il cristianesimo non è primariamente una morale, ma esperienza di Gesù Cristo, che ci ama personalmente, giovani o vecchi, poveri o ricchi; ci ama anche quando gli voltiamo le spalle”.
Anche il nostro incontro con il Signore, se ci pensate, spesso si svolge nello spazio delle domande, delle nostre richieste, che diventano luoghi importanti, fondamentali per le scelte di libertà e di fede. Di qui il mio invito a dare spazio alle domande alla ricerca e alla conoscenza, perché oggi abbiamo tanto bisogno di giovani e di adulti capaci di orientarsi all’interno delle situazioni storiche senza mai disorientarsi e avendo come punto di riferimento Gesù Cristo, Parola del Dio Vivente.
Al giovane ricco Gesù propone l’impiego gratuito della sua vita, delle sue capacità, dei suoi talenti e di mettere a disposizione tutto quello che aveva: sé stesso!
È questa la risposta coraggiosa che scaturisce dall’incontro con il Vangelo, è questa l’unica cosa per cui vale la pena vivere, è questa la concretizzazione di una fede che non abita solo lo stretto orizzonte dell’ideale, ma diventa coinvolgimento totale di sé.
Tante volte si parla di voi come di cercatori del brivido dell’impossibile, soddisfatto talora in quelle trasgressioni che generano anarchia di vita e sprezzo del pericolo, ma di fronte ad una proposta veramente trasgressiva, come quella che Gesù rivolge al giovane, impauriti e timorosi, come se qualcuno vi rubasse qualcosa, vi nascondete nella vergogna e nell’anonimato, se non addirittura nell’indifferenza.
Incrociando quello sguardo esigente e innamorato non potete abbassare gli occhi per evadere quell’invito che interpella la vita di ciascuno di noi: “Vieni e seguimi!”.E’ un invito preciso alla realizzazione della gioia vera, quella che nessuno potrà più portarci via.
Il Papa nel suo messaggio scrive: “... Gesù, invita il giovane ricco ad andare ben al di là della soddisfazione delle sue aspirazioni e dei suoi progetti personali, gli dice: “Vieni e seguimi!”. La vocazione cristiana scaturisce da una proposta d’amore del Signore e può realizzarsi solo grazie a una risposta d’amore. Gesù invita i suoi discepoli al dono totale della vita, senza calcolo e tornaconto umano, con una fiducia senza riserve in Dio”.
Carissimi giovani “figli”, in questa specialissima giornata sento tutta la responsabilità e la gioia di un padre che vuole comunicarvi il suo amore senza riserve e che dà sostegno ogni istante al mio ministero in mezzo a voi. La forza e il segreto della mia gioia derivano proprio dall’aver scelto di mettere a disposizione la mia vita per il Vangelo o meglio ancora di aver scelto il Vangelo come senso della mia vita. Vi confido che quello sguardo di Gesù, profondo ed esigente, un giorno entrò nelle mie domande e divenne la risposta inequivocabile che ha dato senso a tutta la mia esistenza: ebbi il coraggio di trasgredire, andando controcorrente e senza ‘sballare’!
Tra le macerie della delusione, che si accumulano in questi giorni sulle cronache dei giornali, nei cuori rammaricati di tanti giovani traditi sui fronti del dibattito culturale, dove si fa sempre più acuto il grido di chi è perseguitato a causa della fede, il vostro impegno di testimoni non ceda alla paura e al disprezzo della strumentalizzazione degli eventi, sappiate essere giovani laici tenaci e appassionati, capaci di cambiare i cuori induriti con l’amore, la sola cosa che Gesù ci ha raccomandato come strada privilegiata per il regno dei cieli.
Si, laici appassionati! Il futuro della nostra regione dipenderà, come quello del mondo, anche da una laicità cristiana impegnata e convinta di essere seme che cade tra le zolle rinvangate di una storia che si rinnova, nella quale dobbiamo saper cogliere le opportunità per far crescere il Vangelo del Regno. La vita, valore inestimabile, ma da accogliere e sostenere dal suo nascere fino al suo morire sono i terreni riemersi in questo particolare momento di cambiamento epocale all’interno dei quali dobbiamo starci da cristiani, da uomini e donne in grado non cambiare sovvertendo, ma di orientare a testimoniando, la politica che provoca il vostro impegno a declinare il bene comune con l’esercizio della responsabilità, la cultura che può nutrire il dialogo con il mondo ricentrando sull’uomo ogni riflessione e,infine, l’immigrazione che chiama alla relazione, all’accoglienza e alla fraternità.
“Canta e cammina!”, con queste parole mi presentai cinque anni orsono al mio ingresso in questa nostra nostra amata diocesi.
Oggi ripeto a voi: “cantiamo e camminiamo!”, insieme a tutta la comunità cristiana, per testimoniare la gioia di aver corrisposto a quello sguardo di amore che ci chiama ad amare senza alcuna riserva.
La luce del Risorto e la gioia della Pasqua accompagnino i vostri passi!
Vi abbraccio.

