Basilica Cattedrale di Acerenza
29 Settembre 2005
Commiato di S.E. Mons. Michele Scandiffio
a termine del suo servizio episcopale e
Ordinazione diaconale di
Giuseppe Nardozza
OMELIA

Carissimi fedeli,
Vi saluto con grande affetto e Vi ringrazio sentitamente per essere venuti così numerosi a questa celebrazione, che segna il momento del mio commiato ufficiale da voi per la cessazione del mio servizio episcopale.
Saluto in modo speciale voi rappresentanti dei Comuni che avete voluto onorarmi con la vostra presenza, a voi la riconoscenza della Chiesa per avervi trovati sempre disponibili a sincera collaborazione nella ricerca e promozione del bene e del progresso della nostra gente, pur nel rispetto degli ambiti e dell’autonomia nei vari settori. Ma lasciate che il cuore parli; è bello chiudere con una celebrazione sia perchè emerge la necessità di rendere a Dio prima di tutto la lode e il ringraziamento e sia per ribadire con forza che gli uomini passano, ma Cristo resta ed è lo stesso ieri, oggi e sempre.
A questa celebrazione è unita l’ordinazione di Giuseppe Nardozza. E voi permetterete che alla luce di questo avvenimento di grazia, della Parola di Dio e dei doni che saranno da me offerti per la celebrazione ed esprimenti il totale dono di noi stessi a Cristo Signore, io offra a questa Chiesa spunti di riflessione e sollecitazioni conseguenti.
Dunque, Giuseppe, stai per diventare diacono. Tante cose si potrebbero dire, ma tu le hai sentite e meditate sovente. Io voglio qui evidenziare e sottolineare qualcosa per la comune utilità. Anzitutto è il momento del dono totale di te al tuo Signore. La tua vita non ti appartiene più. Devi responsabilmente prenderne atto. Una vita donata. Se in qualche circostanza il dono scompare, per far posto ad una indebita appropriazione, si attente alla stessa unità vita-dono e si mette a rischio l’autenticità vera della vita.
È vero che è al tuo Signore che ti doni e che il tuo dono è stato preceduto al Suo dono. Ma questo semmai aumenta ancor più il nostro stupore e la nostra trepidazione: A Lui ti darai nella totalità del tuo essere e del tuo operare.
Qui affiora il valore intrinseco del nostro celibato come espressione della totalità del nostro dono e come segno di un più grande amore. È pur vero che i tesori li conserviamo in vasi di creta, ma questo, lungi dallo scoraggiarci, deve rinsaldare la nostra fiducia. “Solo per la grazia sono quello che sono” e radicarci nella prudenza e nell’impiego dei mezzi soprannaturali idonei a vivere gioiosamente la fedeltà all’amore.
Oggi tu ti incardini definitivamente in una Chiesa locale, per esercitate in questa il tuo ministero. Ne sposi la povertà, ne accetti i limiti, impegni te stesso, la vita, i doni ricevuti per rendere più splendente il suo volto. Questo significa la rinuncia ad un certo talvolta comodo nomadismo e la convinzione radicata che è il Signore che mi affida il campo del mio impegno apostolico. Questo campo allora devi amare, coltivare, servire rifuggendo da ogni evasione.
Il ministero diaconale spalanca dinanzi agli occhi orizzonti inauditi; la predicazione del Vangelo, l’amministrazione del Battesimo e dell’Eucaristia, la cura e l’assistenza agli infermi, le celebrazione dell’esequie e del matrimonio, i1 servizio alla mensa per una partecipazione più intima alla celebrazione dell’Eucaristia. Ma qui vorrei andare al cuore del ministero diaconale che è lo stile del servizio sempre portato fino in fondo in ogni espressione ministeriale.
Disse Gesù quando gli Apostoli discutevano chi fosse il più grande “ ... voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra di voi non sia così, ma chi vuol essere più grande si farà vostro servitore”.
Detto questo, e credo che basti, per te, Giuseppe, vorrei cogliere da questa ordinazione due sollecitazioni che volentieri affido a questa amata Chiesa: la pastorale delle vocazioni. È stata una benedizione per la nostra Chiesa la presenza di tanti giovani sacerdoti. Ma questo mettetelo al centro delle vostre ansie e dei vostri impegni. Create le condizioni perchè sorgano sempre più numerose e qualificate vocazioni sacerdotali, missionarie, e di speciale consacrazione.
