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    Percorrendo la navata laterale destra si raggiunge il transetto. Svoltato l'angolo si trova la porta della sacrestia ove sono custoditi i paramenti sacri antichi e preziosi per il materiale usato e per l'arte profusa da sapienti ed esperti mani di ricamatrici, spesso Suore di Clausura. Dalla sacrestia si passa nell'Ufficio Capitolare dove si possono ammirare stemmi lignei, paramenti, reliquari, pale di altare, mitre, sigilli in metallo ed in ceralacca (alcuni molto belli di epoca angioina) ed altri oggetti antichi.
    Uscendo dalla sacrestia, sulla destra vi è un maestoso polittico, formato da un grande quadro centrale rappresentante la Madonna del Rosario, circondato da quindici tavole con i Misteri e sormontato da un timpano con la classica iconografia della SS. Trinità. Il dipinto, olio su tavola (misura m. 3x2), datato 1583, è opera di Antonio Stabile. La Madonna in Trono con il Bambino in braccio dona la corona del Rosario a San Domenico. All'altro lato, invece di Santa Caterina da Siena, è raffigurato San Tommaso d'Aquino: è un caso piuttosto unico che raro e si spiega per il fatto che Sigismondo Saraceno, Arcivescovo dal 1558 al 1585, era studioso e devoto di questo Santo. Il polittico ha una sontuosa cornice barocca formata da due colonne tortili in legno decorato, che sorreggono il timpano e poggiano su due basi sempre in legno, su cui sono dipinti lo stemma di Acerenza e quello dell'Arcivescovo.
    In alto, sotto il timpano, è la scritta "DEIPARAE VIRGINI SACRATISSIMI ROSARII IMAGINEM SIC ORNATU DECOR CONFRATR. SOCIETAS COM. SERE ADDIXIT". Cioè: "All'immagine della Madre di Dio la Vergine SS. del Rosario la Società dei Confratelli ha aggiunto questa cornice finemente lavorata".
    In basso, a sinistra del polittico è la tomba di Mons. Francesco Antonio Santorio, morto a Miglionico e trasportato qui, per sua disposizione testamentaaria, da suo successore Mons. Scipione de Tolfa.
    Sul lato del transetto, nell'absidiola, è stato sistemato di recente il battistero, che prima era davanti alla porta del museo dell'opera. È formato da una colonna scanalata elicoidale, simbolo della Vita Eterna, su cui poggia una grande vasca monolitica in porfido. È coevo della Cattedrale, cioè dell'XI secolo.
    Accanto al battistero una porticina immette nella torre scalare che porta ai tetti ed alla cupola.
    Percorrendo il deabulatorio si possono notare le semicircolari colonne decorative sormontate da capitelli di una semplicità unica. Qua e là affusti di colonne scanalate, frammenti dell'antico tempio pagano preesistente, dedicato ad Ercole Acheruntino.
    La prima absidiola radiale contiene la cappella votiva di San Michele della nobile famiglia Cappetta. È rimasta con tutta la sua opulenta decorazione barocca, come ricordo storico del fatto che, alla fine del '600, tutta la Chiesa era stata decorata, secondo la moda del tempo. La statua lignea del Santo Arcangelo è della prima metà del '600. L'elegante balaustra, di stile rinascimentale, con un cancelletto artistico in ferro battuto, fu costruita nel 1754 da Mons. Anton Ludovico Antinori.

    La seconda absidiola contiene la cappella di San Mariano, Martire Acheruntino. Sotto l'Altare si conservano le Sue Reliquie, ricognite dell'Arcivescovo Francesco Zunica nel 1782 e di Lui portano il sigillo. Nella nicchia è una statua lignea, fatta modellare dall'Arcivescovo Giovanni Spilla nel 1613, dopo il ritrovamento delle Reliquie avvenute il 7 giugno di quell'anno. San Mariano subì il martirio nell'anno 303, sotto il terribile Imperatore Diocleziano. Il Martire della Cristianità Acheruntina era Diacono di questa Chiesa. Accanto all'altare vi è una piccola cattedra episcopale lignea del '700.
    A questo punto è bene dare uno sguardo d'insieme alla navata centrale attraverso il fornice del presbiterio, mettendosi di spalle all'Altare di San Mariano. Si gode di un elegante dinamismo di linee curve che si rincorrono dal deambulatorio alla balaustra della cantoria, lungo quelle rette della navata, culminando nel tondo del rosone, sostenuto dalle canne dell'organo.
    Proseguendo lungo il deambulatorio si incontra la terza absidiola in cui è l'altare barocco, anch'esso secentesco, del Patrono San Canio. Nella nicchia è la statua lignea del santo, della prima metà del secolo XVII. Il Vescovo Martire è rappresentato seduto su di un trono episcopale, rivestito dei paramenti pontificali. L'opera è impreziosita da ricchi ricami floreali e figure geometriche, evidenziandole i paramenti liturgici. Essa venne eseguita insieme ad un'altra statua, in argento, ora scomparsa, a mezzo busto, con reliquario sul petto e 19 pietre preziose sulla mitra pure in argento.
