Profumo di un popolo
(Omelìa per la Messa Crismale, Giovedì Santo, 05 aprile 2012)
(Acerenza, Basilica Cattedrale)
       Sorelle e fratelli carissimi,
la celebrazione della Messa Crismale ci vede riuniti, oggi, in questa nostra Basilica Cattedrale per la consacrazione del Crisma e per la benedizione degli olii dei Catecumeni e degli Infermi.
       È una concelebrazione, come voi potete constatare, solenne e gioiosa, del Vescovo con i suoi e con i vostri sacerdoti che al termine di questa omelìa rinnoveranno davanti a me a davanti a voi quelle promesse, quei SI’, che li videro “protagonisti” dell’inizio di una straordinaria avventura alla sequela di Cristo.
       Una celebrazione che ci vede, infine, popolo di Dio, profetico, regale e sacerdotale convocato per rendere grazie e proclamare gloria e potenza sempiterne a “Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre….(Ap 1, 5-6)”.
       Benvenuti, dunque, fratello vescovo Michele, fratelli presbiteri della diocesi (il nostro affettuoso pensiero va ai confratelli anziani o ammalati o per qualche motivo non presenti fisicamente qui con noi), diacono, seminaristi, religiose e religiosi, gruppi provenienti dalle nostre comunità parrocchiali, dalle associazioni e dai movimenti, in particolare voi ragazze e ragazzi prossimi cresimandi.
La Parola di Dio
       Ed ora fissiamo i nostri occhi su di Lui, il Signore, come li fissarono quel giorno di sabato i presenti nella sinagoga di Nazareth, lasciamoci ancora una volta affascinare dal suo sguardo e consentiamo che la sua parola entri nelle nostre orecchie.
       Il brano evangelico or ora proclamato, Lc 4, 16-21, racconta di questo ritorno a casa di Gesù e del suo abituale ed esemplare comportamento rispettoso delle tradizioni del suo popolo.
       Ma quel giorno, in quella sinagoga, accade qualcosa di mai visto e udito: con autorevolezza di un consumato rabbì Gesù, dopo essere entrato, si alza per leggere e, lentamente, dopo aver svolto il rotolo del profeta Isaia ne cita il passo famosissimo, Is 61, in cui il profeta aveva parlato della sua vocazione come frutto della ‘unzione’ dello Spirito del Signore Dio, del suo essere inviato per gli ultimi e per i sofferenti, “i poveri e i cuori spezzati", e ad annunziare un tempo futuro segnato dalla ‘grazia’ di un Dio gioioso e misericordioso.
       Poi si siede, guarda l’assemblea, comincia a parlare e con meraviglia e stupore di tutti indica nella sua persona, in quel giorno, l’avverarsi della profezia antico testamentaria e il compimento della Scrittura.
       Lo Spirito Santo, l’unzione e la missione: Gesù annuncia che è iniziato un tempo nuovo perché su di Lui si è posato lo Spirito che lo ha consacrato Messìa e lo invìa per portare la buona notizia della speranza e della libertà.
       E’ lo Spirito dunque il protagonista di questa autentica ‘rivoluzione’ che si realizzerà attraverso i gesti e le parole di Gesù e i cui destinatari, nel linguaggio biblico e profetico, saranno i poveri, i prigionieri, i ciechi e gli oppressi.
‘Unto’ e ‘conscarato’ il Signore diffonderà con forza e con dolcezza(il duplice significato dell’unzione) il Suo vangelo e darà inizio all’“anno di grazia” di Dio.
       La liturgia della messa crismale, con la consacrazione del Crisma e la benedizione degli olii dei Catecumeni e degli Infermi, che tra qualche momento vivremo, intende richiamare alla Chiesa e ad ogni battezzato questa identità di conscacrati e di inviati nella storia, certi della presenza e dell’azione dello Spirito Santo, e portatori di buone notizie.
       Appena nati siamo stati unti sul petto per affrontare la lotta contro il male e consacrati, nel giorno della Cresima, sulla fronte per quel ‘profumo’ di popolo di Dio che a volte sembra abbia perso tutta la sua intensità.
       Perché quell’“oggi” di Gesù è il nostro tempo: ci aspettano sul nostro cammino “i poveri e gli oppressi, i ciechi e i prigionieri” con le loro domande di dignità e di speranza, di libertà e di lavoro, di giustizia e di pace.
       Sui loro volti chiamati a scorgere il volto di Cristo, nelle loro mani tese invitati a tendere le nostre, nelle loro parole disperate provocati al coraggio della denuncia, nella loro solitudine capaci di compagnia generosa e caritatevole.
       Questa sera, come ormai significativa consuetudine, sull’altare verranno collocati gli olii consacrati e benedetti e, successivamente, tenuti nel battistero delle nostre chiese parrocchiali, a ricordarci sempre che la nostra vita cristiana è vita di consacrati, che essa è ‘vita buona e bella’ e che non può non diffondere il ‘profumo’ di Cristo.
        Il Crisma, anche quest’anno, profuma di ‘legalità’ (e quanto ne sentiamo bisogno!) e di comunione con la Chieda di Locri-Gerace e tutto l’olio che benediciamo è frutto dei nostri ulivi, ormai in fiore, scaturito come sottile filo d’oro dalle presse e dalle macine dei nostri frantoi.
       Per ricordare, sorelle e fratelli carissimi, che l’olio fluisce solo se le olive si lasciano macinare e che, quindi, non c’è fecondità di testimonianza cristiana che non sappia di passione e di sofferenza ‘per il Vangelo’ e per la Chiesa.
       Che il Signore Gesù, nostro redentore, accolga il nostro canto di lode e di rendimento di grazie per l’opera di salvezza da Lui compiuta, Lui “l’Alfa e l’Omega, Colui che è, che era e che viene….” (Ap 1, 8).
Rinnovazione delle Promesse Sacerdotali
        “Questa messa, ..., deve essere la manifestazione della comunione dei presbiteri con il loro vescovo. ...Nell’omelìa il vescovo esorti i suoi presbiteri a rimanere fedeli al loro ministero...” (Messale Romano, pag. 126).
       Così leggiamo nelle rubriche del M. R. in riferimento a questa celebrazione, unica davvero per l’esperienza ecclesiale che essa ci offre e che tutti noi stiamo vivendo.
        Quanto sia bella e feconda nelle dinamiche della fraternità e del ministero pastorale la comunione tra i presbiteri e il vescovo credo, con molta umiltà e sia pur con qualche fatica, che costituisca per questa nostra chiesa diocesana un cammino quotidiano per il quale rendo grazie al Signore e per la cui crescita sarete invitati a pregare, fratelli e sorelle, per me e per i vostri sacerdoti.
        Carissimi fratelli nel ministero presbiterale per voi e per me, oggi, è un giorno particolare perché la memoria va al giorno in cui avete pronunziato davanti al Signore e davanti al Vescovo il ‘SI’, lo voglio!’ promettendo in quel momento di ‘mettere mano all’aratro e di non voltarsi mai indietro’.
        Da 73 anni o da 17 giorni (mi riferisco a Mons. Canio Forenza e a don Vincenzo Agatiello) questa chiamata del Signore non cessa di sorprenderci e le pagine di un immaginario o reale diario che ciascuno di voi sta scrivendo sarà sicuramente ricco di momenti esaltanti o di esperienze deludenti, di gioia nel sapersi amati dalla propria comunità o di tristezza per le incomprensioni, della bellezza della fraternità sacerdotale o della fatica di relazioni vere e sincere.
       Per tutto questo sale a Cristo, unico, sommo ed eterno sacerdote, da questa assemblea da me presieduta, il rendimento di grazie per il vostro lavoro, per la vostra dedizione e per quanto operate per la crescita della nostra chiesa diocesana, un grazie avvalorato da quanto io stesso sto constatando nella Visita Pastorale in corso e che oggi mi spinge a chiedere al Signore per ciascuno di voi la grazia della perseveranza e della fedeltà.
       Vi invito a guardare le palme delle vostre mani e a ricordarvi le parole del vescovo mentre le ungeva con il Crisma: “Il Signore Gesù Cristo che il Padre ha consacrato in Spirito Santo e potenza, ti custodisca per la santificazione del suo popolo e per l’offerta del suo sacrificio” (dal Rito dell’Ordinazione dei Presbiteri).
       Consacrati, dunque, e inviati per servire un popolo che non vi appartiene perché è di Dio, per la cui santificazione siete custoditi e per alzare quelle mani che sanno di olio profumato capaci di consacrare, di pregare, di amare, di perdonare, di aiutare, di abbracciare e di e-ducare.
       Mani dunque che rifuggono da gesti di ambiguità, da mimica di potere, da ‘dito puntato’ per il giudizio, da chiusure grette nell’ anima e nel cuore.
