CONFERENZA EPISCOPALE DI BASILICATA
AI DISOCCUPATI ED AGLI OPERAI IN CASSA INTEGRAZIONE
DELLA BASILICATA
ED ALLE LORO FAMIGLIE
Carissimi,
vi scriviamo all’indomani delle feste natalizie, consapevoli che abbiamo potuto fare troppo poco affinché il Natale del
Signore insieme alla grande speranza della vita eterna portasse nelle vostre case anche la realizzazione delle piccole
speranze di cui abbiamo bisogno per una vita familiare serena e decorosa (Cf. Benedetto XVI – Enc. Spe Salvi 39).
La legittima aspettativa di un lavoro non occasionale, ma stabile e dignitoso, capace di essere un solido fondamento per
la famiglia “comunità resa possibile dal lavoro”(1) va sostenuta con tutte le forze da quanti hanno la responsabilità di
guide politiche delle nostre comunità.
Sappiamo bene che “La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società
più giusta possibile. Non può e non deve mettersi al posto dello Stato.
Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia”(2).
Per questo motivo non possiamo nascondervi la nostra amarezza, nel constatare quanto poco possiamo fare per voi.
La nostra regione conosce, nell’ambito della creazione del lavoro, iniziative sorte sotto il segno dell’ispirazione cristiana,
anche “con nomi che si rifanno esplicitamente al Vangelo… Si ha[però] l’impressione che emergenze ed eventi ci abbiano appiattiti
su dinamiche relazionali ed organizzative che, anche se comuni a molti, non sono in linea con la Dottrina Sociale della Chiesa”.
Non riusciamo a porre segni evidenti, forti ed efficaci di quella radicale trasformazione che la speranza cristiana opera nella società
attraverso l’opera materna della Chiesa.
Perché allora vi scriviamo?
Innanzitutto per dare una rinnovata consistenza alle vostre speranze.
Anche se non è facile prevedere un futuro roseo per la nostra regione, siamo chiamati a costruire giorno per giorno nuovi e concreti
percorsi di speranza per tutti.
La difficile situazione di crisi economica internazionale e nazionale ha reso ancora più evidenti le fragilità della nostra piccola regione.
Ma siamo certi che è possibile costruire una nuova stagione, con pazienza, giorno per giorno.
Vogliamo essere con voi nel delineare ed attuare itinerari dal respiro ampio, che diano fiducia soprattutto ai giovani.
Innanzitutto l’itinerario della solidarietà.
Il numero rilevante di disoccupati e di cassintegrati ci richiama fortemente alla solidarietà, valore sempre essenziale per una
corretta vita sociale, ma estremamente urgente in momenti di grave difficoltà economica.
In questi momenti, forte è la tentazione di pensare a salvare soltanto se stessi, il proprio posto di lavoro, la propria provincia,
il proprio comune, la propria azienda, senza curarsi di ciò che avviene altrove.
Tale atteggiamento, anche se portasse ad un successo immediato, non è capace di creare un futuro per i vostri figli.
Esso è contrario allo spirito di fraternità, frutto dell’amore che ci viene da Gesù Cristo(3), e contraddice ai principi fondamentali
della Costituzione Italiana(4).
La frammentazione, che ne deriverebbe, ci rende facile preda di quanti fossero desiderosi di potere.
Infatti, quando si è isolati, è facile cadere nella trappola tesa da chi vuole comprare la tua dignità e la tua libertà, con la
lusinga di una breve sicurezza ed una manciata di promesse poco credibili.
Tutti insieme, il popolo che vive di lavoro, è chiamato ad indicare agli amministratori, ai sindacati, agli imprenditori
l’esigenza forte ed urgente di trovare le vie concrete di uno sviluppo solidale ed integrato per tutti: cittadini italiani
ed immigrati desiderosi costruirsi una esistenza lontana dalla miseria e dalla fame.
Noi riteniamo che per la nostra regione sia possibile.
Vi è un secondo itinerario della speranza che possiamo creare e percorrere. Si tratta di crescere nella partecipazione alla vita pubblica.
Dobbiamo dichiarare concluso per sempre il tempo delle deleghe in bianco, frutto di ataviche necessità, ma anche esito oscuro
di dipendenze non sempre dignitose e confessabili.
Siamo chiamati a prendere tutti insieme, sulle nostre spalle, il carico della responsabilità verso il presente e verso il futuro.
Non dobbiamo mai dimenticare le ricchezze di cui siamo portatori.