Acerenza 25 marzo 2010

Vostro
+ don Giovanni, Arcivescovo








Ai Presbiteri tutti e
alle comunità Parrocchiali
dell’Arcidiocesi di ACERENZA

Carissimi,
le sconvolgenti, drammatiche immagini e le gravissime notizie che ci giungono in questi giorni, attraverso i mezzi della comunicazione, da Haiti e dalla sua capitale, Port-au-Prince, del catastrofico terremoto che ha colpito quella nazione, la più povera di tutto il Sud-America, hanno riempito i nostri occhi e commosso i nostri cuori.

Il primo ponte che ci consente di raggiungere questi nostri fratelli e sorelle è la preghiera: per le centinaia di migliaia di vittime, di feriti, di sfollati e di chi ha perso tutto. Dalle nostre labbra e dalle nostre assemblee ecclesiali salga al Signore l’invocazione di fiducia e di speranza perché accolga nell’eternità i morti e dia ai superstiti di questo cataclisma forza e fiducia.
Il secondo ponte è quello della carità e della solidarietà, umane e cristiane, che ci spingono a intervenire per aiutare quelle popolazioni e quanti, istituzioni, nazioni e volontari, si stanno adoperando e si adopereranno, in condizioni difficilissime, per alleviare le sofferenze e portare gesti e segni per una futura ricostruzione.

Invito dunque, a questo proposito, e in particolare i Parroci e gli operatori pastorali, ad una grande sensibilizzazione delle comunità parrocchiali, delle associazioni e dei movimenti per la raccolta delle offerte a favore dei terremotati di Haiti organizzata dalla CEI per domenica 24 Gennaio p.v.

Inoltre, invitare, quanti desidereranno farlo, a versare il loro contributo attraverso:
a) bollettino di C/C postale n. 12835856 intestato a Curia Metropolitana di Acerenza;
b) bonifico bancario: IBAN IT 27 E 05256 4184 0000008026682 intestato a ARCIDIOCESI DI ACERENZA
CAUSALE: TERREMOTO HAITI
Dagli interventi caritativi la CARITAS DIOCESANA versa la somma di 10.000,00 euro(diecimila) a cui si aggiungeranno le offerte pervenute dalle parrocchie per la QUARESIMA DI CARITA’ 2009 e per l’AVVENTO DI FRATERNITA’ 2009 per un totale di 4.389,00 euro(quattromilatrecentottantanove).
Sono certo che anche in questa dolorosissima circostanza la generosità non verrà meno e nei nostri cuori risuoneranno rasserenanti le parole bibliche: IL SIGNORE AMA CHI DONA CON GIOIA!

Vi abbraccio e vi benedico.
Acerenza 15. 01. 2010

Vostro
+ Giovanni, Arcivescovo

P.S. Prego gentilmente i Parroci, oltre che a darne lettura, a mettere ben in evidenza alla porta della Chiesa (o delle Chiese) questa mia lettera.
Grazie!