       Mani che questa sera al contrario, nella messa della Cena del Signore, si chineranno con umiltà a ripetere il gesto di Gesù che, deposte le vesti e cintosi di un grembiule, lava i piedi ai suoi discepoli perché i discepoli di ogni tempo apprendessero da Lui la ‘dignità’ e l’ ‘onore’ di colui che serve e non di colui che ama essere servito.
       Cari fratelli presbiteri vi attendono ogni giorno una Chiesa, che sul vostro ministero, fedele e fecondo, disponibile e generoso, fonda la speranza di un annuncio del Vangelo per questo nostro tempo, e un mondo che necessita di uomini di Dio coraggiosi e audaci, liberi e disinteressati, amanti della verità e pronti alla com-passione.
       Che il Signore vi ricolmi di ogni grazia e di ogni bene e vi faccia sempre di più pastori secondo il Suo cuore.
Conclusione
Fratelli e sorelle, dopo aver ascoltato la rinnovazione delle promesse sacerdotali benedirò e consacrerò gli Olii e proseguiremo poi nella celebrazione eucaristica, annunzio della morte del Signore, proclamazione della Sua risurrezione, attesa della Sua venuta, alla fine dei tempi.
E saremo ancora pronti a riprendere, come popolo di Dio, il nostro cammino di fede, di speranza e di carità a lode di Dio Padre cui va attraverso Cristo, nell’unità dello Spirito Santo ogni onore e gloria nei secoli dei secoli. AMEN!
Acerenza, Basilica Cattedrale, 05 aprile 2012
+ Giovanni Ricchiuti
Arcivescovo
Omelìa per l’ Ordinazione Presbiterale del diacono Vincenzo Agatiello
(Acerenza, Basilica Cattedrale, lunedì 19 marzo 2012 )
       
Sorelle e fratelli carissimi,
al vespro di questo lunedì 19 di marzo, solennità di San Giuseppe, sposo della Beata Vergine Maria e patrono della Chiesa universale, la nostra Basilica Cattedrale ci accoglie per uno speciale rendimento di grazie al Signore e per l’evento di grazia che ci è concesso di vivere nell’ Ordinazione Presbiterale(posticipata ad oggi a motivo delle condizioni climatiche dell’11 febbraio u.s) del nostro caro diacono VINCENZO AGATIELLO.
        Vi porgo, come sempre, un fraterno e cordiale saluto insieme al BENVENUTI!, presbiteri diocesani e non, diaconi, diaconi permanenti, lettori, accoliti, rettore(i), padre(i) spiritual(i), vice-rettore(i) e seminaristi tutti del Seminari(o) Maggiore e Minore di Basilicata, religiose, famigliari di don Vincenzo, fedeli laici e al GRAZIE! per la vostra presenza orante e gioiosa.
L’ ascolto della Parola.
        La celebrazione dell’Eucarestia, dopo l’iniziale e rituale richiesta di perdono rivolta a Dio ai fratelli, ci ha visto domandare al Padre, sull’esempio di San Giuseppe, di saper ‘cooperare’ all’opera della salvezza e di saper custodire con premura i doni del Signore.
        Un incipit forte e impegnativo che ci aiuta a comprendere la Parola, or ora proclamata, che nei brani biblici scelti per questa solennità ancora una volta mette in evidenza la grande storia della salvezza e quelle figure bibliche che in modo particolare ne hanno segnato profondamente con ‘i gesti e le parole’ gli eventi.
        La storia della salvezza è, in definitiva, il grande racconto della fedeltà di Dio alle sue promesse: dal primo uomo e dalla prima donna ad Abramo, da Abramo a Davide, da Davide a Gesù, compimento ultimo e definitivo delle promesse di Dio.
        Il salmo 88(89), responsoriale in questa solennità, ricorderà quella profezia di Natan(2Sam 7, 4-5) come fondativa della dinastìa davidica destinata nel
progetto di Dio a prolungarsi non solo nel suo immediato successore ma per un ‘lontano avvenire’ che si realizzerà nell’evento regale e messianico di Gesù.
“Giuseppe, figlio di Davide,…” così lo chiamerà l’angelo che parla nel sogno al futuro e disorientato sposo di Maria rammentandogli questa nobile discendenza e invitandolo a non temere perché Dio ha scelto la sua fidanzata per un evento straordinario ma che non lo relega ad un livello secondario, anzi, è lui che dovrà porre il nome al bambino, un nome che dirà l’amore di Dio per tutta l’umanità.
La risposta di Giuseppe, così come gli antichi patriarchi di Israele, sarà il silenzio obbediente, il silenzio del ‘giusto’ che cammina davanti al Signore e decide di agire secondo la sua volontà.
Sarà per Gesù, come lo è un padre per ogni figlio, educatore esemplare di vita e di fede e, insieme a Maria, lo proteggerà, lo cercherà ‘angosciato’ quando si accorge lungo il viaggio di ritorno da Gerusalemme che non è né con lui né con sua madre, e certamente sarà stato merito suo se il bambino Gesù crescerà “in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini”(Lc 2,52).
Una figura biblica quella di San Giuseppe che può essere certamente messa in continuità con quanto l’apostolo San Paolo, parlando di Abramo, scrive a proposito della ‘giustizia’ che Dio accreditò al ‘padre’ del futuro popolo di Israele dopo avergli dato atto della sua obbedienza e “del suo sperare contro ogni speranza”(Rm 4,18).
Ma la solennità odierna richiama nella figura ‘paterna’ di San Giuseppe la paternità e maternità educative, tema a noi tutti molto famigliare a motivo dell’impegno educativo che ci vede come Chiese particolari d’Italia impegnati, per il decennio 2010-2020, a ‘educare alla vita buona del vangelo’.
L’ Ordinazione Presbiterale.
        Sorelle e fratelli, prepariamoci ora a vivere in preghiera l’ Ordinazione Presbiterale del diacono Vincenzo per la quale sale a Dio il nostro rendimento di grazie.
        E’ un dono del Signore che la chiesa tutta di Acerenza riceve, esaudimento visibile dell’invocazione di Gesù: “Pregate il Padrone della messe perchè mandi operai nella sua messe!”
        Ringrazio don Tonino, il vicario generale, per la breve e incisiva narrazione, fatta davanti a questa assemblea, del cammino formativo di Vincenzo, dalla famiglia alla parrocchia, dalla parrocchia agli anni del Seminario Minore e Maggiore, dal seminario alle comunità parrocchiali per le varie esperienze pastorali, in particolare per l’anno di diaconato,: a tutti e a ciascuno va il mio più sentito ‘GRAZIE!’ per averlo accompagnato alla scelta definitiva e radicale che oggi lo vede protagonista consapevole e responsabile.
        Sono profondamente convinto che, nonostante i mutamenti ecclesiali e culturali, la figura del prete continui a suscitare domande sulla sua identità e mi sembra di capire, anche davanti a vicende dolorose (e vergognose) di questi nostri tempi, che a lui venga chiesto semplicemente di continuare a dare testimonianza di una esistenza vissuta, in nome di Cristo e del vangelo, per gli altri.
        A partire dall’altare, prima di ogni altra cosa, nel presiedere l’eucarestia, nello spezzare la Parola e il Pane, nella celebrazione dei sacramenti, nell’edificazione della comunità ecclesiale a lui dal vescovo affidata, per poi camminare sulla strada ed entrare nella storia degli uomini e delle donne che egli incontrerà.
        Desideroso di illuminare le coscienze con la verità del vangelo e, allo stesso tempo, di tendere la mano per ‘accompagnare’ come educatore quanti desiderano accostarsi al Signore e alla Chiesa.
        Carissimo Vincenzo, ti conosco da qualche anno ma, meglio di me, conoscono la tua storia vocazionale il carissimo mio predecessore, qui presente, S.E. Mons. Michele Scandiffio, i sacerdoti di Acerenza e quanti hanno atteso questo momento, pregando, sperando e, talvolta, trepidando per le inevitabili difficoltà che ogni chiamato incontra sul suo cammino.
        Sei un giovane generoso e disponibile all’ascolto: rimani sempre così, per il Signore e per la chiesa!
        Stai per entrare nella famiglia presbiterale: entraci con disponibilità grande alla fraternità e all’amicizia, vere e sincere, al rispetto e all’ascolto degli anziani, al gusto di imparare l’arte pastorale dai confratelli che da pochi o molti anni sono già nel ministero presbiterale.
        Sei un giovane che ama il decoro liturgico: lascia che ti inviti a fare soprattutto della tua vita di ministro ordinato la liturgia più bella per celebrare le meraviglie del Signore.
        Géttati con generosità nell’agorà culturale di questo tempo, stà in chiesa ma non aver paura di frequentare i luoghi dove la gente si incontra, gioisce, si confronta e discute, spera e soffre nel corpo e nell’anima.
