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  Tra la seconda e la terza absidiola si nota un arco, il cui ruolo non è stato ancora scoperto; al di sopra sono dei monconi di probabili supporti di non si sa che cosa: forse un altro arco o statue.

  Sul portale al di sotto del rosone, vi è uno stemma in marmo dei Conti Ferrillo, che intorno alla metà del 1500 fecero munificamente restaurare la facciata e il campanile. Sulla cuspide della facciata vi è una croce marmorea di recente fattura, nel posto dove per secoli fu il busto marmoreo dell'imperatore Giuliano l'Apostata, ora conservato all'interno, come vedremo.
  A sinistra un piccolo portale mette nel museo dell'opera del Duomo. Sulla destra un possente campanile terminante a torre, con belle monofore, una finestra rettangolare e due stemmi: del Cardinale Saraceno e della città; un terzo stemma, quello dei Conti Ferrillo, è andato perduto e ci è rimasto un vuoto dove era posto.

  Notare i caratteristici supporti per le aste delle bandiere della finestra rettangolare e rinascimentale. Una scritta sotto lo stemma centrale, nel riquadro che la contiene, dice: "Ioannes Michael Saracenus SS R E Presb. Card. Archiep. Ach. erontinus erectis. MDLV"; cioè "Giovanni Michele Saraceno, della Santa Romana Chiesa Cardinale e presbitero, Arcivescovo Acheruntino, eresse nell'anno 1555".
  Sotto il cornicione che rasenta la soglia della prima monofora sono incastonate alcune pietre antiche con delle lettere, frammenti di una iscrizione ancora leggibile: sono la firma dell'architetto-costruttore, Maestro Pietro di Muro Lucano.
  Su una pietra d'angolo, in alto a destra dello zoccolo del campanile è scolpita la data 1554.
  Poco più sotto degli stemmi è una finestrella quadrata che dà luce al vano sottostante le celle campanarie e le scalinate. Ancora più sotto è lo spazio vuoto lasciato dalla pietra recante l'iscrizione della dedica di un monumento all'imperatore Giuliano l'Apostata, anche essa conservata nel museo dell'opera. Sempre sotto la finestra quadrata due frammenti di sarcofaghi di epoca romana, con figure togate e accanto a detta finestra una pietra sepolcrale cristiana, con una bella croce iscritta in un cerchio.
  Sul fianco destro un altro frammento di sarcofago romano, con figura togata e amorini in alto a destra, sotto il secondo cornicione, il frammento di un'ara sacrificale con teste di bue.
  Sulla facciata un bel rosone, mancante della raggiera, fatto nel 1928 su quello preesistene. Reca tutt'intorno una scritta: "L. Potenza V-I-D-CE Vicario Gener - Acher - Se(D) - Vrgente necessitate e Proventibus Posito 1601 - Restaur. A.D. 1928".
  Vale a dire "Lelio Potenza, dottore in "Utroque iure", Vicario Generale Acheruntino, lo ha fatto erigere a sue spese nel 1601".
  Volendo visitare l'esterno è meglio partire dal lato sinistro. Accanto alla Cattedrale è l'edificio settecentesco della Pretura e del Carcere, ora restaurato e adibito a Bar-Ristorante, con bella romanella mediterranea. Esso aiuta a scoprire piano piano il transetto sinistro, possente e delicato, per quell'efflorescenza di licheni, che dà un particolare tono cromatico a quella parte dell'Edificio Sacro, e che cambia colore con le stagioni.
  Proseguendo su piazza Glinni, sulla cui sinistra è il bel Palazzo settecentesco di quella famiglia, si profilano i meravigliosi bastioni di transetti e delle absidi, culminanti con la cupola ottogonale, le linee architettoniche rese snelle dalla svettante torre scalare, la fuga di archetti pensili che decorano il perimetro superiore del Sacro Edificio.
  Sulla parte che va dalla prima alla terza absidiola sono incastonate quattro colonnine marmoree, che ripetono il motivo decorativo di tutta la parte posteriore della Cattedrale: sono i frammenti dell'antico ciborio della Cattedrale Paleocristiana, forse del VI secolo, come dimostra, un raffronto con i Cibori delle Basiliche di Ravenna, l'Architetto Rusconi che le scoprì nel 1969.