Sono beni spirituali, quali la grande tradizione di fede, la forza della famiglia, la capacità di relazioni autentiche e significative,
il legame alla nostra terra.
Essi non sono immediatamente riscontrabili nel loro valore economico, ma sono il fondamento di ogni economia sana e non avventurosa.
Celebriamo oggi la trentunesima “Giornata per la vita”. Il messaggio della CEI per questa giornata ha come tema: "La forza della vita
nella sofferenza”.
Voi siete i testimoni credibili dell’amore alla vita. La sofferenza di chi non ha lavoro e di chi lo perde immeritatamente è profonda,
tocca gli affetti più cari, spinge alle lacrime anche donne e uomini irrobustiti dalle fatiche dell’esistenza.
Voi lottate per il lavoro, proprio perché amate ed apprezzate la vita.
Il vostro dolore, vissuto con dignità, si dirige verso il Calvario e si unisce alla Passione del Signore; esso va ad irrobustire
il grande fiume della misteriosa economia che salva il mondo ed ha la sua sorgente inesauribile nel costato trafitto del Signore.
Voi siete i destinatari delle Beatitudini del Vangelo; proprio a voi uomini e donne dal cuore puro, poveri e miti, afflitti
e cercatori di giustizia e di pace sono dirette le incredibili promesse del Signore.
Gesù Cristo è il vostro Consolatore.
Pieni di fiducia in Lui, vogliamo rimanere, oggi, accanto a voi sui terreni desolati della disoccupazione,
per vivere, insieme a voi, l’attesa operosa e creativa di nuovi frutti di libertà.
GLI ARCIVESCOVI E I VESCOVI DELLA BASILICATA
Potenza, 1 Febbraio 2009
XXXI Giornata per la vita
Acerenza, 25 dicembre 2008
(1) Giovanni Paolo II,Lettera Enciclica Laborem exercens, 10
(2) Benedetto XVI, Lettera Enciclica Deus Caritas est, 28
(3) Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo (Gal 6,2).
(4) Art. 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
(5) Isaia - 66
[13]Come una madre consola un figlio così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati.
2 Cor 1
[3]Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione,
[4]il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio.
[5]Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione
Carissimi,
vi scriviamo per manifestarvi la nostra preoccupazione per le sorti di molte famiglie della nostra regione, colpite dalla piaga
dolorosa di un lavoro mai trovato o recentemente perduto.
Vi ripetiamo le parole di S. Pietro, che già ispirarono il documento del 25 Aprile 2007.
“«Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!»”(Atti 3,6).
Vi parliamo nel nome del Signore che ci ha posti al servizio di questo popolo, nobilitato dalla fatica e da una capacità incredibile
di soffrire per amore della famiglia e della vita. La gente ci chiama “pastori”.
Ma nell’antico Oriente, nella Grecia e nella Bibbia, anche i re, i capi del popolo e quanti hanno autorità sono chiamati pastori.
Anche se su piani sostanzialmente diversi, condividiamo con voi il compito di guide della comunità.
Vi invitiamo, perciò, ad ascoltare, insieme con noi, un passo del profeta Ezechiele.
“Mi fu rivolta questa parola del Signore: «Figlio dell’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele, predici e riferisci ai pastori:
Dice il Signore Dio: Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge?
Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso la forza alle
pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete
andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e son preda
di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate. Vanno errando tutte le mie pecore in tutto il paese e nessuno va in cerca di
loro e se ne cura.” (Ez 34, 1-6).
Se qualche volta, noi nel nostro ministero e voi nel compito che vi è stato affidato dalla gente, abbiamo concentrato
l’attenzione in maniera quasi esclusiva nei nostri interessi, siamo invitati a riflettere seriamente sulla parola del Profeta.
In verità il profeta è consapevole che non bisogna attribuire tutte le colpe dei disordini ai capi del popolo. Vi sono delle
pecore prepotenti che dopo avere abbondantemente mangiato e bevuto rendono la vita impossibile per le altre.
“A te, mio gregge, dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri. Non vi basta pascolare in buone pasture, volete calpestare con i piedi il resto della vostra pastura; non vi basta bere acqua chiara, volete intorbidire con i piedi quella che resta. Le mie pecore devono brucare ciò che i vostri piedi hanno calpestato e bere ciò che i vostri piedi hanno intorbidito. Perciò dice il Signore Dio a loro riguardo: Ecco, io giudicherò fra pecora grassa e pecora magra. Poiché voi avete spinto con il fianco e con le spalle e cozzato con le corna le più deboli fino a cacciarle e disperderle, io salverò le mie pecore e non saranno più oggetto di preda: farò giustizia fra pecora e pecora” (Id 17-22).