        Ama con un particolare affetto le famiglie, i bambini, i ragazzi e i giovani, animandoli e accompagnandoli con esemplarità di vita, con trasparenza di relazioni e con sapienza di studio e di intelligenza.
        Sono certo che, curando in modo particolare la spiritualità propria del presbitero, risponderai al progetto del Signore e alla volontà della Chiesa con fedeltà, e con generosità ‘mettendo mano all’aratro senza mai voltarti indietro’.
        Avverti il respiro orante di questa chiesa di Acerenza che prega, gioisce e spera per te e affida a Cristo, unico, sommo ed eterno sacerdote il tuo ministero presbiterale, con l’intercessione di Maria Vergine, madre della Chiesa e dei sacerdoti, di San Giuseppe suo castissimo sposo e di San Canio, vescovo e martire, patrono principale della nostra arcidiocesi che tutti noi e ciascuno di noi intendiamo continuare ad amare e servire. AMEN!
GIOVANNI RICCHIUTI
“Educare i giovani alla giustizia e alla pace”
Seminario Nazionale per i referenti regionali del Tavolo Ecclesiale sul Servizio Civile
Roma, 12 marzo 2012, memoria di San Massimiliano di Tebessa
 PREMESSA
“Ai giovani vogliamo dedicare un’attenzione particolare. Molti di loro manifestano un profondo disagio di fronte a una vita priva di valori e di ideali. Tutto diventa provvisorio e sempre revocabile. …… A fronte di tali situazioni, è presente nei giovani una grande sete di significato, di verità e di amore. …… Particolarmente importanti risultano per i giovani le esperienze di condivisione nei gruppi parrocchiali, nelle associazioni e nei movimenti, nel volontariato, nel servizio in ambito sociale e nei territori di missione. In esse imparano a stimarsi non solo per quello che fanno, ma soprattutto per quello che sono”( C.E.I., Educare alla vita buona del Vangelo, n. 32).
“Cari giovani, voi siete un dono prezioso per la società. Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento….. Non abbiate paura di impegnarvi, di affrontare la fatica e il sacrificio…… Vivete con fiducia la vostra giovinezza…… Siate coscienti di essere voi stessi di esempio e di stimolo per gli adulti, e lo sarete quanto più vi sforzate di superare le ingiustizie e la corruzione, quanto più desiderate un futuro migliore e vi impegnate a costruirlo. ……”(Benedetto XVI, Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della pace 2012, 6).
Ho voluto cominciare questa mia riflessione, che sono stato invitato a rivolgere in questo Seminario Nazionale e per il cui invito ringrazio il tavolo Ecclesiale sul Servizio Civile mentre saluto in particolare i giovani referenti regionali e i partecipanti tutti, con queste due citazioni or ora lette e tratte da due momenti ecclesiali, l’uno italiano (4 ottobre 2010) e l’altro a dimensione universale (8 dicembre 2011), che hanno in comune un appello importante rivolto ai giovani dentro un dibattito culturale(non soltanto ecclesiale), attualissimo, sul tema dell’educazione.
Lasciando agli altri illustri relatori il compito di entrare nel merito delle questioni e dei problemi relativi al Servizio Civile consentitemi di sviluppare il mio discorso intorno a tre percorsi:
1. cosa significhi, oggi, educare i giovani;
2. i giovani e la giustizia;
3. i giovani e la pace.
1. Educare i giovani
Se ne fa un gran parlare, di educazione, ovviamente e in particolare di quella rivolta ai giovani e alle giovani generazioni.
In famiglia e a scuola, in chiesa e nelle associazioni è tutto un gran dibattere e disquisire, con non pochi luoghi comuni e stereotipi pedagogici, riduttivi e sommari sui ‘giovani’ dei quali si pensa e si dice siano una generazione incapace di ascoltare, desiderosa solamente di autonormarsi, scarsamente sensibile ai problemi di questo tempo e poco disposta a ‘scendere’ in campo per prender posizione su temi che riguardano il proprio futuro.
Un po’ più seriamente, a leggere attentamente le varie indagini sociologiche su chi siano i giovani d’oggi e a sperimentare dal vivo cosa significhi stare in mezzo a loro e con loro, si possono condividere certamente le affermazioni che portano a considerare la complessità di questo tema, una complessità che non può non tener conto di come questa storia si presenti davanti agli occhi delle nuove generazioni.
E sono in genere, a tal riguardo, constatazioni che partono dalle contraddizioni di questo nostro tempo, dalla incapacità di dialogo tra gli adulti e i giovani, dalla ossessiva presentazione di alcuni modelli di vita spregiudicati e individualisti, dal persistente e indistruttibile potere della finanza lobbistica sulle istanze di giustizia degli oppressi e dei poveri di questo mondo, la risoluzione dei problemi tra le nazioni ancora affidata alla logica delle armi.
Ma dalle due citazioni, con le quali ho iniziato questo discorso, emblematiche di come da molti decenni la Chiesa guardi ai giovani con fiducia e con speranza emerge un mondo giovanile che non è poi così refrattario alle istanze educative che richiamano la loro responsabilità e a quelle sociali che chiedono un loro coinvolgimento, più da protagonisti e meno come destinatari di messaggi e di interventi a volte lontani dalla loro vita e dalla loro sensibilità.
Nel lontano 8 dicembre 1965 i Padri del Concilio(i cui 50 anni dall’apertura ci prepariamo a vivere con l’ANNO DELLA FEDE indetto da Benedetto XVI) chiudevano quell’evento straordinario con un memorabile messaggio ai giovani che in qualche passaggio val la pena ricordare in questo nostro contesto.
“…….è per voi giovani, per voi soprattutto che la Chiesa ha acceso una luce, quella luce che rischiara l’avvenire, il vostro avvenire…. Lottate contro ogni egoismo. Rifiutate di dar libero corso agli istinti della violenza e dell’odio, che generano le guerre ed il loro triste corteo di miserie. Siate generosi, puri, rispettosi, sinceri. E costruite nell’entusiasmo un mondo migliore di quello attuale!” (Concilio Ecumenico Vaticano II°, Messaggio ai giovani).
La storia di questi ultimi decenni e sino ai nostri giorni, dai giovani che scendevano nelle piazze di tutto il mondo per protestare contro la guerra del Vietnam e passando per il ’68 europeo, ai giovani del Muro di Berlino, a quelli di piazza Tien-a-men, ai giovani delle GMG, alla primavera araba, agli ‘indignati’, dice che, derive violente a parte e certamente non condivisibili, il mondo giovanile chiede cambiamenti e coinvolgimenti.
Chiede soprattutto adulti, ‘testimoni’ e ‘maestri’, ed esige da loro un comune viaggio educativo, chiede che noi adulti ci educhiamo insieme a loro, tessendo e aiutando a tessere relazioni vere, percorsi che aprano la mente e il cuore alla verità delle cose, senza infingimenti e menzogne, senza ipocrisie e compromessi.
“Educare, scrive Roberto Mancini, ordinario di Filosofia Teoretica a Macerata, non significa costringere qualcuno ad adattarsi a quello che trova. Educare significa liberare le persone, consentendo così la gestazione di una società nuova da parte delle persone liberate” (in Mosaico di Pace, dicembre 2011, pag. 7).
E’ la ricerca della verità nella libertà, è l’essere liberi e veri che consentono di fare un cammino di educazione nella reciprocità e nell’‘accompagnamento’, parola-chiave di ogni percorso pedagogico, perché la persona umana cresca nella consapevolezza di una creaturalità che le eviti ‘deliri’ di onnipotenza e la immetta invece dentro un contesto relazionale che le faccia scorgere nell’altro l’Altro, cioè il Creatore.
Quì si scopre il valore alto della libertà perché “….è compito dell’educazione quello di formare all’autentica libertà. ….Il retto uso della libertà è dunque centrale nella promozione della giustizia e della pace, che richiedono il rispetto per se stessi e per l’altro, anche se lontano dal proprio modo di essere e di vivere. Da tale atteggiamento scaturiscono gli elementi senza i quali pace e giustizia rimangono parole prive di contenuto: ……” (Benedetto XVI, Educare i giovani…., 3).
Sono convinto che i giovani di questo nostro tempo, ancorchè sconcertati di fronte al presente e pessimisti per il futuro, saranno disponibili all’intervento educativo, così come delineato or ora, se incontreranno adulti e adulti cristiani(la Chiesa tutta) declinanti sui temi della giustizia e della pace linguaggi nuovi e non omologati insieme ad orizzonti e scelte audaci e coraggiose.