“NON C’E’ SALVEZZA CHE NEL MISTERO DELL’INCARNAZIONE”(1)
(omelìa per la Messa della Notte di Natale 2009)


Sorelle e fratelli carissimi,

nel porgervi il mio più cordiale e affettuoso ‘benvenuti!’ alla celebrazione della liturgia eucaristica della notte di Natale, in questa Basilica Cattedrale, in comunione gioiosa con la Chiesa e con le comunità parrocchiali della nostra Arcidiocesi, voglio confidarvi lo stupore e l’ incanto di quella notte prodigiosa, lì a Betlemme, la cui oscurità e il cui silenzio vennero riempiti di luce divina e di voce angelica: “… Vi annuncio una grande gioia… : oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, …. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”(Lc 2,10-13). Amo sperare che quanti siete qui possiate dirmi: sì, è vero, anche noi siamo stupiti e pieni di meraviglia! E’ la notte, quella del Natale del Signore, che ha cambiato la storia del mondo, per la quale noi stiamo rendendo grazie a Dio contemplando le sue meraviglie, raccolti intorno alla mensa eucaristica e affascinati dallo sguardo del Bambino Gesù.

La Parola di Dio, or ora proclamata e ascoltata, nella visione profetica di Isaia, nella splendida pagina evangelica di San Luca e nella profonda riflessione dell’apostolo Paolo, ci ha fatto comprendere che i sentieri della storia sono diventati la strada percorsa da Dio, viandante e pellegrino anche Lui, per venire incontro all’umanità e annunciarle la buona notizia della salvezza.
Una salvezza non sbandierata in parole e promesse vane e illusorie, non accompagnata da segni e gesti potenti e trionfanti, non acclamata da folle schiamazzanti e plaudenti: niente di tutto questo!
Al contrario, mentre su Israele incombe la minaccia di un’ invasione devastante e umiliante, in una terribile e drammatica situazione di scoraggiamento e di disorientamento, “il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”(Is 9,1).
Ed ecco la salvezza: “Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”(Is 9,5).
Il profeta Isaia aveva visto bene e aveva guardato lontano, verso un altro bambino e verso un altro figlio, non più e soltanto speranza di Israele nella continuità della dinastia regale, ma speranza di salvezza per tutta l’umanità.
Ma tutto questo accade e avviene in un ‘alloggio’ di fortuna, a Betlemme(la casa del pane) dove Giuseppe e Maria trovano accoglienza e, improvvisamente , per quest’ultima ‘si compiono i giorni del parto’.
Intorno a loro eventi di importanza storica mondiale: Cesare Augusto vuole sapere quanti abitanti ci siano nel suo impero forse nel punto massimo di potenza e di dominio su popoli e nazioni.
Maria compie quei gesti con cui ogni madre, teneramente e delicatamente, accoglie un nuovo bambino: il Suo grembo si apre per dare alla luce il figlio, lo avvolge in fasce e lo adagia in una mangiatoia!
Fratelli e sorelle, fermiamoci un momento e sgraniamo i nostri occhi, come bambini davanti al presepio, per cercare di comprendere l’incomprensibile, di vedere l’invisibile e di toccare con mano “la grazia di Dio apparsa e portatrice di salvezza a tutti gli uomini”(Tt 1,11).
Sì, perchè quel bambino, Gesù, è il Figlio di Dio, è il nostro Salvatore: la sua divinità nella nostra umanità, la nostra umanità nella sua divinità, la sua e la nostra storia compenetrate l’una nell’altra, Lui non estraneo a noi, noi non estranei a Lui.
Tra qualche momento, alla proclamazione della professione di fede, ci inginocchieremo e diremo ancora una volta: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo”.