Quante volte si ha l’impressione che i timonieri delle nostre comunità seguono le rotte imposte dai potenti di turno, invece di dirigersi verso le flebili voci di chi, per vivere, ha bisogno di tutto.
Noi saremo veri ministri di Dio nella Chiesa e voi politici autentici e rispettabili solamente quando useremo tutta la tenerezza possibile verso gli agnelli appena nati, verso le pecore madri e verso quelle ferite.
Non dobbiamo aver paura. La vera politica, come la vera pastorale, è quella che, con decisione, parte dai più deboli per assicurare il nutrimento della giustizia a tutti.
Affinché ciò possa realizzarsi è necessario camminare compatti verso il bene comune.
Infatti, la difesa di interessi di parte crea, per sua natura, una forma di dissidio cronico in tutte le amministrazioni, causando ritardi non facilmente misurabili al progresso autentico della Regione e delle città.
Questo fenomeno disorienta i cittadini, crea il distacco dei giovani dalla politica e non può chiamarsi democrazia.
La vera democrazia, invece, si costruisce sul rispetto verso la diversità delle opinioni, ma ha come fondamento l’essere concordi sullo scopo da raggiungere: realizzare il bene comune privilegiando i più svantaggiati.
Spesso il popolo si chiede se i suoi pastori siano impegnati nel guidare e fare la guardia al gregge o se siano occupati nel controllarsi a vicenda, se stiano operando per trovare le misure più giuste a vantaggio di tutti o se stiano lavorando per prendere le contromisure più efficaci a danno degli avversari.
Il sindaco Giorgio La Pira disse, nel 1955, al segretario nazionale della D.C. :”…fino a quando mi lasciate a questo posto,mi opporrò con energia massima a tutti i soprusi dei ricchi e dei potenti. Non lascerò senza difesa la parte debole della città: chiusura di fabbriche, licenziamenti e sfratti troveranno in me una diga non facilmente abbattibile. Il pane (quindi il lavoro) è sacro, la casa è sacra. Non si tocca impunemente né l’una né l’altra. Questo non è marxismo, è Vangelo”.
Coraggio! Il Signore ci aiuterà ad essere, come Lui, pastori che danno la vita per il gregge (Cf Gv 10, 11).
Allora le nostre città assumeranno lo splendore caldo di autentiche comunità di uomini.
Amate senza riserve questa Regione, che Dio vi ha affidato attraverso la volontà del popolo.
Siate i primi custodi delle ricchezze che il Creatore ha voluto donare alla nostra terra.
La bellezza dei nostri mari e delle nostre montagne, la limpidezza dell’atmosfera, la purezza dell’ambiente siano l’oggetto di cure tenaci e vigili. E’ necessario, infatti, resistere con forza ai miraggi ingannevoli di uno sfruttamento indiscriminato, che depaupera e rovina inesorabilmente il territorio per il vantaggio economico di pochi.
La nostra regione vuole essere un luogo in cui la vita umana è considerata come supremo valore in tutte le stagioni, dal primissimo sorgere fino all’ultimo tramonto.
L’amore e la solidità della famiglia ci hanno permesso di vivere e di educare i giovani con dignità anche in momenti molto difficili.
L’etica del lavoro, vissuto come fedeltà professionale, fatica e sacrificio ci rende orgogliosi del nostro passato e ci orienta decisamente verso la costruzione del futuro.
A partire dalla fede cristiana, a cui molti di voi si dichiarano vicini e profondamente sentita dalla nostra gente, siate testimoni e difensori di tutti questi valori di cui sono ricche le popolazioni meridionali(1).
Molto spesso la nostra gente chiede a noi la benedizione.
Noi lo facciamo nel “nome del Signore che ha fatto cielo e terra”.
Nel Suo nome, nel nome dei più deboli, dei poveri, dei disoccupati, degli anziani, delle famiglie, dei bambini e dei giovani, con fiducia, vi auguriamo di dare sapore di umanità a tutte le vostre decisioni politiche.
Nel vostro compito politico come nella vita familiare e sociale, è Lui che voi servite quando orientate le leggi verso la crescita degli ultimi(2).