Scrive ancora il Prof. Mancini: “Il metodo autentico dell’educazione assume la pace e la giustizia come spirito, come stile, come dinamismo quotidiano delle relazioni e delle azioni. Ecco perché non porta qualcuno alla pace e alla giustizia, ma opera nella pace e nella giustizia. Non sono mete remote, a cui pervenire chissà con quali strumenti. Sono esse stesse il metodo, il modo, lo stile, il clima vitale dell’educare” (Mosaico di pace, dicembre 2011).
Educare i giovani non significa soltanto tenerli frontalmente e impartire loro ‘lezioni’ che non poche volte li ammutoliscono e li infastidiscono, ma incamminarli e incamminarsi per creare relazioni, avventurarsi insieme lungo i solchi della nostra tormentata storia per seminare speranza.
“I giovani sono una risorsa preziosa per il rinnovamento della Chiesa e della società.
Resi protagonisti del proprio cammino, orientati e guidati a un esercizio corresponsabile della libertà, possono davvero sospingere la storia verso un futuro di speranza” (C.E.I., Educare alla vita buona del Vangelo, 32).
2. Educarli alla giustizia……
“Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. ….Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”(Mt 5, 6. 10.).
E’ vero che gli esegeti ci dicono di tenere separato il piano semantico evangelico della ‘giustizia’ da quello che comunemente noi indichiamo con questo termine.
E’ altrettanto vero, però, che il fascino delle beatitudine sulla ‘giustizia’ si allarga a orizzonti di pensiero e di vita che non impoveriscono il Vangelo ma lo incarnano nella fame e sete di giustizia di tante donne e di tanti uomini e nella persecuzione che uccide il corpo ma non l’anima dei moltissimi ‘giusti’ di ieri e di oggi.
“Saranno saziati – scrive Benedetto XVI – perchè hanno fame e sete di relazioni rette con Dio, con se stessi, con i loro fratelli e sorelle, e con l’intero creato”(Benedetto XVI, Educare i giovani…., n.4).
Il panorama ‘giustizia’ nel mondo è quanto mai sconcertante e per alcuni aspetti non esiterei a definirlo disgustoso: inaccettabili la fame e la sete di tanti popoli della terra, inaccettabili le condizioni ambientali di questa nostra terra, inaccettabili le condizioni dei ‘poveri’, inaccettabili le immense ricchezze di nazioni, di lobby più o meno in odor di mafia, e di singoli, inaccettabili le logiche di corruzione e di sfruttamento nella politica, nel lavoro e in tante altre attività e contesti, inaccettabili le discriminazioni e le emarginazioni.
Situazioni, diciamolo francamente, diseducative e devastanti soprattutto per i giovani che di fronte a questo triste spettacolo sono tentati dal pessimismo e dalla rassegnazione che può generare in loro un disimpegno molto dannoso.
Emerge certo una forte sensibilità giovanile a queste tematiche che ove intercettate hanno dimostrato di saper sviluppare idee e iniziative che hanno reso protagonisti i giovani: come non ricordare l’impegno per la giustizia e la legalità ad es. di LIBERA, le cooperative coraggiose formate da giovani che lavorano in luoghi e ambienti il più delle volte confiscati alla mafia, le tante forme pacifiche di protesta nei confronti dei vari G7, G8, G20 ecc. ecc.?
Ma il cammino è particolarmente faticoso, molte le delusioni e i compromessi , pochi i segni di speranza per una inversione di rotta, perché una giustizia senza le ali della carità e della solidarietà non prenderà mai il volo e non trascinerà con sé soprattutto le nuove generazioni che hanno bisogno di intravvedere nelle nebbie e nelle confusioni di oggi una qualche prospettiva certa di ricostruire questa ‘città dell’uomo’ sulle solide basi di una visione ‘nuova’ del mondo e dell’uomo.
Prospettive audaci, certo, ma che possono dar vita ad una futura generazione di uomini e donne che dell’impegno per la ‘giustizia’ ne facciano una importante scelta di vita.
La responsabilità e l’accompagnamento educativi, in questo senso, della Chiesa risulteranno determinanti perché indicare ai giovani percorsi di formazione e di conoscenza della sua Dottrina Sociale, formarli ad una mentalità nuova per il servizio della politica e del bene comune, creare in loro le condizioni d’animo e mentali per consentire il radicamento di principi che favoriscano un orizzonte nuovo perché la giustizia ‘affacciandosi dal cielo’(Sal 84,11) possa rinnovare la faccia della terra.
3. …..e alla pace
“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”(Mt 5,9).
Il messaggio del Santo Padre, più volte citato in questa riflessione sulla educazione dei giovani alla giustizia e alla pace, al n. 5 scrive che la pace, dono di Dio al suo popolo, in Cristo Gesù diventa fonte di felicità a condizione che la si costruisca con tenacia e con scelte di vita molto concrete.
Egli traccia, a questo proposito, un percorso educativo che attraverso atteggiamenti di ‘compassione’, di ‘solidarietà’, di ‘collaborazione’, di ‘fraternità’ e di partecipazione ‘attiva e attenta’ sui grandi problemi nazionali e internazionali può contribuire al nascere di una civiltà dell’amore e della pace.
Sarebbe molto interessante e opportuno che nei gruppi giovanili delle nostre comunità si conoscesse, insieme ai tanti contributi dei ‘profeti della pace e della non violenza’, il cap. XI° del Compendio della D. S. C., dal titolo La promozione della Pace e si formasse una coscienza cristiana illuminata e consapevole.
L’educazione alla ‘giustizia’ costituisce certamente il fondamento di ogni aspirazione alla pace, perché ‘non c’è pace senza giustizia’, ma sono convinto che l’ideale costruzione di un futuro migliore si realizza se giustizia e pace camminano insieme, se ci si impegna ad essere ‘giusti’ e ‘pacifici’.
Occorre tornare, in campo ecclesiale e in quello della società civile, a non smettere di coltivare il ‘sogno’ della pace, a riaffermare il rifiuto della guerra, ‘avventura senza ritorno’(Beato Giovanni Paolo II°), come principio risolutore delle controversie internazionali, a denunciare con coraggio il commercio delle armi, a incoraggiare i tavoli della pace per indicare un cammino diverso verso mete di perdono e di riconciliazione.
Bisogna ammettere che l’impegno per la pace(dall’obiezione di coscienza alle marce per la pace) hanno visto in questi ultimi anni un caduta di entusiasmo, a motivo anche di eventi mondiali che hanno ingenerato un clima di terrore e di violenze cui si è risposto con la guerra e con le armi, soprattutto nel mondo giovanile.
Si è fatta strada una sorta di rassegnazione e di pessimismo, di assopimento delle coscienze e nella convinzione della ineluttabilità della violenza e della guerra.
Dobbiamo assumerci tutti e ciascuno, secondo la responsabilità che ci è propria, il compito e l’impegno di scuotere le coscienze, dobbiamo tornare come cristiani a proclamare con forza la beatitudine della pace, dobbiamo ritrovare in questo tempo la forza e il coraggio di San Massimiliano di Tebessa, la cui memoria oggi celebriamo, che offrì la sua vita al Signore fortemente deciso a non renderla disponibile per il servizio militare nell’esercito romano.
E’ necessario ritornare a indicare ai giovani percorsi di educazione alla legalità, alle iniziative per non-violenza, ai gesti di pace, alle esperienze di volontariato e alla scelta del servizio civile.
La Famiglia, la Scuola, la Chiesa e tutto il mondo delle Associazioni devono ritrovare il coraggio di accompagnare le giovani generazioni lungo itinerari pedagogici di formazione e di azione che vedano queste istituzioni come primi e insostituibili testimoni di giustizia e di pace.
Affidiamo alla intercessione di San Massimiliano di Tebessa e al lavoro del Tavolo Ecclesiale sul Servizio Civile le visioni profetiche di Isaia: “…Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra.”(Is 2,4), e del Salmo: “…giustizia e pace si baceranno”(Sal 84,11).
“ ……lavami e sarò più bianco della neve!” (Sal 50,9)
(Messaggio per la Quaresima 2012)
    Sorelle e fratelli carissimi,
vi scrivo, come ogni anno, all’inizio del cammino quaresimale, questo messaggio mentre dalle finestre del mio studio guardo Acerenza, i paesi e i monti circostanti ricoperti da una spessa coltre di neve che anche la memoria dei nostri anziani non ricorda di averla mai vista scendere per tanti giorni e in tale abbondanza.
     E mentre con il cantico biblico anche noi diciamo: “Benedite, gelo e freddo il Signore, ... Benedite, ghiacci e nevi, il Signore,…” (Dn 3, 69 -70), ci auguriamo anche che il sole ritorni a splendere e a riscaldare per porre fine a giorni di disagi e difficoltà di ogni genere per le nostre comunità.
     Prendo dunque spunto dalla contemplazione del candore della neve, evocante le parole del salmo, poste come titolo di questo messaggio, per offrirvi qualche suggerimento spirituale per il percorso liturgico e di vita cristiana che ci prepariamo a vivere a cominciare da mercoledì 22 febbraio, giorno delle Sacre Ceneri.