Lo dico particolarmente a voi sacerdoti. Permettetemi di confidarvi: ho visto con preoccupazione la decrescita dei ministranti in alcune parrocchie.
Ed ancora nella vostra testimonianza, nel vostro stile di vita, lo auspico per tutti, prevalga e si evidenzi l’atteggiamento del servo. Non siate preposti gli uni agli altri, ma ognuno consideri gli altri superiori a se stesso. Lo dico a voi presbiteri. Questo vale per i presbiteri, ma anche per tutti i componenti del popolo di Dio.
Altro settore sul piano pastorale che ci ha visti occupati e preoccupati in questi anni: la formazione del laicato.
Occorre che ci sia un costante impegno in questo campo. Lo raccomando vivamente a voi sacerdoti. Oggi più che mai occorre una maturità di fede adeguate alle varie età. Formare significa avere una cura costante ed appropriata alle esigenze delle persone che vivono inserite in un territorio. La formazione si ha attraverso l’ascolto e la familiarità della Parola di Dio attraverso la tensione alla crescita di una profonda spiritualità, attraverso la preghiera e l’esperienza della vita interiore, della conformità a Cristo Gesù, la frequenza ai santi Sacramenti e la conseguente incarnazione delle esigenze di ciascuno di essi nella vita concreta, nelle scelte e nei rapporti, attraverso l’esperienza della misericordia ricevuta ed offerta, attraverso l’esercizio delle virtù, attraverso una saggia direzione spirituale.
Evidentemente si sente oggi e, i segni sono tanti, l’esigenza di aprirsi maggiormente verso un Vangelo incarnato che sia testimoniato nella vita e negli atteggiamenti! Lasciate ora che io raccomandi a voi, miei cari fratelli presbiteri, nella vostra azione pastorale la famiglia e i giovani; abbiate un’attenzione ed una cura particolare per la famiglia. Aiutate le famiglie a crescere ed a scoprire il gusto di un amore reciproco, ricordando che ogni amore viene da Dio e che solo l’amore può difenderci dai pericoli che la insidiano. Non desistete inoltre di fare ogni sforzo perchè i giovani, la speranza del domani, possano incontrare Cristo ed innamorarsi di Lui.
Nella parola di Dio or ora ascoltata c’è la visione degli Angeli e della loro missione. Appaiono come servi del Signore, formano la sua corte d’onore, ci si presentano come lottatori contro il drago e vittoriosi. Da loro si leva il canto di lode al Signore di cui siamo ministri e pronti a fare il suo volere, assistono e proteggono gli uomini, salgono e scendono sul Figlio dell’uomo. L’esortazione che scaturisce spontanea: “Il nostro aiuto viene dal Signore” affidiamoci a questi angeli, uniamoci alla loro lode, conformiamoci al loro servizio. Ora vorrei, e lo faccio con qualche difficoltà illustrare il significato del ricordo personale che intendo lasciare a questa Chiesa. Tale ricordo consistente in un calice ed una pisside per la celebrazione della Santa Eucaristia ed in una somma di denaro per venire incontro a qualche povertà emergente vuole costantemente richiamare i doni insigni fatti dal Signore alla sua Chiesa: l’Eucaristia e i poveri. L’Eucaristia, il mistero grande della fede e dell’amore; siamo agli sgoccioli dell’anno Eucaristico mentre inizia il Sinodo dei Vescovi sullo stesso argomento, essa garantisce la presenza reale di Cristo per noi, ne perpetua il significato redentore, ne trasmette i frutti di santità e di grazia attraverso la comunione e l’effusione dello Spirito. L’Eucaristia per la quale nascono i Sacerdoti e dalla quale nasce la Chiesa che si rinnova e ringiovanisce attraverso un amore che riconcilia e vitalizia il corpo di Cristo dev’essere il cuore pulsante della vita cristiana ed ecclesiale. A noi il compito e la responsabilità di accogliere e di vivere questa profonda comunione che si reinstaura con Dio e fra noi. Comunione rispettosa della diversità, comunione che dev’essere espressa e significata dal presbitero unito al Vescovo e da tutto il popolo santo di Dio.
Cari fratelli miei, risplende di vivida luce e si percepisce il significato profondo dell’Eucaristia domenicale inserito nel pellegrinare faticoso verso la patria.