“Benedite la vostra città. Tracciatele un segno di croce prima di addormentarvi la notte. Per chi crede sarà un’impetrazione di grazie; per chi non crede sarà una carezza dolcissima.
Questo gesto vi riscatterà dalle tante frustrazioni che, nel corso della giornata, l’impotenza di giungere a placare tutti i bisogni vi ha fatto sperimentare.
E quando toccherete con mano l’insufficienza della vostra fatica, affidatevi a Dio, perché sia Lui a custodire la città”(3)».
GLI ARCIVESCOVI E I VESCOVI DELLA BASILICATA
Potenza, 1 Febbraio 2009
XXXI Giornata Nazionale per la vita
(1) CEI, Chiesa italiana e mezzogiorno, Sviluppo nella solidarietà, Roma 1989, n.11
(2) Cf Mt 26,40
(3) A. Bello, Scritti vari, vol. VI, Molfetta 2007, p. 89
«Pietro gli disse: "Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!"». (At 3,6).
Fratelli, uomini e donne del Sud,
Non nascondiamo le difficoltà dell'attuale congiuntura e sappiamo che esse si aggiungono alle storiche ferite del Meridione. Quotidianamente le tocchiamo con mano nell'ascolto e nella consuetudine, che abbiamo con voi. Le comunità ecclesiali sono infatti pienamente attraversate dalle storie dei singoli e dalle vicende dei nostri popoli visitati dalle crisi economiche} affettive e sociali, che arrivano a mettere in ginocchio la fiducia dei genitori, dei giovani e dei lavoratori. Ogni giorno in tanti bussate alle nostre porte per ritrovare la parola persa del conforto e del significato dei nostri giorni.
Come Pietro ci sentiamo poveri e soffriamo della vostra sofferenza. La vostra mancanza provoca il cuore dei Pastori, incapaci di moltiplicare il pane delle mense; abbiamo tuttavia il coraggio della fede che grida: «Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!»
Solo nel Maestro ritroviamo la parola significativa che rende possibile di portare oltre lo sguardo; con Lui riusciremo a rendere feconde le storiche ricchezze che il Signore ci ha donato: patrimonio di bellezza, di solidarietà e di accoglienza.
Forse non sempre siamo riusciti ad essere buoni custodi con voi di questi doni, ma insieme vorremmo ritrovare le radici, il patrimonio umano e spirituale, per offrirlo non solo alle nostre genti ma all'intero Paese, all'Europa e ai Sud del mondo che come noi cercano un sole di speranza. Siamo confortati dalla piena sintonia che avvertiamo con I}intera Chiesa italiana.
Vorremmo che la speranza del Sud fosse la speranza del Paese!
Per ritrovare pienamente noi stessi bisogna però correggere alcune distorsioni, insinuatesi nei nostri stili di vita: la fede deve essere nettamente coerente con la vita. Come permettere che ci sia ancora distanza tra culto e storia, tra scelta credente e vita concreta, nel lavoro e nelle professioni, nella famiglia, nell'economia e nella politica?
I laici che ancora numerosi vivono le comunità e le associazioni, dovranno maggiormente dare ragione della speranza che è in loro nei luoghi che quotidianamente vivono, uscire cioè dalle mura del tempio per incarnare nella società il Vangelo di Cristo.
Quello che noi abbiamo, vi passiamo. Ma cosa abbiamo?
Parrocchie vivaci, associazioni, movimenti e volontariato generoso e' attivo, una parola che ancora unisce gran parte della popolazione in una società che tende alla disgregazione. Questo è il nostro patrimonio; questo offriamo per ritrovare le nostre radici di comunione e di fraternità. Desidereremmo quasi un nuovo patto per ritrovare insieme la passione civile, fondata per parte nostra sulla fiducia nell'uomo che il Vangelo esprime, quasi un tessuto connettivo nel quale tutti possano esprimere liberamente se stessi.
la voce di Cristo ci suggerisce di condividere anche il poco che abbiamo: per questo offriamo gli spazi, le intelligenze, l'esperienza, l'impegno educativo, e oseremmo dire la nostra stessa vita per costruire insieme un mondo migliore per i nostri figli. la generosità che come meridionali ci caratterizza, vorremmo passasse dall'emozionale ad una costante strutturale.
Anche noi Vescovi, uomini del Sud come voi, sentiamo forte l'invito di Pietro: Alzati e cammina! Con voi siamo pronti a rialzarci.
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