     Come in ogni Quaresima, la preghiera, il digiuno e la carità costituiranno quotidianamente le tappe di avvicinamento al cuore della nostra fede cristiana: la risurrezione del Signore e il nostro essere diventati, nelle acque del battesimo, nuove creature, rivestiti interiormente della veste bianca che dovremmo “portare senza macchia per la vita eterna” (dal Rito del Battesimo).
     Consentitemi ora, in un immaginario dialogo tra me e voi, di domandarvi: ”Ma da quale ‘sporcizia’ il Signore dovrebbe lavarci, per renderci più bianchi della neve?”.
     Ci aiuta a rispondere il messaggio che Sua Santità Benedetto XVI° ha scritto per il tempo quaresimale e a cui ha dato come titolo una frase tratta dalla Lettera agli Ebrei: “ Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone” (Eb 10,24).
     Il Papa indica come percorso di conversione e di purificazione, che costituiscono per la Chiesa e per ogni cristiano il traguardo finale della Quaresima, l’impegnarsi a passare da relazioni interpersonali vuote e superficiali, impregnate frequentemente di un egoismo cinico e indifferente ai bisogni spirituali e materiali degli altri, a relazioni che esprimano atteggiamenti di com-passione, di sollecitudine e di delicata attenzione.
     In realtà credo assolutamente e totalmente condivisibile quanto leggiamo nel messaggio del Santo Padre perché dobbiamo confessare la difficoltà nel prenderci cura e nel prendere a cuore le gioie e le sofferenze del nostro prossimo.
     Viviamo ritmi frenetici, esperimentiamo relazioni molteplici, comunichiamo con gli altri in ogni momento: ma perché finiamo sempre per lamentarci gli uni degli altri, perché questa mancanza di fiducia, perché questo guardarsi con diffidenza, perché teniamo a distanza soprattutto quelli che avrebbero bisogno, invece, di una parola, di una visita, di una carezza e, forse, anche di correzione?
     La Parola di Dio, ascoltata con umiltà e con disponibilità, aprirà il cuore e le mani per venire incontro alle necessità dei fratelli e feconderà la nostra vita cristiana così come la pioggia e la neve, è scritto in Isaia, scendendo giù dal cielo
rendono fertile la terra su cui cadono (Is 55,10).
     I sacramenti poi della Riconciliazione e dell’ Eucarestia, alla cui maggior frequenza e attiva partecipazione la Quaresima ci richiama, ci “stimoleranno a vicenda nella carità e nelle buone opere” (Eb 10,24).
     E’ bello poter pensare, personalmente e comunitariamente, a rendere concreto nell’itinerario quaresimale questo invito a “ prestare attenzione gli uni agli altri”, nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità, nei luoghi di lavoro e di incontro, mettendosi in ascolto, lungi dal correre dietro a chiacchiere e pettegolezzi, a maldicenze e giudizi spietati, per “gareggiare nello stimarsi a vicenda” (Rm 12,10).
     La mancanza di carità fraterna, in qualunque modo essa avvenga, è “fango” che vien gettato sul nostro prossimo e che sporca prima di tutto chi lo lancia infangando il proprio cuore e la propria mente.
     E’ l’anno della Visita Pastorale e, dopo averlo espresso nella Lettera Pastorale, vi rivolgo ancora l’invito a fare delle nostre comunità, delle nostre parrocchie e delle nostre associazioni luoghi dove imparare, secondo il comandamento nuovo di Gesù, il linguaggio dell’amore, della carità e della sollecitudine per i ‘poveri’.
     Affidiamo all’intercessione della Beata Vergine Maria la capacità di metterci in cammino nel ‘deserto’ quaresimale con gioia e con generosità lasciando che la cenere, severa ed esigente, scenda sul nostro capo per esperimentare, poi, la sera del giovedì santo, nella lavanda dei piedi, la parola di Gesù a Pietro: “Se non ti laverò, non avrai parte con me” (Gv 13,8).
     Buona e santa Quaresima, fratelli e sorelle, ‘dalla testa ai piedi’ (come felicemente scriveva l’indimenticato + don Tonino Bello) per risorgere con Cristo ad una vita cristiana bella e buona!
     Acerenza, 11 febbraio 2012
    Memoria della B.V.M. di Lourdes
         + don Giovanni
     GIOVANNI RICCHIUTI
In mezzo a voi,
servitore del Vangelo.
(Lettera per la prima VISITA PASTORALE)
    Alla Chiesa di Dio che è in Acerenza:
-     ai presbiteri, ai diaconi e ai seminaristi
-     alle religiose e ai religiosi
-     alle comunità parrocchiali
-     alle associazioni e ai movimenti ecclesiali
-     alle famiglie e ai giovani
-     agli anziani e agli ammalati
-     ai sigg. sindaci
-     alle istituzioni scolastiche
     Carissimi,
come tutti voi certamente ricorderete, in quel bellissimo pomeriggio di giovedì 23 giugno u.s., al termine della celebrazione diocesana del Corpus Domini, nella piazza del Convento di Acerenza, venne data lettura del decreto con cui vi annunciavo che da gennaio 2012 avrei dato inizio alla mia prima Visita Pastorale.
Quel decreto, affisso poi e ancora ben visibile alla porta d’ingresso delle nostre chiese parrocchiali, spiegava brevemente il significato della Visita Pastorale richiamando per questo evento alcune belle espressioni contenute nell’esortazione apostolica del Beato Giovanni Paolo II, “Pastores Gregis”(Pastori del Gregge): “tempo di grazia”, “momento unico” per l’incontro e per il dialogo del Vescovo con i suoi fedeli e “segno” della presenza di Dio che visita il suo popolo nella pace(P. G.., 46).
Vi scrivo dunque questa mia prima lettera pastorale per spiegarvi le ragioni della mia visita e come io intenda vivere quei giorni in cui, secondo il calendario che troverete in appendice, mi fermerò a casa vostra.
E’ vero, potrà osservare qualcuno di voi e non senza motivo, che tante volte e in diverse circostanze mi avete visto camminare sulle sconnesse strade della nostra diocesi, salutarvi con un sorriso e con l’augurio di una buona giornata, celebrare nelle vostre parrocchie, partecipare alle vostre feste patronali, entrare nelle vostre case, visitare le vostre scuole, ….
Perché dunque ritenere un fatto abbastanza insolito quanto sta per iniziare nel prossimo gennaio?
Rispondo con il dirvi che, in obbedienza alla tradizione della Chiesa, è venuto il momento per me di entrare in una relazione più profonda con voi, di mettermi in ascolto delle vostre gioie e delle vostre speranze, delle vostre sofferenze e delle vostre preoccupazioni e di affiancarvi nel vostro cammino quotidiano di donne e di uomini credenti, di popolo di Dio e di discepoli del Signore.
Non vengo in mezzo a voi per ‘controllare’ ma per ‘vigilare’, non per ‘fare osservazioni’ ma per ‘guardare con fiducia’, non per ‘rimproverare’ ma per ‘comprendere’, soprattutto per sostenere e incoraggiare ad andare avanti come comunità cristiana disponibile e generosa.
Per essere, dunque, ‘segno’ della presenza del Signore Gesù, Buon Pastore, che visita il suo popolo, che ‘si prende cura’ di lui e che rende certo quel DIO che continua a visitare le Sue creature.
L’accoglienza che mi riserverete sarà ancora più bella e più festosa nella misura in cui sarà preceduta da un’attesa fatta di preghiera, appositamente preparata e che vi invito a recitare comunitariamente e personalmente, di condivisione comunitaria delle schede di riflessione che il vostro parroco vi consegnerà e di collaborazione, attraverso gli organismi di partecipazione , nel rispondere alle domande che consentiranno di raccontare con amore e con verità la storia, in questo tempo, della nostra comunità diocesana.
Mi accingo ora a offrirvi qualche riflessione, nei due brevi capitoli che seguono a questa introduzione, per meditare insieme con voi il significato della visita pastorale attraverso l’immagine biblica di “Dio che visita il suo popolo” (capitolo I°) e come “momento unico di incontro e di dialogo del vescovo con la comunità” (capitolo II).
In questo modo, ancora una volta, l’evento che ci prepariamo a vivere, illuminato dalla Parola di Dio, ci appassionerà nell’ amare il Signore e nel servire la Chiesa.
Ci sentiremo così in comunione con tutte le Chiese che sono in Italia, nella prospettiva del decennio 2010 -2020 che ci vedrà impegnati “a educarci e ad educare alla vita buona del Vangelo” in riferimento agli Orientamenti Pastorali offerti dall’ Episcopato italiano il 4 ottobre 2010.