    Si conserva, invece, nel vano della Cantoria, un altro simulacro del nostro Santo a mezzo busto, con mitra e pastorale e in atteggiamento benedicente. Questa è assai simile alle statue di San Canio che sono venerate nelle Chiese di Calitri e di Sant'Arpino.
    L'altare così come si presenta è in realà il rivestimento marmoreo operato alla fine del '600 di un altare in pietra certamente più antico, forse quello del 799, l'anno in cui il Santo Vescovo Leone fece trasportare da Atella in Campania le Reliquie di San Canio.
    L'antico altare in pietra, come si può vedere attraverso l'unica apertura circolare di appena 15 cm. di diametro, è una specie di sarcofago, m. 2,25 (internamente m. 1,95, profondo m. 0,60, alto m. 0,57) e alto m. 1,09; il loculo è alto cm. 69. Sul fondo del "sarcofago" è poggiato un bastone ligneo, privo di riccio, lunco cm. 145 e di circa cm. 5 di diametro. Il bastone è nodoso per la sua lunghezza eccetto i primi 10 cm. che sono lisci. Poggia su un piano accidentato e ruvido. Queste cose sono importanti a sapersi, quando si considera un fenomeno mai spiegato, e inspiegabile con le leggi della fisica, cioè il fatto che detto bastone si muove spontaneamente per cui a volte è vicino all'apertura da potersi toccare con le dita, altre è invece a metà o in fondo all'abitacolo da potersi appena vedere con l'aiuto di una torcia elettrica. L'apertura è protetta da una porticina in legno. A destra vi è un'altra poltroncina lignea, ma è finta; serve solo alla simmetria.
    La tradizione, costante dal 799, e avallata lungo i secoli da documenti di Arcivescovi che effettuaruono la ricognizione canonica delle Reliquie, attribuisce il Pastorale a San Canio, portato e riposto in Cattedrale insieme al Suo Corpo. Nulla vieta dunque che questo fenomeno possa essere per il credente un "segno", un richiamo, un dono, uno stimolo. Purtroppo non si sa dove sia ora il Corpo di San Canio. Occultato molto bene durante l'invasione dei Saraceni, per evitarne la profanazione, se ne è persa la memoria del nascondiglio.
    A sinistra della Cappella di San Canio, in una nicchia, è un affresco raffigurante la Madonna in Trono con San Francesco e San Girolamo negli stipiti. Purtroppo l'affresco è deteriorato a causa della sovrapposizione degli stucchi della decorazione barocca ed è mutilo nella parte superiore, avendo aperto su di essa una finestra nel deambulatorio, quando fu chiusa quella dell'absidiola, per far posto alla nicchia di San Canio.
    L'affresco è probabilmente del Frescante, nella prima metà del sec. XVI, dei pilastri della Badia di Anglona, il quale assimila lo stile e i motivi di Giovanni Luce da Eboli.
    Di fronte è un piccolo affresco raffigurante San Pietro, fatto dipingere da un Canonico Cantore Acheruntino, forse dello stesso autore dell'affresco precedente.
    Percorrendo il deambulatorio si notano alcuni frammenti di colonne romane scanalate. Al termine il transetto sinistro è la porticina che immette nell'altra torre scalare per accedere ai tetti. Nella parete di fondo del transetto, l'altare barocco sembra sorreggere l'Edicola del SS. Sacramento, che attraverso decine di simboli scolpiti sulla pietra, è un piccolo "trattato" sull'Eucaristia e sulla Messa. L'opera potrebbe essere di Mastro Pietro da Muro Lucano.
    &Eegrave; stato pubblicato un libro d'arte che descrive l'edicola e i suoi particolari con 21 litografie di M. Ianniello.
    Al centro un dipito su tavola rappresentante la Deposizione, di Antonio Stabile, del 1570 circa.
    A sinistra dell'altare è una bella lapide marmorea riproducente un rescritto di Gregorio XIII, dell'8 febbraio 1578, con il quale il Pontefice concede privilegi spirituali in seguito ad una petizione dell'Arcivescovo Sigismondo Saraceno.
    Prima di percorrere la navata di sinistra e recarsi al museo dell'opera è bene recarsi ai piedi della scalinata che porta al presbiterio e ammirare la bellissima abside, perfettamente orientata ad est, secondo una simbologia medievale; l'altare maggiore è Cristo, "Sole che sorge dall'oriente". Il catino, verso il tramonto, si colora di un bellissimo rosa-pallido, per la luce che filtra direttamente dal rosone. Nell'abside sono 5 vetrate, volute da Mons. Pecci e realizzate dalla vetreria Pizzirani di Bari negli anni '30, rappresentanti nell'ordine, da sinistra, San Canio, San Pietro, l'Assunta, San Paolo e San Mariano.