  Proseguendo verso sinistra si scopre l'altra torricella scalare che porta ai tetti e, tramite un bellissimo contrafforte (nello spessore del quale è ricavata una scala esterna), all'interno della cupola.
  Completato il giro esterno si entra nella Cattedrale e si rimane stupiti della "grandiosità nella semplicità.
  Ai lati delle porte due acquasantiere marmoree sono sovrastate da lapidi che ricordano i restauri effettuati in epoche diverse.
  Si legge: "ARCHIEP LOSCHIRICO - TEMPLUM - AFFABRE EXORNATUM - SOLO NOVITER STRATO - SUIS - CAPITULIQUE - CURA ET SUMPTIBUS - DIE XII MAY A. MDCCCLXXXIX - SOLEMNITER DICAVIT". Cioè: "L'Arcivescovo Loschirico, il Tempio sfarzosamente adornato, col pavimento nuovamente rimesso a posto a spese sue e del Capitolo solennemente dedicò il 2 maggio 1889".
  A sinistra invece si legge: "ECCLESIAM HANC - ACHERUNTINAE ARCHIDIOECESEOS PRINCIPEM - RUINIS PENE COLLAPSAM - ANTONIUS DI MACCO ARCHIEPISCOPUS - BENEFICENTISSIMUM - RESTITUIT DEDICAVIT - ANNO A REPARATAE SALUTIS - MDCCCXLVI".
  Cioè: "Questa Chiesa, Principale dell'Archidiocesi di Acerenza, quasi caduta in rovina, Antonio Di Macco Arcivescovo, beneficentissimo, riparò, dedicò nel 1846".
  A destra, sulla parete di fondo della navata, due porte a cui si accede da alcuni gradini esterni.
  La prima immette nel vano del campanile e funge da ripostiglio. Vi si conserva, smontato, il pulpito marmoreo policromo, che il Cardinale Diomede Falconio aveva fatto costruire sotto il primo egli archi che dividono da navata centrale da quella di destra che l'Arcivescovo Corrado Ursi fece togliere nel gennaio 1966 perchè tutti ormai lo consideravano una stonatura nella Cattedrale di recente riportata allo scarno stile originario romanico-normanno.
Il pulpito era costituito da quattro colonnine di marmo verde sotenenti un pianerottolo quadrato e delimitato da una balaustra per tre lati, eccettuato quello per accedervi; sul lato prospiciente la navata centrale, e quindi verso il popolo, un bellissimo stemma del Cardinale Falconio, che era stato Arcivescovo Acheruntino. Vi si accedeva tramite una scala anch'essa delimitata da una balaustra.
  Sotto il pulpito, a ridosso dela scala era la scritta: "DIOMEDIS S.R. E CARD. FALCONIO - IAM HUIUS METROPNAE ECCLAE ARCHIEPI - MUNIFICENTIA - A.D. MCMXIII. Cioè: "Dono di Diomede di Santa Romana Chiesa Cardinale Falconio, già Arcivescovo di questa Chiesa Metropolitana, l'anno del Signore 1913".
  La seconda porta, più piccola, immette alla scala a chiocciola che porta al campanile e alla cantoria. Oltre cento gradini portano alla cella campanaria, ove cinque campane formano un concerto molto armonioso.
  Esse inoltre costituiscono altrettante opere d'arte. Il campanone centrale, dedicato a San Canio, fu fuso ad Acerenza da Girolamo Olita, originario di Vignola (Pignola - PZ), ove era nato nel 1787. L'artista - fonditore si era trasferito nella nostra città fin dal 1807, in seguito al matrimonio con un'acheruntina. La campana è del 1854, ordinata e finanziata da Mons. Di Macco. Benedetta nel 1855 dal suo successore Mons. Gaetano Rossini, fu elevata nella cella campanaria il 22 maggio 1856. Queste notizie si ricavano da un interessante documento litografico incorniciato ed esposto in sacrestia. In esso è descritta la campana di San Canio, di cui si danno tutte le dimensioni, mentre si fa il paragone con una famosa campana della Sassonia ed un'altra di San Pietro in Roma. A sinistra l'autoritratto a mezzo busto di Girolamo Olita, che con la mano sinistra indica il campanone, tenendo la destra nel panciotto: documento piuttosto raro e bello che vale la pena di ammirare.
  Nella stanza prospiciente la cantoria è una mostra permanente di artigianato esotico.

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