“Nel compito educativo noi Vescovi riconosciamo ……..una dimensione costitutiva e permanente della nostra missione di rendere Dio presente in questo mondo e di far sì che ogni uomo possa incontrarlo, ……”(Educare alla vita buona del Vangelo, Orientamenti Pastorali……, Presentazione del Card. Bagnasco).
Spero di non sottrarvi troppo tempo e ho fiducia che leggerete, in comunità o personalmente, questa mia prima lettera pastorale (qualcuno mi dice che ho atteso tanto tempo per scrivervi così!) per la cui stesura, vi confido, ho pensato molto e trepidato non poco.
     Capitolo I
Dio visita il Suo popolo
1.“Benedetto il Signore, che ha visitato il suo popolo!” (Lc 1,68)
La presenza di Dio, la Sua visibilità e la Sua azione nella storia dell’umanità hanno affascinato e provocato da sempre la mente e il cuore di ogni creatura umana, dall’alba della sua capacità intellettiva fino a questo tempo che, nonostante la potenza della scienza e della tecnica, lascia intatto il fascino di quelle domande.
Pietre e graffiti, tavolette d’argilla e papiri, rotoli di pergamene e fogli di sterminate biblioteche sono per noi la testimonianza più evidente del desiderio dell’uomo di entrare nel mistero di Dio, di conoscerLo e di vederLo.
Tante sono state, e continuano ad essere, le risposte alla possibilità di una relazione con Dio, alcune in senso postivo, altre in senso negativo: credenti e non credenti, cercatori dell’Assoluto e atei convinti.
Testimoni tutti, ieri come oggi, di un viaggio misterioso dentro una domanda che attraversa in ogni momento ed in ogni istante la nostra esistenza: dov’è Dio ?
Come uno squarcio di luce nella notte, è Dio stesso che decide di svelare il mistero della Sua presenza quando “in principio creò il cielo e la terra” (Gen 1,1) e quando disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza…”(Gen 1,26).
Comincia così, nella narrazione della prima pagina della Bibbia,
l’unica e straodinaria vicenda di amore, di passione e di dialogo tra il Creatore, il creato e la creatura umana chiamata ad essere co-protagonista di un cammino che vedrà Dio venire nella storia e vedrà l’umanità andare incontro a Lui.
La Sacra Scrittura, nelle pagine dell’ Antico Testamento che raccontano l’ingresso di Dio nelle vicende del popolo di Israele, definisce con una bella parola-immagine questa relazione che si farà narrazione e invocazione.
La parola-immagine dirà che il Dio di Israele non se ne sta avvolto nel suo mistero irraggiungibile e inaccessibile, al contrario, è un Dio che viene a “visitare” il Suo popolo.
Impressionante la frequenza numerica di questo verbo: ben 383 volte nell’ A.T.!
Ancora più interessante, in moltissimi brani biblici, ne è il significato: non un gesto di cortesìa, non un fermarsi sbrigativo e frettoloso, ma una presenza che dice attenzione, sollecitudine e decisione.
La visita di IHWH (il Signore-Dio) al Suo popolo si manifesta già nella creazione dell’uomo e nella fertilità della terra, come è scritto nel salmo 8,5: “ …che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? ” e nel salmo 65, 10: ”Tu visiti la terra e la disseti, la ricolmi di ricchezze”.
Anche la fecondità e la maternità, viste da Israele come compimento della promessa di Dio fatta ad Abramo (Gen 15,5) e certezza di continuità delle generazioni, sono il frutto della “visita” del Signore a Sara, moglie di Abramo che concepisce e partorisce nella vecchiaia un figlio (Gen 21, 1-2) e, in seguito, anche ad Anna, madre del profeta Samuele, che concepirà e partorirà altri figli (1Sam 2,21).
In modo poi del tutto particolare, per la fondamentale importanza che l’evento costituirà nella memoria viva del popolo di Dio, la stessa liberazione dalla schiavitù dell’Egitto avviene perché il Signore “prende a cuore” la situazione di oppressione degli Israeliti.
La promessa e il giuramento, che Giuseppe pose sulla bocca dei suoi fratelli al cominciare della loro permanenza in Egitto contenute nel racconto di Gen 50,25: “Dio verrà certo a visitarvi…”, furono la premessa di quanto la Voce uscita dal roveto ardente comanda a Mosè: “Va’ ! Riunisci gli anziani di Israele e di’ loro: “ Il Signore, … mi è apparso per dirmi: Sono venuto a visitarvi e vedere ciò che viene fatto a voi in Egito” (Es 3,16).
E quel prendere a cuore la causa del Suo popolo genererà in Israele un atteggiamento di fede e di adorazione: “ Allora il popolo credette. Quando udirono che il Signore aveva visitato gli Israeliti…, essi si inginocchiarono e si prostrarono (Es 4,31)”.
Alla luce di questi splendidi brani della Sacra Scrittura noi possiamo meglio comprendere la bellezza delle parole di Zaccaria, padre di Giovanni il Battista, poste all’inizio della prima parte di questa mia lettera pastorale.
L’inno di benedizione sgorga, colmo di gratitudine, dal cuore di quel sacerdote nel tempio di Gerusalemme perché nel suo figlio Dio ha continuato a visitare e a prendersi cura del Suo popolo e, finalmente, in Gesù, “Salvatore potente” verrà portata a compimento la storia dell’amore di Dio per le Sue creature perché è Lui “il sole che sorge dall’alto” con cui Dio visiterà per sempre ogni uomo.
La visita di Dio all’umanità prende forma, piena e definitiva, nella persona stessa di Gesù, dalla Sua incarnazione e fino alla Sua passione e morte in croce.
E’ in Lui, nelle Sue parole, nei Suoi gesti di amore e di com-passione verso i poveri e gli ammalati, nel perdono offerto ai peccatori, visitati nelle loro case, che veniva a manifestarsi la cura e la sollecitudine di Dio verso tutta l’umanità.
E prima di ascendere al Padre rassicura i suoi apostoli che Egli non li abbandonerà, continuerà a stare in mezzo a loro e, infine, li manderà ad annunciare il Vangelo perché in quella missione e in quel passare di casa in casa per annunciare la pace risplenda fino alla fine dei tempi, segno della tenerezza e della misericordia di Dio, il Sole(Gesù Cristo) sorto dall’alto inviato a visitare la terra.
La Chiesa, con la sua presenza e con la sua azione nel mondo per servire il Vangelo e per annunciare la salvezza, ieri, oggi e nel futuro, è chiamata dal suo Signore e dal suo Maestro a vivere ogni giorno questa responsabilità e questa fedeltà.
In lei, nel suo volto di Sposa del Cristo, di madre dei battezzati e di sorella dell’umanità, devono essere sempre più evidenti i tratti del parlare e dell’agire di Gesù, gli atteggiamenti di chi sa affiancarsi con misericordia e con verità alle fragilità umane, i segni coraggiosi e audaci di chi sa abitare e visitare, senza cedere ai compromessi e senza cercare sicurezze mondane, le case degli uomini.
La Chiesa, “diffusa su tutta la terra”, non è forse la comunità dei discepoli del Signore che desidera “entrare” nella storia per essere portatrice di “buone notizie” e rendere visibile quanto il Concilio Vaticano II° si proponeva nelle parole iniziali della Costituzione Pastorale “Gaudium et Spes”?
“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore (Proemio, 1)”.
Le parole di lode e di ringraziamento di Zaccaria (Lc 1,68) potranno allora risuonare sulle labbra di ogni creatura umana.
2. Il Vescovo visita il suo popolo.
Guidato dalla Parola di Dio desidero adesso confidarvi, sorelle e fratelli a me cari, quali sentimenti e suggestioni evochino nella mia mente e nel mio cuore quanto ho ‘letto’ precedentemente con voi e per voi.
Mi chiedo come possa essere io manifestazione e “segno” in mezzo a voi ogni giorno ma, in modo del tutto particolare, nell’evento della Visita Pastorale, “della presenza di Dio che visita il Suo popolo nella pace”(Pastores Gregis, 46).
Ritorna alla memoria, a questo proposito, una delle domande che mi furono rivolte nel giorno della mia Ordinazione Episcopale e che suonava cosi: “Vuoi prenderti cura, con amore di padre, del popolo santo di Dio e con i presbiteri e i diaconi, tuoi collaboratori nel ministero, guidarlo sulla via della salvezza?”.
Coincidenza provvidenziale questo “prendersi cura” come significato più bello del verbo “visitare” perché riveste di paternità, di sollecitudine e di amicizia i giorni che trascorrerò con voi.
Nell’introduzione a questa mia lettera ho già anticipato quale momento di ‘grazia’ costituisca la Visita Pastorale, prima di tutto per me stesso e poi per le comunità tutte.