La Parola di Dio dunque ha generato questa verità su Dio e sull’uomo nell’evento dell’ Incarnazione che i Padri della Chiesa hanno descritto nelle mirabili e profonde pagine dei loro scritti sorprendentemente attuali anche per noi cristiani di questo tempo, chiamati ad essere testimoni e annunciatori di quella verità.
“La Verità che è nel seno del Padre è sorta dalla terra perché fosse nel seno di una madre. La Verità che regge il mondo intero è sorta dalla terra perché fosse sorretta da mani di donna. La Verità che alimenta incorruttibilmente la beatitudine degli angeli è sorta dalla terra perché venisse allattata da un seno di donna. La Verità che il cielo non è sufficiente a contenere è sorta dalla terra per essere adagiata in una mangiatoia. Con vantaggio di chi un Dio tanto sublime si è fatto tanto umile? Certamente con nessun vantaggio per sé, ma con grande vantaggio per noi, se crediamo. Ridéstati, uomo: per te Dio si è fatto uomo.”(2)
“Riconosci, cristiano la tua dignità….. Ricòrdati che, strappato al potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce del Regno di Dio. ….Non mettere in fuga un ospite così illustre con un comportamento riprovevole…. Ricorda che il prezzo pagato per il tuo riscatto è il sangue di Cristo”.(3)

Nella cultura del nostro tempo, non ovviamente in tutta, provvidenzialmente, tentata dal vivere il presente e dal progettare il futuro a prescindere da Dio, come se Dio non ci fosse, in una autoreferenzialità e in un delirio di onnipotenza in forza delle quali il credere in Dio sarebbe, per l’uomo, un segno di debolezza e la rivelazione biblica del Dio-Bambino, ancor peggio, una ’favola’ da raccontare ai fanciulli, siamo chiamati, come credenti, ad affermare che la Fede non è ridurre Dio allo schermo dietro il quale ci nascondiamo per paura di affrontare la vita o all’illusorio Salvatore che, sottraendoci alla nostra responsabilità, costituisca la risposta alle nostre domande e la soluzione dei nostri problemi.
Il Natale del Signore, al contrario, mette in luce la sconfinata passione di Dio per la sua creatura umana svelandole, allo stesso tempo, quale sia il senso pieno del nascere e del morire, del gioire e del soffrire, del cercare e dello scoprire, del pensare e dell’ amare, del donare e del ricevere.
In un’epoca poi, come la nostra, crocevia di fedi e di religioni, e ce ne accorgiamo anche nelle nostre piccole comunità, la celebrazione di questa festa è per noi, cristiani, motivo per indicare la novità, l’unicità e l’originalità rappresentate dalla nascita di Gesù: è il Figlio di Dio inviato dal Padre a salvare l’umanità, è il Messìa di pace e di giustizia, è l’approdo sicuro di chiunque cerchi Dio con sincerità e con buona volontà, è l’Amico dell’uomo che gli viene incontro e cammina al suo fianco.
Il Concilio Vaticano II° a questo proposito afferma: “La Chiesa Cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo nelle religioni non cristiane. Essa però annuncia, ed è tenuta ad annunziare, il Cristo che è ‘via, verità e vita’(Gv 14,6) in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato a Se stesso tute le cose”.(4)
E’ Gesù Cristo, luminoso mistero di INCARNAZIONE, il Testimone del progetto salvifico di Dio.

Ma questa notte e questo giorno di Natale, pur così belli e gioiosi nella contemplazione dell’Emmanuele, il Dio-con-noi, e così unicamente suggestivi per i sentimenti di bontà, di solidarietà e di com-passione che sanno far fiorire nei nostri cuori verso i tanti nostri fratelli e sorelle, che sono nella sofferenza e nel dolore, non possono ridursi a emozioni passeggere e a colpevoli silenzi di coscienza.
Non per cedere al pessimismo, carissimi, ma molte domande affollano la mente in riferimento alle vicende di questo nostro mondo:
c’è ancora posto per la speranza, se le previsioni del futuro non promettono nulla di buono?
Quando ritorneremo ad essere custodi della terra, se continua a prevalere la logica del possesso e dell’abuso di essa e delle sue risorse a danno dell’ umanità?

