Congresso Eucaristico Nazionale
Ancona 4 – 11 settembre 2011

Lectio Divina su Gv 6,51-58
Iesi, 8 settembre 2011


       Sorelle e fratelli carissimi,

consentitemi, prima di tutto, di porgervi un cordiale e fraterno saluto al cominciare di questa sesta giornata del Congresso Eucaristico Nazionale e di ringraziarvi per la vostra presenza in questo Palasport “Ezio Tricolli” di Jesi.
Sono stato invitato da S.E. Mons. Edoardo Menichelli, cui va il mio grazie, Arcivescovo Metropolita di Ancona-Osimo e Presidente del Comitato Organizzatore del C. E. N., a tenere a questa assemblea la Lectio Divina su Gv 6, 51 – 58 mentre stiamo celebrando le Lodi e prima della riflessione odierna su “L’ Eucarestia, Pane del cammino (la Tradizione).
Saluto S.E. Mons. Gerardo Rocconi, vescovo di Jesi e la comunità diocesana tutta, S.E. Mons. Armando Brambilla, vescovo ausiliare di Roma, e gli illustri relatori.

Lectio Divina
        E’ stato dunque proclamato il brano di Gv 6, 51 – 58 che ci apprestiamo a comprendere attraverso la lectio divina, un dono ricevuto dal modo di leggere, dei Padri della Chiesa, i testi biblici.
        Infatti, scrive a tal proposito S. Agostino: “Se il testo è preghiera, pregate; se è gemito, gemete; se è riconoscenza, siate nella gioia; se è un testo di speranza, sperate; se esprime il timore, temete perché le cose che sentite nel testo sono lo specchio di voi stessi. Il Signore ha posto dinanzi a te lo specchio della Sacra Scrittura”(Enarr. in Psalmos, 103,4, PL 36,1138).
       Siamo dunque, con i vv. 51 – 58, nella seconda parte del discorso sul pane della vita, discorso che Gesù tiene nella sinagoga di Cafarnao (v. 59), nella quale il miracolo della moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci, interpretato nella prima parte (vv.22-50) con il parallelismo manna-pane, viene spiegato nella dimensione sacramentale-cristologica.
        Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
       Il parallelismo con il racconto della manna, introdotto già nei vv. 30-35 e che sarà ripreso a forma di conclusione al v. 58, a partire dal commento di Sal 78,24: “Fece piovere su di loro la manna per cibo e diede loro pane del cielo” , viene ora ripreso e centrato sulla persona di Gesù: è Lui il vero pane disceso dal Cielo!
       Agli ascoltatori che gli chiedono un segno di legittimazione simile a quello della manna, - “Come può costui darci la sua carne da mangiare?(v. 52)” - Gesù risponde affermando che il vero (nel senso di conclusivo, definitivo e perfettamente efficace) pane disceso dal cielo è quello donato dal Padre ed è la sua stessa persona, la sua carne (cioè la sua persona nella dimensione incarnata, concreta e storica della sua esistenza) donata perché il mondo abbia la vita, cioè la piena partecipazione alla vita.
       La dimensione eucaristica, che ha fatto capolino già varie volte nel corso del c. 6, diviene ora, nei vv. 52-58, dominante.
       Infatti al v. 53 siamo di fronte alla formula eucaristica del vangelo di Giovanni che, a differenza dei vangeli Sinottici, parla di “carne”(Gv 1,14) e non di “corpo”, una “carne” segno della volontà del Padre di salvare il “mondo”(Gv 3,16).
       Di fronte alle violente contestazioni dei Giudei (da non identificare superficialmente con l’intero Israele ma con le autorità giudaiche del tempo), Gesù non arretra di un palmo ma riafferma con forza ancora maggiore quanto detto sinora, indicando nel Sacramento eucaristico(la carne e il sangue) la via concreta attraverso cui comunicare alla sua carne ed al suo sangue e rimanere così in Lui e vivere in eterno.
       Con la tematica eucaristica sono strettamente intrecciate quelle dell’incarnazione (1,14: e il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi), della passione e morte (6,51: il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo).
       Il fondamento dell’Eucarestia è il passaggio pasquale di Cristo, morto e risorto.
       È alla potenza della sua Pasqua che i suoi fedeli comunicano quando si nutrono della carne e del sangue di Cristo.
       L’espressione “carne e sangue” fa riferimento alla totalità della persona di Gesù.
       È, dunque, alla Sua persona, alla Sua ‘fine’ e al Suo ‘compimento’ – “Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: <> (Gv 19,30) - che i fedeli comunicano nel banchetto eucaristico.
       Comunicando alla persona di Gesù essi comunicano anche al Mistero del Padre, per il quale e nel quale Gesù vive e si offre: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me (6,57).

       Meditazione, Preghiera, Contemplazione
       Il tempo non ci consente, carissimi fratelli e sorelle, di percorrere interamente e nei singoli momenti della Lectio i versetti or ora letti e commentati ma, sicuramente, lo Spirito Santo ci darà tutta quella luce interiore per meditare, pregare e contemplare con rinnovato stupore il mistero eucaristico in cui Gesù si fa per noi, veramente, pane di vita, carne e sangue.
       Ed è importante per la Chiesa e per ciascuno di noi comprendere che Gesù, come avviene per il pane quotidiano che sostiene il nostro corpo, nel sacramento dell’Eucarestìa comunica la Sua vita e che questa Sua vita passa attraverso il Suo corpo crocifisso e la Sua morte.
       E’ stabilita così, nella cena eucaristica, una relazione profonda con la carne e il sangue di Cristo, una relazione che rinnova e riattualizza la sua presenza in mezzo ai discepoli di ogni tempo.
        “Senza di questo pasto del Signore non possiamo vivere!”, proclamarono con coraggio i martiri di Abitene(303-304 d.C.) e questa espressione diventi sulle nostre labbra un canto che rinnovi lo stupore ogni qualvolta, soprattutto la Domenica, nella celebrazione eucaristica ci raggiungono le parole: “Prendete e mangiate… Prendete e bevete. Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”.
       Un canto che accompagni il nostro cammino di credenti e di testimoni del Signore Risorto sulla strada che porta alla vita eterna attraverso il ‘deserto’ di questo nostro tempo, arido di fede, di speranza e di amore, ma che la ‘manna’ nuova che Gesù fa piovere dal cielo può trasformare in terreno fertile e fruttuoso.
       Un canto che solleciti sempre il dono di noi stessi nella comunione ecclesiale e nella condivisione della carità.
       Un canto che ci piacerà insegnare alle giovani generazioni nella vivente TRADIZIONE della Chiesa, sposa fedele che attende con gioia e con trepidazione l’arrivo dello Sposo.
       AMEN!

        + Giovanni Ricchiuti
        Arcivescovo di Acerenza



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