La tradizione della Chiesa e, in continuità, le tracce profonde lasciate dagli arcivescovi che mi hanno preceduto allla guida di Acerenza nelle loro visite pastorali, mi incoraggiano a farmi carico delle vostre attese e delle vostre speranze.
“E’ questo il momento (la Visita Pastorale) in cui egli (il vescovo), … entra a più diretto contatto con le ansie e le preoccupazioni, le gioie e le attese della gente e può rivolgere a tutti un invito alla speranza” (P. G., 46).
Conosco e so, come voi, il momento che stiamo attraversando, colmo di problemi e di timori, di ansie e di paure, ma anche capace di raccogliere questa frammentazione e ricomporre il tutto per uno sguardo fiducioso sul futuro.
In quanto vescovo, chiamato a “prendermi cura” della parte di Chiesa a me affidata dal Signore e da Benedetto XVI, avverto innanzitutto intorno a me la gioia e la fatica, i successi e i fallimenti, le speranze e le delusioni pastorali di voi, presbiteri, alla cui carità pastorale il vescovo di oggi e i vescovi di ieri hanno affidato una parrocchia, un’associazione, un ufficio pastorale, un movimento ecclesiale.
Verrò e starò con voi per ripetervi semplicemente, con Sant’Agostino, che il ministero sacerdotale è amoris officium, è fraternità presbiterale, è sincera collaborazione con il vescovo, è dedizione totale al popolo a voi affidato, è quotidianità di servizio generoso e instancabile.
Ascolto le voci, i desideri e le aspettative ecclesiali di voi, religiose e laici, ammirevoli operatori pastorali, talvolta anche le vostre …lamentele, per una comunità di discepoli del Signore che sia attraversata dalla grazia dei sacramenti, in primis l’Eucarestìa,, da una esperienza bella di comunione e da una creatività di iniziative pastorali che facciano sentire la gioia di un camminare insieme ed evangelizzare.
Verrò e starò in mezzo a voi per dirvi la mia gratitudine, per incoraggiarvi, per invitarvi ad accrescere il vostro affetto verso il “vostro prete” e per assicurarvi tutta la mia disponibilità.
Colgo, da qualche tempo in particolare, la preoccupazione di voi genitori, per il presente educativo e per il futuro, non solo occupazionale, dei vostri figli, insieme alla sofferta constatazione, che la famiglia sia stata lasciata sola.
Verrò e, per quanto sarà possibile, busserò alla porta della vostra casa per entrare e fermarmi qualche momento per augurarvi pace, concordia e fiducia e, ove ci fosse qualche sofferenza per la presenza di disabili, di anziani e di ammalati, per un abbraccio colmo di affetto e di preghiera.
Saranno giorni nei quali, camminando lungo le strade dei nostri paesi, non mancherò di fare visita ai municipi, alle scuole, agli ambienti di lavoro artigianali o di piccole imprese, ai luoghi di aggregazione e di socializzazione.
Educatamente e amabilmente vi chiederò, carissimi ‘abitatori’ di questi ambienti, di poter entrare e intrattenermi con voi per confermare con la mia presenza di vescovo che nessuna realtà umana è estranea alla sollecitudine della Chiesa.
Illuminante per me, a questo proposito, quanto è scritto nel documento conciliare sul ministero dei vescovi, Christus Dominus al n. 16: “Per essere in grado di meglio provvedere al bene dei fedeli, secondo il bisogno di ciascuno, si adoperino di conoscere a fondo le loro necessità, e le condizioni sociali nelle quali vivono,… Si dimostrino premurosi verso tutti: di qualsiasi età, condizione, nazionalità; siano essi del paese, o di passaggio, o stranieri”.
Leggo così la mia Visita Pastorale: prendermi cura e prendere a cuore questo popolo a me affidato.
     Capitolo II
Il vescovo incontra e dialoga
1. Momento speciale, anzi unico, per incontrare…
La Visita pastorale, dunque, definita nei documenti del magistero, con una bella espressione, “come l’anima del ministero episcopale” , ha nell’incontro del vescovo con la comunità un momento di particolare valore, umano e cristiano.
“Nella sua Visita pastorale alla parrocchia, …, il Vescovo privilegi l’incontro con le persone, a cominciare dal parroco e dagli altri sacerdoti.” (Pastores Gregis, 46)
Nella nostra quotidiana esperienza incontrarsi significa guardarsi negli occhi, stringersi la mano, abbracciarsi e poi sedersi l’uno di fronte all’altro o intorno ad un tavolo per raccontare e raccontarsi.
E, prima ancora delle parole, ci sono i gesti dell’accoglienza e della ospitalità, c’è l’invito a prendere e a condividere qualcosa per creare il clima necessario che faccia poi spazio al dialogo.
E se chi accogliamo non conosce la nostra abitazione siamo felicissimi di precederlo per aprirgli le porte delle nostre stanze e sentirci dire che è tutto bello, tutto accogliente ed ospitale.
Ho già sperimentato in questi anni quanta delicata ospitalità io abbia ricevuto nelle vostre chiese parrocchiali e negli ambienti delle attività pastorali, quanto ‘orgoglio’ nell’accompagnarmi là dove è custodita la vita cristiana della comunità.
…Celebrare,
Ma il nostro primo incontro, di fraternità e di spiritualità, non potrà che avvenire, prima di ogni altra cosa, intorno alla mensa eucaristica per far esperienza di chiesa che ama essere nutrita dalla Parola di Dio e dal Pane di Vita che è Cristo.
Intorno all’altare il nostro primo incontro della Visita Pastorale, è lì che desidero vedervi idealmente seduti per gustare la gioia e la bellezza dello stare insieme ed elevare il rendimento di grazie per le meraviglie che il Signore compie ogni giorno per noi.
Nessuna ‘scenografia’, nessuna ridondanza di parole e di gesti ma quella sobrietà celebrativa che diriga il nostro sguardo di fede all’ascolto della Parola e alla condivisione del Pane e che crei quel clima di gioia e di festa che ogni celebrazione eucaristica, festiva e feriale, deve creare.
…visitare,
La chiesa, l’ufficio e l’archivio parrocchiali, l’abitazione del parroco, gli ambienti delle attività pastorali , gli oratori: sono i luoghi della vita e della famigliarità della comunità che avrò il piacere di guardare con più attenzione per valutarne l’ordine, il decoro e i tratti di ambienti ospitali e accoglienti.
… conoscere e conoscersi.
I volti, i nomi e gli sguardi delle bambine e dei bambini, delle ragazze e dei ragazzi, dei giovani e degli adulti, dei genitori, e, in particolare di tutti gli operatori pastorali e di quanti, nel Consiglio Pastorale Parrocchiale e nel Consiglio Parrocchiale per gli Affari Economici, esprimono con la loro disponibilità e competenza, quella preziosa corresponsabilità a servizio della comunità.
Ritengo molto importante e auspicabile che la Visita Pastorale possa rinsaldare le nostre relazioni interpersonali, che gli incontri costituiscano occasioni preziose per conoscere e conoscersi più in profondità, aprendoci reciprocamente alla novità che ciascuno di noi porta con sé e cancellando, se possibile, pregiudizi, giudizi e rancori.
Siamo chiamati a realizzare comunità che siano ‘un cuore solo e un’anima sola’ (At 4,32), a testimoniare un’armonia di persone che dall’altare si ritrovino poi lungo la strada per essere riconosciuti come credenti capaci di creare e curare relazioni.
Verrò in mezzo a voi nella consapevolezza di essere, in un modo del tutto particolare, uomo di comunione e messaggero di pace, e per richiamare le parole di Gesù ai suoi discepoli: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”(Gv 13,35).
2. Momento speciale, anzi unico, per dialogare…
Nei giorni che trascorrerò in mezzo a voi desidero innanzitutto rivolgere, all’assemblea parrocchiale, opportunamente convocata e preparata, e ai gruppi rappresentativi della comunità, la mia parola per richiamare e ricordare il cammino percorso insieme in questi anni del mio servizio episcopale nella nostra diocesi.
Richiamare e ricordare quelle due mete pastorali fondamentali che ho proposto sin dall’inizio: la formazione e la corresponsabilità, non come due momenti paralleli ma interattivi nella convinzione che se c’è formazione a tutti livelli cresce la corresponsabilità e se c’è un lavoro d’insieme esso necessita di consapevolezza e di intelligenza della fede.
La formazione, come attenzione alle priorità pastorali che ho indicato, in particolare, nella centralità della Parola e dell’Eucarestia, nel ripensamento della catechesi, nella cura pastorale della famiglia e dei giovani e nell’impegno caritativo e sociale.
La corresponsabilità, come collaborazione tra presbiteri e laici, costituzione e funzionamento dei Consigli Pastorale Parrocchiale e per gli Affari Economici, partecipazione della comunità parrocchiale alla vita della società civile.