L’accoglienza ed il rispetto della vita, un valore spesso assediato e minacciato, troveranno ancora uomini e donne disponibili a riconoscerla come dono e a servirla?
Quando verrà la pace, se ancora sentiamo parlare di ricorso alle armi giusto e necessario, in un anacronistico e terrificante ritorno dell’antico ‘se vuoi la pace, prepara la guerra’?
I deserti della fame e della miseria, dell’ingiustizia e della prevaricazione, attraversati da popoli in cerca di dignità, torneranno a fiorire, se i paesi dell’opulenza e della ricchezza non promuoveranno progetti di solidarietà e di giustizia?
E volgendo lo sguardo in casa nostra non mancano preoccupazioni e problemi gravi.
Il nostro pensiero va a quanti, negli ospedali, nelle case per gli anziani, nei centri di accoglienza dei diversamente abili, nelle famiglie in difficoltà, nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro soffrono, attendono e sperano in un futuro di fiducia e di maggiore serenità.
Un futuro che in modo particolare tocca i bambini, i ragazzi e i nostri giovani perché crescano, guidati dai loro genitori e dagli altri educatori, sani e santi, ‘in età, in sapienza e in grazia’, docili e responsabilmente liberi e perché i loro sogni e i loro progetti trovino realizzazione in una società che dia loro lavoro e dignità.
Nella celebrazione dell’Eucarestia, che ora andiamo a continuare, le domande, i pensieri e le preoccupazioni diventino una personale e comunitaria ‘lettera al Bambino Gesù’ che, ne siamo certi, ci risponderà regalandoci speranza, amore, impegno di carità, capacità di perdono e di comprensione, disponibilità a lasciarci avvolgere, come i pastori di Betlemme, dalla luce per alzarci e metterci idealmente in cammino per vedere ancora una volta, con gli occhi della fede, l’avvenimento preparato dal Signore.
“E’ questo l’augurio che faccio a tutti: che sentano un vagito di bontà nel loro cuore…. Questo Natale sia la pasqua dei fragili”, scrisse la grande poetessa Alda Merini, deceduta qualche mese fa, e ricordata ieri sulla prima pagina di AVVENIRE.
Il versetto del Salmo Responsoriale: “OGGI E’ NATO PER NOI IL SALVATORE” diventi, fratelli e sorelle, sulle nostre labbra il canto quotidiano della gioia e della certezza che non c’è salvezza se non in un Dio che si è incarnato per amore, che ci ha amato fino a morire, che è morto per darci la vita ed è risorto perché ci vuole eternamente felici con Lui.
Vi auguro un Santo Natale e giorni natalizi sereni e gioiosi! AMEN! COSI’ SIA!

Acerenza, 25 Dicembre 2009

+ Giovanni Ricchiuti
Arcivescovo di Acerenza


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(1) Barsotti D., nel cuore di Dio, p. 273
(2) Agostino di Ippona, Discorso 185, PL 38, 997-999
(3) Leone Magno, Discorso 1 per il Natale, 1-3, PL 54, 190-193
(4) Concilio Vaticano II°, Nostra aetate, 2 B









“RIDESTATI, UOMO: PER TE DIO SI E’ FATTO UOMO”


Carissimi fratelli e sorelle,

desidero innanzitutto porgere a ciascuno di voi e a tutti voi, sacerdoti, religiose, genitori, giovani e ragazzi, i miei più gioiosi e fraterni auguri per un Natale colmo di speranza e per un 2010 ricco di giorni di pace!

Sicuramente vi state preparando anche quest’anno, ringraziando il Signore, a trascorrere le feste natalizie nelle vostre comunità parrocchiali e nelle vostre case: vi invito ad un’intensa partecipazione alle liturgie e, intorno al presepe famigliare, vi auguro momenti di serena intimità.
Senza dimenticare gli anziani, i sofferenti nel corpo o nello spirito, i poveri e i bisognosi: a loro, in particolare, giunga il mio e il vostro più affettuoso pensiero pieno di preghiera e di fiducia.
Veniamo da giorni e viviamo vicende, in Italia e nel mondo, che sembrano remare contro la fiducia e contro la speranza in un clima di esasperato conflitto tra popoli e nazioni, di relazioni interpersonali che non lasciano molto spazio alla condivisione e alla solidarietà, di rifiuto e di emarginazione dello ‘straniero’, di una giustizia e di una pace che invece di abbracciarsi sembrano allontanarsi sempre più l’una dall’altra.
La bellezza della vita, la centralità della persona umana, la tutela dell’ambiente, la politica, l’economia, il lavoro: dovrebbero, queste tematiche, affascinare, offrire momenti di dialogo e di confronto costruttivi, promuovere la ‘convivialità delle differenze’ e affrettare il cammino dell’umanità verso un futuro meno drammatico e più sereno.
Ma, anche intorno a questi temi e lungo questo cammino, spesso si è gli uni contro gli altri, ci si contrappone e non se ne discute serenamente e ragionevolmente, con le conseguenze negative che sono davanti ai nostri occhi.
E’ dunque, quello che stiamo vivendo, un tempo che provoca una domanda e invoca una risposta che interpellano le nostre coscienze e alle quali in un modo tutto particolare noi cristiani, discepoli del Signore e portatori nella storia della Buona Notizia (il Vangelo), non possiamo sottrarci.
Per non cedere alla tentazione, vinti dalla stanchezza e dallo scoraggiamento, di fermarci lungo la strada e di addormentarci, intiepidendo la nostra fede, chiudendoci all’amore e rinunciando alla speranza.