    Al centro dell'abside è un Crocifisso ligneo di autore ignoto del sec. XVII, dono della Famiglia Vosa per l'altare del Crocifisso. L'opera fu sistemata in seguito nella Cripta, poi nella Cappella dell'Episcopio e finalmente collocato qui nel 1977.
    Su una parete in basso a sinistra è affrescato San Canio. Da notare che l'affresco è una supercettazione di un altro più antico. La medesima cosa si può riscontrare anche in altri punti del presbiterio, dove rimangono frammenti di affresci del XVI secolo e XV secolo.
    Sotto gli archi son ben visibili decorazioni floreali e, a livello del pavimento, sotto i primi archi, a sinistra la Madonna in Trono con il bambino e a destra San Pietro Martire. L'autore è ignoto. Esiste un coro settecentesco bisognoso di restauro. L'altare ha come supporto un capitello romano di stile corinzio, collocato in antecedenza presso la porta del deambulatorio, dove fungeva da acquasantiera.
    Nel 1953 la Sovrintendenza ai Monumenti modificò profondamente il sistema di accesso alla Cripta. Prima vi era una rampa centrale che saliva al presbiterio e 2 laterali che immettevano nella Cripta, perpendicolari ai due portalini rinascimentali ora rimasti mortificati sotto la voltina dello scalone.
    La balaustra che definiva la scala e il coro era formata da colonnine in ghisa e da pilastrini in pietra scolpiti con simboli e stemmi dei Ferrillo: una di esse funge da leggio a destra del presbiterio, altri sono raccolti nel museo dell'opera. La cupola, alta circa 30 m., danneggiata dal terremoto del 1930, fu ricostruita, con tiburio a pianta ottagonale, all'esterno, e non più circolare come era prima.
    All'interno la conclusione terminale è a capriata, esempio piuttosto unico che raro; alla base della cupola, quando era interamente rivestita di decorazioni e cornicioni barocchi, era la scritta "TEMPLUM JAM SOLIDE RESTAURATO MOLEM ETIAM HANC CONSTRUERE FECITQUE ORNARE ARCHIEPISCOPUS ANTONIUS DI MACCO A.D. MDCCLI. Cioè "Questo Tempio già solidamente restaurato, l'Arcivescovo Antonio Di Macco e questa mole (la cupola) fece costruire ed adornare nell'anno del Signore 1851".
    Fatta la visita della Cripta (di cui trattazione a parte), possiamo percorrere la navata sinistra per andare verso l'ingresso. Sulla parete laterale nel posto dove era prima collocato il Battistero, è una lastra terminale di un'edicola con, nell'esergo della vasta conchiglia, l'Annunciazione del secolo XVI, attribuita al Maestro della Tomba Orsini nella Cattedrale di Venosa. L'angelo, devotamente inginocchiato, ha davanti alla bocca un cartiglio con la scritta AVE MARIA; a destra la Madonna è pienamente inginocchiata davanti ad un classico leggio con sopra il Libro Sacro.
    Entriamo nel museo dell'opera dove campeggia il Busto marmoreo dell'imperatore Giuliano l'Apostata: educato cristianamente, piano piano egli tornò al culto degli dei. Divenuto Imperatore, restaurò il paganesimo con ferree leggi eversive. Sarà per il fatto che in Acerenza, col ripristino del culto a Ercole Acheruntino tornò un certo benessere economico, che si sentì il bisogno e il dovere di innalzare a Giuliano un monumento di cui si conservano, insieme al busto alcuni frammenti.
    Primo fra tutti una pietra con dedica, un tempo murata sulla facciata del Campanile, dove tuttora rimane il posto vuoto. L'iscrizione dice: "REPARATORI ORBIS ROMANI D.N. - CL. IULIANO AUG. AETERNO PRINCIPI - ORDO ACHERUT.", cioè: "Al restauratore del Mondo Romano il nostro signore Claudio Giuliano Augusto Eterno Principe, l'Ordine Acheruntino". Un altro frammento porta la scritta ULIAN e potrebbe essere parte del frontespizio o di un basamento del monumento, come ipotizza il Lenormann.
    In alcune vetrine sono raccolti reperti archeologici trovati in agro di Acerenza databili dal IX sec. a.C. al 1000 d.C.
    La visita finisce purtroppo senza aver visto molti oggetti di culto e di arte che possiede la cattedrale di Acerenza. Questi sono racchiusi, per ora, in sicuri depositi, nell'attesa che vengano valorizzati e goduti in un Museo di Arte Sacra, in fase di allestimento.

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