Nel parlarvi terrò sotto i miei occhi la ’fotografia’ della comunità parrocchiale così come l’avete ripresa, quasi un autoscatto, attraverso la compilazione dei questionari che, sotto la responsabilità del parroco, dovranno essere redatti con diligenza e con verità.
Alla parola seguirà necessariamente il mettermi in ascolto di quanti desidereranno parlare, in gruppo o personalmente, per presentare le luci e le ombre del cammino della comunità, le speranze insieme alle difficoltà, i problemi ma anche le possibilità offerte dal desiderio di testimoniare il Vangelo.
Amo pensare a momenti attraversati dalla carità vicendevole, da una dialettica che eviti polemiche tristi e distruttive, dalla felice constatazione di vedervi “gareggiare nello stimarvi a vicenda”.
Un dialogo che faccia emergere il desiderio reciproco di una comunità parrocchiale non isolata ma in comunione, in ‘rete’ tanto per usare un’immagine più comprensibile, con le altre comunità(la valorizzazione della ‘zona pastorale’!).
Per verificare, come dimensione arricchente e non mortificante, la capacità e la volontà di ‘fare’ diocesi, in una partecipazione corale e articolata alle iniziative che in questi anni ho proposto come segno visibile del nostro essere “chiesa particolare” e come indicazioni pastorali cui dare continuità nel cammino pastorale della comunità.
Il nostro è un itinerario che ci vede ogni giorno fratelli, che secondo il dono dato a ciascuno dallo Spirito Santo, ci mette gli uni a servizio degli altri.
Sarà un dialogo che mi aiuterà, in quanto vostro vescovo, a comprendere, a valutare con sapienza e a prendere decisioni con carità pastorale.
A comprendere, nel senso di invitare a guardare con attenzione e con fiducia ogni realtà, a esporre le proprie ragioni e a tenere in conto quelle degli altri, a cercare sempre ciò che unisce e meno quel che divide.
A valutare con sapienza, perché la fretta, l’ansia e il senso di insoddisfazione generano nelle nostre comunità, come nei rapporti interpersonali, superficialità di giudizi e scelte approssimative.
Educarsi alla gradualità, alla pazienza e all’attesa, operosa e generosa, perchè i frutti pastorali maturano con lungimiranza di progetti e di iniziative e con la consapevolezza di essere semplicemente discepoli del Signore che hanno in Lui uno straordinario compagno di viaggio.
A prendere decisioni, ed è forse il compito che io stesso avverto come il più difficile e il più impegnativo ma che esprime con chiarezza il dono che ho ricevuto dallo Spirito del Signore il giorno in cui venivo ordinato vescovo per ‘guidare’ da pastore buono, ad immagine del Buon Pastore, la comunità affidatami dalla Chiesa.
L’incontro e il dialogo con il vescovo saranno dunque i momenti in cui, ‘operando la verità nella carità (Ef 4, 15), cercheremo insieme la strada sulla quale camminare come popolo sacerdotale, profetico e regale, per continuare a formarci come comunità ecclesiali ricche di carismi e di doni dello Spirito ma alla ricerca del dono e del carisma più grande: l’amore (agàpe)!
     Conclusione
Giunto al termine di questa lettera, che spero non abbiate trovato lunga e noiosa (se così fosse direi con uno scrittore Alessandro Manzoni) molto più famoso di me: “credete che non s’è fatto apposta”, esprimo a ciascuno e a tutti voi il desiderio che ne facciate momento di riflessione, soprattutto in modo comunitario.
Ho cercato in queste pagine di comunicarvi, in confidenza di padre e di fratello, vescovo per voi - cristiano con voi (Sant’Agostino), i miei sentimenti di pastore che si prepara a visitare il suo popolo: con quali attese e speranze io venga da voi, di quale presenza io sia segno, come debba comportarmi in mezzo a voi.
La risposta a questi interrogativi la trovo nelle belle espressioni del documento conciliare che ho già citato in precedenza: “Nell’esercizio del loro ufficio di padri e di pastori, i Vescovi in mezzo ai loro fedeli si comportino come coloro che prestano servizio; come buoni pastori che conoscono le loro pecorelle e sono da esse conosciuti; come veri padri che eccellono per il loro spirito di carità e di zelo verso tutti; di modo che tutti ben volentieri si sottometano alla loro autorità, ricevuta da Dio” (Christus Dominus, 16).
Consentitemi di insistere perché la mia Visita Pastorale nelle vostre comunità, secondo il calendario che troverete nella penultima pagina di copertina e che mi vedrà impegnato lungo tutto il 2012, venga preparata nella preghiera, negli adempimenti che i cari confratelli convisitatori richiederanno qualche giorno precedente il mio arrivo e con un programma di celebrazioni, di incontri e di appuntamenti che la comunità parrocchiale, attraverso il parroco, mi farà pervenire per tempo.
Metto con fiducia nelle mani e sui passi di Gesù, Buon Pastore, la mia persona con l’invocazione fiduciosa perché io possa essere in mezzo a voi “segno della presenza del Signore che visita il suo popolo nella pace”(Pastores Gregis, 46).
Affido a Maria, madre del Signore e madre della Chiesa che, visitata dall’angelo Gabriele, si mette in viaggio per visitare Elisabetta, questo mio speciale cammino lungo le strade dei nostri paesi, per fermarmi e lodare insieme con voi il Signore che continua a fare grandi cose per noi!
Chiedo l’intercessione di San Canio, vescovo e martire, Patrono di tutta l’Arcidiocesi e dei Santi Patroni delle nostre comunità, perché la loro protezione e il loro esempio mi guidino in questo cammino che mi manifesti sempre più come servitore del Vangelo.
E mi piace concludere con questa preghiera che vi invito a recitare con me:
    O Dio,
    Tu che tessi le trame del Tempo,
    Tu che fissi i confini della Storia,
    scendi e visita ancora i nostri sentieri,
    come visitasti e prendesti a cuore il tuo popolo, Israle.
    Nel tuo Figlio Gesù ci hai visitato:
    orienta il nostro cammino!
    In Lui sei morto sulla croce:
    sostieni la nostra pazienza!
    In Lui hai distrutto il potere della morte:
    realizza la nostra speranza!
    Non lasciarci sgomenti
    tra le vicende del mondo
    quando, fragili e sonnolenti,
    chiediamo che ci ascolti.
    Rispondi benevolo a chi ti cerca,
    di chi lotta contro il male sii provvido difensore.
    Riscriva il tuo dito
    sulle pietre della storia
    l’eterno comandamento dell’amore.
    Signore,
    donaci la paziente attesa dei profeti,
    l’umile ascolto della Vergine Madre,
     il trionfo di luce di Cristo tuo Figlio.
    Tu, Pastore d’ Israele,
    indirizza il tuo popolo in cammino
    con la tua Chiesa testimone
    come Tu sei in Cristo
    e come Cristo è in Te.
    Manda il tuo Santo Spirito,
    soffio di Vita,
    ad insegnarci l’Amore
    Tu che sei Infinito Amore.
    AMEN!
"Miserciordia e verità s'incontreranno,
giustizia e pace si baceranno"
(Sal 85,11)
Questa verità di fede - una speranza per la vita dei cristiani - è stata tradotta con linguaggio araldico nello stemma.
L'arme è di dignità, contrassegno cioè della carica, e si blasona: d'azzurro, al monte, segnato da un sentiero tortuoso, sul mare, calmo, caricato d'un ramo d'olivo, situato in barra, il tutto al naturale, nel cantone sinistro del capo una stella, di otto punte, d'oro.
Lo scudo, timbrato dal cappello arcivescovile, è accollato alla croce arcivescovile, il cartiglio reca in lettere capitali il motto:
"MISERICORDIA ET VERITAS IUSTITIA ET PAX"
Il monte - figura centrale - evoca i luoghi (dal Sinai all'Oreb, dal Tabor alle Beatitudini)su cui Dio ha vivelato se stesso (veritas) e i suoi sentimenti (misericordia). Il ramoscello d'olivo, posto sull'abisso (il mare) simboleggia la volntà di Dio di riconciliarsi con gli uomini (pax), attirandoli a sé attraverso un cammino di conversione (il sentiero) per renderli santi (iustitia). Lungo questo itinerario gli uomini hanno come guida Maria (la stella), certezza della loro speranza di raggiungere la meta.
con la notizia della Nomina di Mons. Giovanni Ricchiuti a Arcivescovo di Acerenza [...]
di Mons. Giovanni Ricchiuti [...]
Cronotassi dei Vescovi acheruntini
Cronotassi dei Vescovi acheruntini con riproduzione degli stemmi. Opera curata
da Don Giuseppe Lettini.
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Un fiore sulla roccia Visita guidata alla Cattedrale di Acerenza a cura di Don Mario Festa. [...]