Sì, carissimi amici, condivido con voi la domanda provocatoria che già il profeta Isaia, molti secoli prima della venuta di Gesù Cristo, in un momento difficile per il popolo di Israele, formula con queste parole: “Sentinella, quanto resta della notte?” (Is 21,11), là dove la notte diventa metafora di questa nostra storia così confusa e complessa, priva di punti di riferimento e generatrice di disorientamento e paura.
Non sono forse questi i pensieri che tante volte attraversano la nostra mente, che animano i nostri ragionamenti, che influenzano negativamente slanci ed entusiasmi?
Ed ecco la rassegnazione prendere il posto dell’attesa paziente e operosa, la chiusura in sé stessi che intristisce e crea solitudine, le scelte di vita e i comportamenti dannosi per sé e per gli altri.

Ma, “la sentinella risponde: viene il mattino, poi anche la notte: se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!”(Is 21,12).
Dunque, la notte ha un termine, non è eterna, deve passare per lasciare il posto alla luce: così è avvenuto e avverrà ancora per la notte o le notti dell’umanità.
In che modo?
La risposta è nell’evento dell’Incarnazione, nel gesto di amore di Dio che si fa incontro all’uomo in quel Figlio e in quel Bambino, di cui ci ha fatto dono, rivestito totalmente della nostra carne e dimorando, Lui che è il principio e la fine di tutto, nel tempo e nello spazio.

Questo è, carissimi fratelli e sorelle, il senso più profondo e più vero del NATALE per noi, cristiani, prima di tutto, perché possa diventare professione di fede, testimonianza di carità e portatore di speranza.
Riapriamo i nostri occhi allo splendore della nascita del Salvatore, risvegliamoci dal torpore e dalla pigrizia e riprendiamo il cammino in compagnia del Dio-con-noi.

Sant’Agostino scrive: “…….La Verità che il cielo non è sufficiente a contenere è sorta dalla terra per essere adagiata in una mangiatoia. Con vantaggio di chi un Dio tanto sublime si è fato tanto umile? Certamente con nessun vantaggio per sé, ma con grande vantaggio per noi, se crediamo.
Ridèstati, uomo: per te Dio si è fatto uomo!”(Sermone, 185)

Buon Natale, fratelli e sorelle!
Vi abraccio e vi benedico!

Acerenza, 16. XII. 2009

Vostro
+ don Giovanni, Arcivescovo










“NON TRASCURARE IL DONO CHE E’ IN TE…” (1Tm 4,14)
(Lettera ai ‘miei’ presbiteri nell’Anno Sacerdotale)


Carissimi,

da tempo pensavo di scrivervi, più con il cuore che con la mano, una mia lettera in occasione di quest’ Anno Sacerdotale, già iniziato dal 19 giugno u.s., che una felice intuizione del nostro Benedetto XVI propone a noi e alla Chiesa tutta nel 150° della morte del Santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney (1859-2009).