I poveri li avremo sempre con noi. Ed è grazia e dono. Cristo si è identificato in essi. D’altro conto senza di essi l’amore non avrebbe uno sbocco naturale e ci sarebbe il rischio della generale aridità. Essi sono i fratelli provati dalla sofferenza e dalla solitudine, dall’angoscia e dalla disperazione.
Nella mensa noi mangiamo l’unico Pane e dobbiamo esprimere il profondo senso della solidarietà e della condivisione. I poveri vanno amati, aiutati, rispettati. Vorrei esortarvi che mai la vita del cristiano e ancor più del presbitero insulti la povertà del fratello e che, si badi, non c’è povertà più grande di quella di chi ha chiuso le porte del cuore a Cristo Signore.
Non si chiuda mai, fratelli, il vostro cuore di fronte ai fratelli bisognosi e poveri che battono le vostre strade e si annidano nei vostri quartieri.
Cari fratelli, la Chiesa italiana è avviata alla celebrazione del Convegno ecclesiale di Verona perchè possa risplendere pura e immacolata senza ruga nè macchia perchè l’unità del corpo renda tutti responsabili di essere parte viva di un corpo, il corpo di Cristo, tutti interessati a svolgere la loro parte secondo la diversità dei carismi e dei doni ricevuti, tutti coinvolti a rendere conto della speranza che alberga nei cuori. Non è compatibile che l’unità del corpo non sia il segno seducente ed attraente che tutti richiami all’esercizio della carità, alla professione della fede, al riaccendersi di una speranza che non tramonta. Il tema proposto, infatti, alla meditazione ed alla conversione della Chiesa è “Testimoni di Gesù Risorto speranza del mondo”. A ben guardare, fratelli miei, anche oggi il Signore ha voluto scuotere le nostre coscienze richiamandoci alle gravi responsabilità che derivano dalla varietà dei ministeri. Grazie e lode a Lui per la sua bontà, ma come questa visione che mette in gioco la nostra salvezza e la salvezza del mondo ci lascia intravedere insieme ai momenti di generosa dedizione anche momenti di stanchezza, di freddezza, di scarso slancio ed entusiasmo. Siamo così condotti anche tutti, ciascuno per la sua parte ad impetrare il perdono di Dio, ma a chiedere anche con umiltà il perdono alla nostra gente.
Ed ecco che io per primo chiedo anzitutto a voi, amati fratelli presbiteri, perdono per quello che non ho saputo fare e che ho fatto non bene. Perdonatemi sul piano personale le incomprensioni, qualche atteggiamento di durezza o di scarsa paternità.
Posso assicurarvi: tutti vi voglio bene.
Ma anche voi, cari fratelli, sappiate comprendere, compatire, perdonare questo Vescovo che confida nella vostra preghiera assicurandovi la sua.
Ora, infine, consentitemi di rivolgere il cuore e sguardo a Maria. Insieme all’Eucaristia ed alla Chiesa costituisce il terzo polo e il terzo amore che vorrei bruciasse nei vostri cuori, cari fedeli della Chiesa acheruntina. Sei passata, o Vergine, per le nostre contrade e noi abbiamo riversato nel tuo cuore le nostre ansie, le nostre angosce, le nostre speranze. Ci siamo affidati a te e tu ci hai sorriso maternamente ed aiutati a ritrovare Gesù Via Verità e Vita. Ora ti supplichiamo accoglici fra le tue braccia, facci sentire lo spessore e la beatitudine della tua fede, svelaci il valore profondo dell’umiltà, la gioiosa disponibilità e conformità pienamente alla sua volontà. Guarda questa Chiesa, suscita fervore ed amore. Benedici Pastori e gregge, difendili dai pericoli, proteggili dalle insidie, guidali sulle vie della santità.
Fratelli, ho preparato per voi un’immagine della Madre che ci tenga uniti nel ricordo e nella carità. Vi ho esortati sempre: amate il Signore Gesù da veri discepoli e l’amore regni sempre nei vostri cuori; ov’è carità ed amore lì c’è Dio:
“Non abbiate nulla da preporre a Lui”, così ancora vi esorto nell’immagine. È una frase molto esigente di San Benedetto. L’affido alla vostra preghiera ed al vostro impegno.




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