Vincendo qualche esitazione e timore, di ritorno da Assisi per l’olio della Basilicata a San Francesco (bellissimi momenti vissuti con i confratelli vescovi, con tanti sacerdoti e con gli ottomila pellegrini delle nostre comunità) e nel 4° anniversario della mia ordinazione episcopale, ho deciso di farlo rivolgendomi a ciascuno di voi, con tanti o pochi anni di ministero, e a tutti voi, come presbiterio, da padre e da fratello.

Per condividere con voi, prima di tutto, l’indicibile e l’inenarrabile evento che un giorno ha visto la nostra giovane esistenza attraversata dallo sguardo intenso di Gesù che ci ha fulminati e davanti al quale non abbiamo resistito. Ci ha affascinati e Lo abbiamo seguito, attratti da una parola ‘folle e non vana’, senza voltarci indietro, senza rimpianti e senza nostalgìe.

Sono convinto che ogni giorno di più ci sorprenderà questa chiamata, ancor più che la nostra pur generosa risposta, che ci ha messo a parte nientemeno che dei “misteri del regno dei cieli”(Mt 13,11).

L’Anno Sacerdotale potrà, allora, costituire occasione irripetibile per rilanciare nella nostra chiesa locale un’autentica pastorale vocazionale perché bisognerà comunicare, con la parola e con la vita, ai ragazzi, ai giovani e alle famiglie il fascino della chiamata e convocare, a questo scopo, settimanalmente (come già si fa in molte parrocchie) intorno alla mensa eucaristica il popolo di Dio per “pregare il signore della messe perché mandi operai nella sua messe” (Mt 9,38).

Chiedo, a questo proposito, una preghiera particolare per i nostri seminaristi: Vincenzo Agatiello (che sarà ammesso tra i candidati al Diaconato e al Presbiterato giovedì 15 ottobre p.v. alle ore 18,00 in Cattedrale), Antonio Romano (IV° anno di Teologia), Francesco Martoccia (II° di T.), Roberto Santangelo (I° di T), Samuel Corniola (V° Liceo Classico) e Antonio Marchiselli (I° Classico).

Per invitarvi, lasciate che ve lo dica, a non diventar preda, nonostante qualche delusione o stanchezza o sfiducia, del disincanto ma, al contrario, a continuare a provare stupore per quanto la grazia della ordinazione genera continuamente in noi.

Lo stupore che nasce quando, in persona Christi, con spirituale intelligenza, con diligente preparazione e con generosa disponibilità, senza fretta o abitudine o sciatteria, predichiamo la Parola, spezziamo il Pane e perdoniamo i peccatori.

Quando, prima di parlare, di consigliare e di agire, ogni giorno, ci mettiamo in ascolto del Signore con la preghiera che fa del tempo una liturgia di lode e che, nel silenzio e nella solitudine, consente di immergerci, in Cristo, nella volontà del Padre.

I Ritiri Spirituali Mensili (date e predicatori nell’allegato), gli Esercizi Spirituali, i due incontri di aggiornamento teologico-pastorale sul ministero della Riconciliazione e sulla Direzione Spirituale e gli incontri di Formazione Permanente, partecipati e vissuti come momenti di altissima spiritualità presbiterale, ci aiuteranno a diventare sempre di più uomini di Dio e discepoli fedeli di Gesù.

Per incoraggiarvi, infine, ad essere pastori instancabili e infaticabili, secondo il cuore di Cristo, ed educatori esemplari del popolo di Dio a voi affidato.

La nostra è una scelta di vita che non indulge a pericolosi ozii e a colpevoli negligenze, che richiede non pigrizia culturale ma capacità di strategie pastorali coraggiose e lungimiranti, che non s’accontenta del “si è sempre fatto così!” ma che trova tutta la pienezza di significato di un’esistenza donata soltanto nella passione educativa, difficile ma esaltante, impegnativa ma efficace.

Dio educa il suo popolo ma chiama soprattutto noi a collaborare con Lui perché, con la nostra guida, le comunità dei credenti diventino comunità educative.
E’ stato il tema del nostro Convegno Pastorale Diocesano che ci vedrà impegnati, in tal senso, in questo anno pastorale.

La grazia di questo anno ci faccia ritrovare, e forse ne abbiamo bisogno, entusiasmo, determinazione, gioia e quella freschezza di ministero presbiterale che abbiamo promesso per tutta la vita!

L’ordinazione sacerdotale ha fatto di noi non dei ‘don Abbondio’ di questa storia ma uomini liberi per annunciare, con carità e con verità, la bellezza del servire Cristo e la Chiesa per amore verso il mondo e per denunciare la logica perversa del potere che tutto schiaccia e opprime.

Sarà dunque l’Anno Sacerdotale un bel tempo per riscoprire e far riscoprire la bellezza del sacerdozio ministeriale attraverso iniziative non solo diocesane (penso ad es. a qualche momento di preghiera vocazionale riservato ai ragazzi e ai giovani, ad una riflessione allargata alle nostre comunità sull’identità del presbitero e ad una pubblicazione su alcune figure di nostri sacerdoti che si sono distinti per santità di vita e zelo pastorale), ma in modo particolare nelle vostre comunità parrocchiali.


Concluderemo questo itinerario, a Dio piacendo, l’11 giugno 2010, solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù e Giornata per la santificazione sacerdotale, a Roma, in Piazza San Pietro, nell’incontro mondiale sacerdotale con il Santo Padre e con il nostro ‘pellegrinaggio’ ad Ars dal 5 al 10 luglio 2010 sulla tomba del Santo Curato alla cui intercessione presso il Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote e Buon Pastore, affidiamo questa nostra esistenza di discepoli del Signore e presbiteri della Chiesa.

Faccio mie, al termine di questa lettera, le parole beneauguranti di Benedetto XVI: “Cari sacerdoti, Cristo conta su di voi. Sull’esempio del Santo Curato d’Ars, lasciatevi conquistare da Lui e sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, di riconciliazione e di pace!”.(Lettera per l’indizione di un Anno Sacerdotale……., 16 giugno 2009)

Vi abbraccio e vi benedico.


Acerenza, 08. 10. 2010

4° del mio ingresso in Diocesi


Vostro
+ don Giovanni



"Miserciordia e verità s'incontreranno,
giustizia e pace si baceranno"

(Sal 85,11)
Questa verità di fede - una speranza per la vita dei cristiani - è stata tradotta con linguaggio araldico nello stemma.
L'arme è di dignità, contrassegno cioè della carica, e si blasona: d'azzurro, al monte, segnato da un sentiero tortuoso, sul mare, calmo, caricato d'un ramo d'olivo, situato in barra, il tutto al naturale, nel cantone sinistro del capo una stella, di otto punte, d'oro.
Lo scudo, timbrato dal cappello arcivescovile, è accollato alla croce arcivescovile, il cartiglio reca in lettere capitali il motto:
"MISERICORDIA ET VERITAS IUSTITIA ET PAX"
Il monte - figura centrale - evoca i luoghi (dal Sinai all'Oreb, dal Tabor alle Beatitudini)su cui Dio ha vivelato se stesso (veritas) e i suoi sentimenti (misericordia). Il ramoscello d'olivo, posto sull'abisso (il mare) simboleggia la volntà di Dio di riconciliarsi con gli uomini (pax), attirandoli a sé attraverso un cammino di conversione (il sentiero) per renderli santi (iustitia). Lungo questo itinerario gli uomini hanno come guida Maria (la stella), certezza della loro speranza di raggiungere la meta.

Bollettino della Santa Sede

con la notizia della Nomina di Mons. Giovanni Ricchiuti a Arcivescovo di Acerenza [...]

Messaggio all'Arcidiocesi di Acerenza

di Mons. Giovanni Ricchiuti [...]

Acerenza e i suoi Vescovi

seconda prova

Cronotassi dei Vescovi acheruntini
Cronotassi dei Vescovi acheruntini con riproduzione degli stemmi. Opera curata da Don Giuseppe Lettini. [...]

La Cattedrale di Acerenza

Visita guidata alla Cattedrale di Acerenza

Un fiore sulla roccia Visita guidata alla Cattedrale di Acerenza a cura di Don Mario Festa. [...]

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